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Chris Evert: «Il nemico di Jannik è Sinner, nel suo tennis non ha buchi. A Wimbledon vincerà ancora. Con Navratilova ci sentiamo tutti i giorni»

Chris Evert: «Il nemico di Jannik è Sinner, nel suo tennis non ha buchi. A Wimbledon vincerà ancora. Con Navratilova ci sentiamo tutti i giorni»

Chris Evert, grande madre del rovescio bimane e di 18 titoli Slam, come sta?
«Sono ancora viva!».
È bello sentirla. Iniziamo da Jannik Sinner, dominante fino a Parigi. La striscia di 30 vittorie le ha ricordato la supremazia di Steffi Graf?
«In un certo senso sì, però le faccio notare un dettaglio. Monica Seles nel ‘93, quando fu accoltellata, era la numero uno: da lì in poi, in sua assenza, iniziò il dominio di Steffi. Qualcosa di simile è successo a Jannik: ha spadroneggiato senza il suo principale rivale, Carlos Alcaraz, fermo per infortunio. Cosa sarebbe successo con Monica e Carlos in gioco, non lo sapremo mai. Di certo sono mancati al tennis».
Gli assenti hanno sempre torto, però.
«È chiaro che Sinner non ha buchi nel suo tennis: parlo di tennis giocato. Fino al Roland Garros è stato inavvicinabile e mi aspetto che lo sia anche sull’erba di Wimbledon. Nei cinque Master 1000 che ha vinto di fila ho visto gli avversari intimiditi, privi della fiducia per poterlo infastidire. Abbiamo capito che il peggior nemico di Sinner è Sinner: deve rimanere in salute, evitare i crolli di rendimento. Se ci riesce, credo che tra dieci anni parleremo di una carriera notevolissima».
Senza Alcaraz, il pericolo è Djokovic che l’ha battuto in Australia?
«La preoccupazione degli altri, tutti gli altri, quando affrontano Jannik, è dover giocare meglio del loro meglio. Personalmente, Novak non lo chiamerei mai fuori. Ma deve essere stato bravo a programmarsi per raggiungere il picco in quelle due settimane. Per me, se Sinner gioca come sa, il titolo non gli sfugge».
Da ex, è d’accordo con le minacce di boicottaggio?
«Sto con i giocatori, che ritengono di non ricevere una percentuale sufficiente dei guadagni degli Slam. E mi piace che coinvolti siano anche i tennisti di ranking più basso: per loro la vita è più dura. Il problema è che, da sempre, gli Slam sono entità a se stanti, che parlano o non parlano con chi vogliono loro. Ma i top players hanno il coltello dalla parte del manico: senza, non esiste il torneo».
Perché il tennis femminile non ha più trovato una rivalità come Evert-Navratilova?
«L’elemento chiave sono gli stili diversi. Oggi abbiamo Sabalenka contro Swiatek o Gauff o Rybakina ma gli stili tendono a somigliarsi, mentre io e Martina eravamo come il giorno e la notte sotto ogni punto di vista. E la nostra longevità ha allungato la rivalità negli anni, romanzandola. Inoltre il tennis femminile è più aperto, c’è un pacchetto di giocatrici in grado di vincere uno Slam: guardiamo cosa è successo a Parigi...».
E non esistono più gli specialisti: tutti giocano bene, e con lo stesso stile, ovunque.
«I campi veloci ormai sono la prevalenza e livellano il tennis. Terra e erba rimangono le sole superfici vive, accomunate dal fatto di doversi muovere bene, con il baricentro basso, sapendo scivolare».
Che idea si è fatta del calo netto di Jasmine Paolini?
«Viene da due stagioni fantastiche ma l’altezza obbliga Jasmine a lavorare più delle avversarie: per coprire la stessa distanza, Sabalenka impiega un passo, Paolini tre. Diventa tutto più difficile, così. Mi impressionava per il modo in cui correva: a Parigi e Wimbledon, due anni fa, sembrava volare sul campo. Però colpire con così tanto top spin è sfinente, logora. I singolari, più gli allenamenti, più i doppi: un po’ troppo, forse. Non riesce più a mantenere quell’intensità, mi sembra un po’ in burn out, spero di sbagliarmi. Sabalenka mi piace anche perché parla senza filtri di quello che le succede, dalla depressione allo psicologo. A volte, fa stare meglio. Devi saperti dosare, il rischio di spremersi troppo è accorgersene troppo tardi. Ma ho fiducia che possa tornare al vertice».
È uscito un altro documentario su di lei e Martina, