Venezia: morto Fabrizio Plessi, pioniere della videoarte. Aveva 86 anni
Come in una delle sue potenti installazioni che raccontano il fluire della vita, Fabrizio Plessi se n’è andato all’età di 86 anni, il 23 agosto 2026 a Dolo, in provincia di Venezia, la città che ha amato e dove viveva. Nato a Reggio Emilia il 3 aprile 1940, ma formatosi all’Accademia di Belle arti di Venezia, dove aveva anche insegnato pittura, Plessi si era affermato in tutto il mondo per la capacità di fare dialogare la tecnologia con la videoarte: una sperimentazione iniziata già alla fine degli anni Sessanta, quando concentrò la propria ricerca sugli elementi naturali, l’acqua, appunto, ma anche il fuoco, l’aria, la terra, trasformando il suo impegno in monumentali installazioni, in film, in videotape e performance. Plessi aveva fatto dell’instabilità la sua materia: le opere vivono di un costante stato di flusso, di potenza, di energia. Un’energia che esprimeva anche con il suo corpo, sino all’ultimo. Con una fisicità minuta, aveva il vezzo di portare i capelli lunghi come fosse un rockettaro e si compiaceva di muoversi con quella sfrontata leggerezza che i giubbotti di jeans riescono a regalare.
È stato un perenne ragazzo. Amava Venezia, tanto da avere il suo studio proprio accanto a uno spazio monumentale della città, l’ottocentesco Molino Stucky, emblema gotico della contraddittoria esperienza industriale. Il suo studio era il contrario di quello che uno può immaginare: tanto le sue installazioni facevano pensare a cantieri navali in movimento, quanto lo studio ricordava l’asetticità di un laboratorio farmacologico. Forse lo studio rappresentava la sua dimensione più autentica, in cui un pensiero rigoroso prevaleva sulla messa in opera di lavori carichi di luce, movimento ed energia. Il sindaco Simone Venturini lo ricorda con parole affettuose: «Era un uomo vulcanico e aveva sempre tanti progetti in testa. Le mie condoglianze vanno alla famiglia alla quale prometto che farò di tutto perché Plessi abbia il giusto ruolo che gli compete in città. Era l’artista veneziano vivente più importante». È vero, il legame con Venezia era totale. Quando dipingeva, lo faceva con tratti semplici e sicuri («La mia matita è un sismografo»). Fece del digitale la sua cifra poetica. Inventò i «mari verticali» in cui inserì su piccole barche i monitor con l’acqua o il fuoco. Ma sui monitor non c’era solo un’immagine dell’acqua: c’era l’acqua come memoria dell’acqua.
Così, il flusso elettronico diventò un equivalente contemporaneo del fiume, della cascata, della lava, del fuoco. Il monitor cessò di essere una finestra sul mondo e diventò materia. Una cascata digitale può assumere la stessa forza ipnotica di una cascata reale. Esattamente come la cascata d’oro in piazza San Marco, nel 2020, dalle finestre del Museo Correr, la straordinaria installazione che evocava i mosaici veneziani e un messaggio di pace, lo stesso del «Pax Tibi» del vicino Leone di Venezia. A Fabrizio, che era un amico del «Corriere», avevamo chiesto un lavoro per celebrare i 150 anni dalla fondazione del giornale. Ci diede il progetto di un’installazione digitale: un anello che celebra l’età dell’oro. Non ha fatto in tempo a vederla. Sarà la copertina della prossima settimana de «la Lettura». Grazie Fabrizio.
23 agosto 2026, 21:13 - Aggiornata il 23 agosto 2026 , 23:27