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Maldini è un fuoriclasse, ma non si può essere ostaggi della sua ostinazione. Sconcertanti le sue prime settimane da dt

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La candidatura di Andrea Pirlo alla guida della Nazionale azzurra dovrebbe essere una storia chiusa, e archiviata, già da giorni, per un mucchio di solide ragioni.

Suppongo che questo sia anche il pensiero del nuovo presidente della Federcalcio, Giovanni Malagò (provo a indovinare, sia chiaro: e tuttavia credo di non sbagliare). Ma perché, allora, tace? Guardate, la metto giù semplice: se Malagò boccia Pirlo, Paolo Maldini si dimette dopo un minuto, forse meno.

Il problema è lui, Maldini. Bisogna trovare il coraggio di scriverlo. E di dirglielo. Tutti sappiamo chi è: un fuoriclasse assoluto, una leggenda del calcio che ha saputo, tra i pochissimi, rivelarsi abile anche nel ruolo di dirigente. Il suo arrivo in via Allegri, chiamato da Malagò, con un guizzo dei suoi, fu perciò giudicato come un colpo straordinario. Purtroppo, le prime due settimane nel ruolo di direttore tecnico della Figc e di presidente del Club Italia, sono state — francamente — sconcertanti.

L’ostinazione con cui continua a ritenere Pirlo il miglior commissario tecnico possibile per questa Nazionale tutta da rifondare, e che ha già saltato tre Mondiali, va oltre l’amichettismo. Maldini non considera Pirlo solo un suo caro amico (il che, già, vabbè). Ma anche una grandiosa soluzione, sia sul piano tecnico, sia su quello umano.

L’altro giorno, la Gazzetta, per spiegare quali siano le idee tattiche di Pirlo, è stata costretta a pubblicare stralci della tesi con cui, nel 2020, ottenne il patentino di tecnico per la prima categoria Uefa Pro. Vi si legge che si ispira a cinque modelli: «Il Barcellona di Cruijff e poi quello di Guardiola, l’Ajax di Van Gaal, il Milan di Ancelotti fino alla Juventus di Conte». Diciamo che sembra confuso in partenza. Del resto, la sua carriera è stata brevissima, modesta, fallimentare. Non casualmente, i lettori del Corriere, chiamati ad esprimere con un sondaggio il nome preferito per la carica di ct, lo hanno relegato all’ultimo posto, con un imbarazzante 9%. Aggiungete le fortissime perplessità manifestate dai giornali sportivi e da (quasi) tutti gli esperti. Metteteci l’ostilità della Lega di serie A, che vorrebbe ingaggiare Antonio Conte.

Purtroppo non c’è solo l’aspetto tecnico. Da qualche ora s’è infatti scoperto che, nell’ottobre del 2025, Pirlo è diventato global ambassador di Fonbet, il principale bookmaker russo. Un ingaggio che a Mosca si sono affrettati a definire «la miglior prova tangibile» di come, nonostante le sanzioni imposte dalla comunità internazionale, gli fosse ancora possibile coinvolgere icone globali dello sport. Non soddisfatto, mentre quel criminale di Putin bombardava l’Ucraina, a fine maggio Pirlo è poi tornato nella capitale russa per presenziare al Football Day, evento di bieca propaganda. Autografi, selfie, abbracci. Pirlo, insomma, come un Pupo (il cantante che si esibisce alla corte dello Zar) qualsiasi.

Si registra, a questo punto, diffusa indignazione politica (dal Pd ad Azione, a +Europa). Mentre il presidente del Senato, Ignazio La Russa, resta all’aspetto tecnico: «Pirlo? Un salto nel buio». Può bastare?

No. Perché ecco che tutta questa storia s’ingarbuglia pure ulteriormente per la posizione dei figli di Maldini e Pirlo, Christian e Nicolò, che hanno iniziato la carriera da procuratori sportivi. Devono ancora dare l’esame e non sono iscritti all’albo, certo: intanto, però, c’è una precisa norma federale che riguarda il conflitto d’interesse e l’incompatibilità tra chi ricopre ruoli in Figc e i propri parenti che fanno gli agenti.

Malagò ascolta, legge, riflette. Sa che per tutti era, e resta, l’unico in grado di rilanciare il calcio italiano. E che, ad appena 35 giorni dalla sua elezione, non può restare prigioniero di qualcosa o di qualcuno. Non certo di Pirlo (e, sia detto con rispetto, nemmeno di Maldini).

27 lug 2026 | 07:12