Più Tinder meno incontri, ecco perché crollano le nascite (in tutto il mondo): il mistero spiegato con lo smartphone
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Mi scuseranno i lettori, o forse si sentiranno sollevati, se questa settimana la mia newsletter è più sommaria del solito. Sono appena arrivato in Cina, ma almeno qui è il posto ideale per ciò di cui vorrei parlarvi. La Cina è uno dei Paesi più digitalizzati e allo stesso tempo più infertili al mondo. L’anno scorso il numero di figli per donna è caduto per la prima volta sotto quota uno: meno di un figlio per donna, quando per mantenere stabile la popolazione senza nuovi immigrati ne servirebbero 2,1. La Repubblica popolare entra così in un ristretto club a cui appartengono la Corea del Sud, due propaggini cinesi come Hong Kong e Macao, Singapore, Taiwan e l'Ucraina (ma evidentemente per ragioni diverse).
La Cina è anche uno dei Paesi al mondo nei quali la penetrazione degli smartphone è più capillare, al punto che le piattaforme social come WeChat coprono (e controllano) ormai molti aspetti della vita, dai trasporti ai pagamenti. E sicuramente non esistono studi su questo Paese, anche perché le autorità non metterebbero a disposizione i dati per condurli. Si stanno invece moltiplicando lavori accademici seri su una correlazione che non è più possibile ignorare: l’ntroduzione degli smartphone, soprattutto fra le generazioni più giovani, coincide con un calo improvviso dei tassi di fertilità al punto da far pensare che fra i due fenomeni esista una relazione di causa ed effetto. Vediamo.
Il giorno che ha cambiato il mondo potrebbe essere stato il 9 gennaio 2007. Alla Macworld Convention di San Francisco Steve Jobs annuncia il lancio dell’iPhone (sarebbe arrivato a metà dell’anno) e conclude un accordo con la Cingular Wireless. Quest’ultima era la principale rete digitale degli Stati Uniti, con 58 milioni di abbonati, appena acquisita da At&t. Il contratto con At&t prevedeva per il colosso americano delle telecomunicazioni un’esclusiva di cinque anni sulla distribuzione degli iPhone negli Stati Uniti.
Due economisti ne hanno fatto esperimento naturale: hanno controllato la variazione del tasso di fertilità, contea per contea negli Stati Uniti, man mano che At&t portava l’infrastruttura di rete nei diversi territori per diffondere i primi smartphone. Ne è uscito questo mese un paper per il National Bureau of Economic Research americano, una delle organizzazioni più selettive al mondo nel pubblicare contributi. Il titolo è «Is the iPhone Birth Control? Causal Evidence from At&t’s 2007-2011 Carrier Monopoly» («L’iPhone è un metodo di controllo delle nascite? Evidenze sulle cause nel monopolio di rete di At&t dal 2007 al 2011»). Gli autori sono Caitlin Knowles Myers del Middlebury College ed Ezekiel Hooper di Accenture. Quello qui sopra è un grafico tratto dal loro lavoro.
I due gettano una prospettiva nuova su un tema che i lettori di questa newsletter forse ricordano: il mistero del rapido e simultaneo calo delle nascite in quasi tutto il mondo fra il 2008 e il 2012 (qui ne parlano anche Milena Gabanelli e Francesco Tortora). Perché in Nigeria la fertilità collassa da sei figli per donna nel 2010 a 4,5 nel 2022, dopo decenni in cui variava di pochissimo? Perché Paesi come l’Iran o la Tunisia vedono le loro nascite crollare nettamente sotto ai livelli che servono per mantenere la popolazione stabile? Perché la Corea del Sud spende 270 miliardi di dollari in programmi per le nascite senza riuscire a interromperne il declino, la Francia e il Giappone lanciano campagne di «riarmo demografico» al grido di «ora o mai più» ma ogni anno vengono al mondo meno bebè? (Dell’Italia, per carità di patria, per una volta non parliamo neanche).
Caitlin Myers ed Ezekiel Hooper forse hanno trovato una spiegazione, non l’unica ma neppure trascurabile. Scrivono: «Il tasso complessivo di fertilità è caduto del 22% dal 2007, un declino sostenuto non spiegabile in modo semplice con le condizioni economiche, l’uso dei contraccettivi o i costi dell’abitazione e della cura dei figli». Secondo la loro analisi del dispiegamento della rete digitale da parte di At&t unito alla diffusione degli iPhone invece viene fuori che i primi smartphone fra il 4,5% e l’8% all’anno fra i teenager, fra il 3,2% e il 6,6% fra i giovani adulti (20-24 anni) e in misura inferiore nelle persone di età maggiori. Nel complesso, stimano che l’uso di massa dei nuovi telefoni spieghi fra un terzo e la metà delle nascite in meno in America.
