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Addio ad Alan Greenspan: le 7 vite del banchiere centrale della finanza senza regole

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Disse una volta Alan Greenspan al termine di una delle audizioni al Congresso durante la quale i parlamentari washingtoniani lo avevano interpellato come uno sciamano: «Se avete capito cosa ho detto, allora non devo essermi espresso bene». Naturalmente seguì una fragorosa risata in sala, ma forse neanche l’economista morto lunedì 22 giugno all’età di 100 anni poteva capire allora come quella battuta riassumesse l’intera parabola che avrebbe percorso la sua vita.

Perché Greenspan, clarinettista, appassionato di colorate ed eccentriche auto di lusso, ma anche di enormi masse di dati che analizzava come pochissimi prima dell’avvento dell’intelligenza artificiale, ha vissuto almeno due vite. Due da quando era divenuto prima presidente della Federal Reserve nel 1987 e poi una celebrità come mai successo prima a un banchiere centrale, per la precisione; in precedenza c’erano state le sue prime due vite, quando Greenspan ancora era semplicemente un newyorkese brillante.

In gioventù era stato musicista, girando per anni gli Stati Uniti con una banda jazz. Presto però aveva optato per gli studi e una carriera di economista a Wall Street, mentre il suo innamoramento intellettuale per la filosofa libertaria Ayn Rand l’aveva spinto verso posizioni favorevoli a un mercato senza regole e poi verso il partito repubblicano di Richard Nixon e poi di Ronald Reagan.

Ma quello era stato il prologo, le prime due esperienze del futuro banchiere centrale. Quelle che resteranno nella storia invece iniziano nel 1987, quando Greenspan viene nominato alla guida della Federal Reserve al posto di Paul Volcker. Non è vero, come si scrisse allora e in seguito, che Volcker voleva fare un passo indietro dopo aver conquistato riconoscimenti unanimi per aver domato l’inflazione degli anni ’70 e ’80. La realtà è James Becker, segretario al Tesoro di Ronald Reagan, preferì l’allora relativamente sconosciuto Greenspan perché questi aveva lasciato capire che avrebbe consentito lo smantellamento delle leggi volute durante la Grande depressione da Franklin Delano Roosevelt per frenare le speculazioni delle banche.

Volcker si sarebbe opposto alla controriforma, Greenspan no. E infatti nel giro di pochi anni, il nuovo capo della Fed tacque quando l’amministrazione (democratica) di Bill Clinton di fatto abolì lo Smoot-Hawley Act – la legislazione voluta da Roosevelt – permettendo ai banchieri di rischiare e guadagnare molto di più. Si gettavano così le basi della crisi dei subprime del 2007, del crash di Lehman Brothers del 2008 e della crisi dell’euro che ne sarebbe seguita. 

Greenspan tacque poi anche quando alla fine degli anni ’90 il Tesoro americano – con il segretario Larry Summers, durante il secondo mandato di Clinton – proibì qualunque regolamentazione dei derivati, che il guru degli investimenti Warren Buffet definiva «armi finanziarie di distruzione di massa».

Ma a quel punto Greenspan era all’apice della sua prima vita da banchiere centrale, quella da celebrità quasi hollywoodiana. Per la precisione da «Maestro», in base al titolo adulatorio di una sua biografia firmata dal grande reporter Bob Woodward. I suoi interventi per tamponare gli effetti del crollo di borsa del 1987, poi la disponibilità a tenere i tassi molto bassi molto a lungo prima e soprattutto dopo l’esplodere della bolla di internet del 1999 avevano alimentato continui rialzi a Wall Street. Ma avevano alimentato, soprattutto, l’enorme accumulazione di debito delle famiglie e di rischio nelle banche che poi avrebbe portato al punto di frattura del 2008 e alla Grande recessione.

Prima di essa attorno a Greenspan si era formato un culto della personalità a Wall Street, a Washington e nei media anglosassoni. Nel 1999 «Time» lo aveva ritratto in una copertina con Bob Rubin e Larry Summers (dell’amministrazione di Clinton), presentando il trio come «il comitato per salvare il mondo». Lui stesso non contrastò mai questo culto della personalità. Ma era anch’esso un sintomo di quanto fosse malsano l’ambiente economico e finanziario che avrebbe portato alla più grave crisi economica dalla Grande Depressione e poi all’avvento della politica populista in America e in tutto l’Occidente.

Greenspan lasciò l’incarico subito prima del punto di rottura, nel 2006. Passò subito a scrivere un suo libro di memorie – «The Age of Turbulence» – ma neanche lui aveva idea di quanto quel suo titolo fosse profetico. L’età della turbolenza stava veramente arrivando e avrebbe chiuso la sua vita da «Maestro», per aprire la sua stagione da imputato principale per la Grande recessione. Prima che il suo memoir andasse in stampa, l’ormai ex presidente della Fed dovette aggiungere un capitolo sulla crisi che ormai stava scoppiando. 

Fu sempre molto onesto nel riconoscere alcuni dei propri errori. Ma la sua ultima vita, i suoi ultimi vent’anni, sono stati segnati dall’ombra di un’epoca di eccessi che lui stesso aveva avuto in sorte di incarnare.   

22 giu 2026 | 19:40