Economia

Alan Greenspan morto a 100 anni, chi era il presidente della Fed che cambiò la finanza mondiale

Alan Greenspan morto a 100 anni, chi era il presidente della Fed che cambiò la finanza mondiale

Per quasi vent'anni, quando Alan Greenspan parlava, i mercati si fermavano ad ascoltare. Gli investitori soppesavano ogni parola, gli economisti cercavano significati nascosti nelle sue frasi spesso tortuose, i governi osservavano le sue decisioni come si osservano quelle di un capo di Stato. Non era un presidente né un ministro. Eppure, tra la fine del Novecento e l'inizio del nuovo secolo, pochi uomini esercitarono un'influenza paragonabile alla sua sull'economia mondiale.

Greenspan, storico presidente della Federal Reserve, è morto il 22 giugno all'età di 100 anni. Con lui scompare una delle figure più influenti e discusse della finanza contemporanea: l'uomo che contribuì a guidare gli Stati Uniti attraverso una lunga stagione di crescita e stabilità economica, ma che negli anni successivi venne accusato di avere sottovalutato i rischi che avrebbero portato alla grande crisi finanziaria del 2008. La sua parabola è una delle più affascinanti della storia economica moderna. Per anni fu considerato una sorta di oracolo della finanza globale. Poi, quando il sistema che aveva contribuito a costruire entrò in crisi, divenne uno dei principali imputati.

Nato a New York il 6 marzo 1926, figlio unico di una famiglia ebraica, Greenspan non sembrava destinato a diventare il banchiere centrale più celebre del suo tempo. La sua prima passione era la musica. Studiò clarinetto e sassofono, frequentò la Juilliard School e arrivò a esibirsi professionalmente in alcune orchestre jazz. Solo in seguito capì che il suo talento non era sul palco: non le note musicali ma i numeri.

Racconterà anni dopo che durante le pause delle prove preferiva rifugiarsi in biblioteca per leggere libri di economia. Fu quella curiosità a cambiare il corso della sua vita. Dopo gli studi alla New York University si costruì una reputazione come analista e consulente economico. Negli anni Sessanta entrò nell'orbita della scrittrice e filosofa Ayn Rand, teorica del libero mercato e dell'individualismo, un incontro che influenzò profondamente la sua visione economica. Greenspan sviluppò una forte fiducia nella capacità dei mercati di allocare risorse e correggere gli squilibri senza eccessive interferenze esterne. Una convinzione che avrebbe accompagnato tutta la sua carriera.

Quando Ronald Reagan lo nominò presidente della Federal Reserve nell'agosto del 1987, aveva 61 anni. Poche settimane dopo si trovò ad affrontare il primo grande esame. Il 19 ottobre di quell'anno Wall Street crollò nel cosiddetto Black Monday, perdendo oltre il 20% in una sola seduta. Greenspan reagì garantendo immediatamente liquidità al sistema finanziario e rassicurando gli operatori. Quella risposta viene ancora oggi considerata uno degli esempi più efficaci di gestione di una crisi finanziaria.

Fu l'inizio della sua leggenda.

Negli anni successivi guidò la banca centrale americana attraverso la recessione dei primi anni Novanta, le turbolenze finanziarie asiatiche e russe, lo scoppio della bolla Internet e le conseguenze economiche degli attentati dell'11 settembre. Durante il suo lungo mandato gli Stati Uniti vissero una delle più lunghe fasi di espansione della loro storia.

Una parte importante della sua reputazione derivò dalla capacità di cogliere in anticipo la rivoluzione tecnologica degli anni Novanta. Mentre molti economisti temevano che la crescita avrebbe inevitabilmente generato inflazione, Greenspan sostenne che i progressi dell'informatica, dei software e delle telecomunicazioni stavano aumentando la produttività dell'economia americana e consentivano di crescere più velocemente senza pressioni eccessive sui prezzi. Per anni i fatti sembrarono dargli ragione.

Inevitabile, a distanza di trent'anni, guardare ora l'intelligenza artificiale come una sfida simile a quella che Greenspan individuò allora nella rivoluzione digitale. E non a caso il suo nome continua a essere richiamato, a volte forse anche a sproposito, nel dibattito economico contemporaneo.

A contribuire al fascino del personaggio era anche il suo linguaggio volutamente criptico. Le sue testimonianze al Congresso erano studiate parola per parola. Lui stesso ironizzava sulla questione. «Alla Fed abbiamo imparato una nuova lingua», disse una volta. «Impariamo a borbottare con grande incoerenza». E così, il cosiddetto Fed speak divenne una categoria a sé.

Eppure, nel momento di massimo prestigio, pronunciò anche una delle frasi che più avrebbero segnato la sua eredità. Nel dicembre 1996 parlò di «esuberanza irrazionale» dei mercati finanziari, mettendo in guardia contro il rischio che le quotazioni degli asset fossero spinte oltre i loro valori reali. L'espressione fece immediatamente il giro del mondo e resta ancora oggi una delle formule più celebri della storia economica contemporanea.

Quando lasciò la Federal Reserve nel gennaio 2006, dopo quasi diciannove anni alla guida dell'istituto e quattro riconferme ottenute da presidenti repubblicani e democratici, il suo posto nella storia sembrava già assicurato.
Poi arrivò il 2008.

Il fallimento di Lehman Brothers e la crisi dei mutui subprime travolsero il sistema finanziario globale. Improvvisamente molte delle convinzioni che avevano dominato i decenni precedenti vennero rimesse in discussione. E con esse anche il pensiero di Greenspan.

Gli vennero contestati i tassi d'interesse mantenuti molto bassi dopo lo scoppio della bolla Internet, l'opposizione a una regolamentazione più severa dei derivati e, soprattutto, l'eccessiva fiducia nella capacità delle istituzioni finanziarie di controllare autonomamente i propri rischi.

Il momento simbolo arrivò il 23 ottobre 2008, durante un'audizione davanti alla Commissione di vigilanza della Camera dei Rappresentanti. Messo sotto pressione dai parlamentari, Greenspan riconobbe pubblicamente che la crisi aveva evidenziato una falla nel suo modo di interpretare il funzionamento dei mercati.

Ammise di avere creduto che le banche, per semplice interesse personale, avrebbero evitato comportamenti capaci di mettere a rischio la propria sopravvivenza e quella dei loro azionisti. L'esperienza aveva dimostrato che non era sempre così. Per l'uomo che per quasi vent'anni era stato considerato un oracolo dei mercati, quella fu una confessione rara e destinata a segnare la sua eredità

Da allora sappiamo che perfino le convinzioni più radicate possono essere smentite dalla realtà.

22 giugno 2026, 14:29 - Aggiornata il 22 giugno 2026 , 14:35

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