Morto Franco Baresi, aveva 66 anni: il «piscinin» che divenne «Il Capitano» del Milan
È morto oggi 31 luglio all'età di 66 anni Franco Baresi, ex capitano del Milan. L'annuncio della società rossonera: «Perso un battito del nostro cuore». Il campione era da tempo malato
A quei tempi faceva freddo già a ottobre, e il riscaldamento in classe era un lusso. Stavano per cominciare gli anni Ottanta. Con le mani intirizzite ci passavamo da un banco all’altro i bigliettini con il gioco adolescenziale dell’elenca i tuoi cinque idoli, che siano chitarristi rock, personaggi della televisione o sportivi. Al primo posto, molti di noi scrivevano Franco Baresi. E non abbiamo mai cambiato idea, neppure oggi che salutiamo per l’ultima volta il piccolino e poi l’uomo adulto, il campione che è rimasto, che non ci ha mai abbandonato, anche quando avrebbe avuto tutte le ragioni per farlo.
Perché in quegli anni di un piccolo Milan, quel ragazzo appena ventenne rappresentava la speranza di un futuro migliore, una lontana idea di avvenire, mentre altri vincevano gli scudetti e noi facevamo avanti e indietro con la serie B. Franco era come Giorgio Gaber. Per capirlo, bisognava vederlo. Dal vivo. Solo così si poteva capire la sua furia indomabile, quella spinta interiore che lo portava a recuperi prodigiosi, frutto non solo della velocità delle gambe, ma anche di altri e più antichi valori. «Si accomodi quindi la nuova stella di San Siro» disse Beppe Viola in un indimenticabile servizio per la Domenica sportiva su un Milan-Lazio del 1979, l’anno della stella. «Dicono che sia già il miglior libero d’Italia, esclusi ovviamente Freda e Ventura». Era una delle poche luci di quella Milano ancora cupa per le tensioni, le violenze politiche e i morti del decennio appena trascorso. Era il campione che tutti ci invidiavano, che l’Avvocato voleva a ogni costo, anche se aveva già Gaetano Scirea, ma si sa come sono fatti i ricchi.
Noi eravamo poveri e tutt’altro che belli, il calcio scommesse ci aveva spedito in serie B, la prima volta pagando e la seconda gratis, come ci prendeva per i fondelli il compianto avvocato Prisco. Ma avevamo Franco, e bastava il nome, che sarebbe ben presto sparito, sostituito da Il Capitano, e da allora non c’è mai stato bisogno di aggiungere altro. Noi siamo stati i primi a conoscere e ad amare quel campione che sarebbe diventato poi bene comune dell’Italia intera, com’era giusto che fosse. Era nato a Travagliato, nella pianura bresciana, aveva tirato i primi calci in un oratorio che si affacciava su campi coltivati a perdita d’occhio, grano ed erba medica per foraggiare il bestiame, la soia e altre cose moderne ancora non si sapeva cosa fossero. Era figlio di contadini, il suo papà era morto in un incidente di lavoro, la sua mamma l’aveva seguito poco dopo per un brutto male. Con l’età, e la perdita dei boccoli biondi che gli davano un’aria teutonica, da qui i primi paragoni con Beckenbauer che lo accompagneranno a lungo, era diventato più simile a quello che era in realtà, una figura scavata dalla fatica, quasi un personaggio da Albero degli zoccoli, l’ultimo campione figlio della civiltà contadina e dei suoi valori. E forse fu proprio quella vita della malora, che a lui e suo fratello Beppe e alla sorella che li ha cresciuti non aveva mai risparmiato nulla, fosse l’innesco della sua determinazione, della sua rabbia, e della sua fedeltà.
Perché Franco era in campo quel pomeriggio gelato del 7 novembre 1982, Milan-Cavese 1-2, la partita che da allora venne presa a unità di misura del peggio, il punto più basso mai raggiunto dal Milan nella sua storia, ed era in campo nei faticosi anni di mezzo della risalita. Da Colombo a Morazzoni a Farina, presidenze incerte e squattrinate, la Juve che passeggiava a San Siro, e lui rimaneva, lo volevano tutti, e lui si rifiutava di abbandonare la società che per lui era casa e famiglia, ragione di vita. Poi arrivò Silvio Berlusconi e tutto cambiò, la storia del calcio, l’Italia, i costumi. Tutto, tranne lui. Franco attraversò i migliori anni della nostra vita calcistica rimanendo fedele a sé stesso, a quella antica impronta che gli derivava dall’odore di concime dei campi di Travagliato, dalla dignità della fatica, del guadagnarsi il pane quotidiano con il sudore della fronte.
Non fu mai, glamour, il nostro piscinin. Intanto erano esplosi gli anni dell’edonismo reaganiano, dell’opulenza non solo sportiva portata in dono da Arcore, ma lui non fu mai figlio di quell’epoca, continuava a essere il passato remoto vivente di un tempo lontano, superato dalla modernità. Una persona semplice, che aveva però il dono divino di capire il gioco come nessun altro. Ha sempre parlato poco, convinto che l’esempio fosse l’unica possibile moneta corrente, conservando quella diffidenza guardinga di chi ha imparato sulla sua pelle che basta un attimo, un giorno o un mese, per perdere tutto.
Paolo, inteso come Maldini, il figlio di Cesare, è stato il campione di quel periodo, prototipo di un altro modello di calciatore, professionista integerrimo e anche lui modello di una serietà oggi perduta, ma in qualche modo è stato un predestinato, ha vissuto gli anni dell’opulenza, dei trionfi, dell’epopea. Franco è stato una cosa diversa. Lui c’era anche prima, è stato l’unica luce nel buio, è stato con noi nella buona come nella cattiva sorte.
Quando la gente si stupì del suo recupero da record per la finale di Pasadena, noi non fummo affatto sorpresi. Non c’era più la scuola media Antonio Fogazzaro, non c’era più quell’Italia. Ma sapevamo chi era Franco, conoscevamo la sua capacità di soffrire, la sua dedizione monacale. Adesso che il viaggio tremendo è terminato, che tutta l’Italia lo ricorda a testa alta, la palla incollata ai piedi e lo sguardo rivolto verso un orizzonte lontano, il condottiero che comandava la squadra di club più forte della storia del calcio e la Nazionale, a noi rimane anche l’immagine di un essere umano diverso, fatto di uno stampo ormai introvabile e non più riproducibile.
Fino all’ultimo, mai arrendersi, anche quando nel febbraio scorso aveva portato la fiamma olimpica insieme a Beppe Bergomi. Si vedeva che stava male, e quasi veniva voglia di sorreggerlo, e faceva impressione vederlo così fragile, ma ce l’aveva fatta comunque. Un uomo che si assume le sue responsabilità, che rimane a bordo della nave che affonda, che non ci ha mai lasciato. Per questo l’abbiamo amato più di chiunque altro, per questo sarà per sempre il nostro idolo assoluto. Capitano, mio Capitano.
29 luglio 2026, 20:57 - Aggiornata il 31 luglio 2026 , 07:48