È il sogno dei luddisti e antimoderni come potrei facilmente essere anch’io, lo sento. Finalmente un colpevole perfetto: gratifica a meraviglia la nostalgia del piccolo mondo antico dei baby boomer come il sottoscritto. E in realtà parte della letteratura scientifica lo sospettava già. Abbondano gli studi, citati da Myers e Hooper, che mostrano come l’introduzione degli smartphone e la diffusione iniziale di Facebook porta le persone in genere e gli adolescenti in particolare a passare molto meno tempo a contatto diretto gli uni con gli altri in occasioni sociali, di coppia e anche a un calo dell’attività sessuale.
Dopo aver incrociato il calo brusco delle nascite con i dati della progressiva copertura delle contee americane con la rete e i telefoni, gli autori parlano di un comportamento che ricorre indipendentemente da etnia, stato civile, livello educativo. Formulano così l’ipotesi che ci siano anche gli smartphone, con tutti gli stili di vita che essi comportano, dietro «la frattura generalizzata nella fertilità dei teenager in 212 Paesi» del mondo intero. Tre le spiegazioni che offrono per il fenomeno. Primo, appunto, l’iPhone «sostituisce l’interazione personale, riducendo il tempo passato fra coetanei durante il quale avvengono gran parte degli incontri sessuali». Secondo, gli smartphone rendono più accessibili anche alle giovanissime informazioni sulla contraccezione e le interruzioni di gravidanza. Terzo, «l’iPhone fornisce più accesso alla pornografia» (questo è provato) «che può sostituire il sesso con un partner» (questa invece è l’ipotesi degli autori).
I quali non sono i soli ad aver notato la coincidenza fra accelerazione del digitale e denatalità, che potrebbe spiegare parte delle cause del declino demografico. Il grafico sotto è tratto da uno studio di Nathan Hudson e Hernan Moscoso Boedo dell’Università di Cincinnati, uscito il 25 aprile scorso («The collapse of Teen Fertility in the Digital Era», «Il collasso della fertilità degli adolescenti nell’epoca digitale»). I due arrivano alle stesse conclusioni dei loro colleghi Myers e Hooper sulla base di un’analisi che però ha il vantaggio di coprire sia gli Stati Uniti che la Gran Bretagna. Il grafico qui sotto è loro. Ha il merito di mostrare non solo la coincidenza fra l’avvento della creatura di Steve Jobs e l’accelerazione della natalità. Fa anche vedere che essa in realtà non riguarda solo gli adolescenti, ma tutte le classi giovani di età. In altri termini, questo fenomeno contribuirebbe a posporre le decisioni di riproduzione dai trent’anni in avanti, quando le probabilità di riuscire iniziano progressivamente a diminuire. Tra l’altro Hudson e Moscoso associazione questa dinamica all’insorgere di un insieme di comportamenti problematici associati all’eccesso di ore passate sui social. Scrivono: «L’attività sessuale, la fertilità, i suicidi, i reati violenti, la depressione: tutte queste dimensioni registrano cambiamenti nella stessa finestra temporale, con segni che dipendono dall’aumento o dal calo dell’interazione con i coetanei».
Non si tratta qui di dare giudizi, anche perché non è detto che le gravidanze indesiderate degli adolescenti siano un fenomeno positivo per tutti. Si tratta però di stabilire almeno la concatenazione dei fatti e le loro cause. In proposito Arnstein Aassve, un professore di demografia dell’Università Bocconi che conduce studi avanzati sulla formazione delle coppie nell’era digitale, esprime alcuni dubbi sulle cause indicate nei paper che ho appena citato. «In tutto il mondo, il passaggio delle popolazioni dalle campagne alla città ha portato a un calo delle nascite, perché i giovani hanno abbandonato i valori tradizionali delle loro famiglie di origine – nota Aassve –. Forse lo stesso sta accadendo con l’ulteriore passaggio dai valori del proprio luogo di vita, alla miscela di culture che si trova sui social media».
Aassve aggiunge un’altra possibilità: i siti di incontri potrebbero ostacolare, anziché facilitare, la formazione di coppie disposte ad avere dei figli. «Con le applicazioni di incontri, le persone diventano sempre più selettive. Cercano nel partner solo caratteristiche che decidono essere ideali per loro, ma alla fine gli algoritmi potrebbero rendere più difficile formare una coppia con qualcuno». Di certo in Italia e in varie democrazie occidentali in queste settimane si sta discutendo di varie versioni di leggi e norme che limitano l’accesso ai social media fino almeno ai 15 o ai 16 anni. La discussione che si sta aprendo sull’impatto degli smartphone dovrebbe far parte della riflessione.
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22 giu 2026 | 08:46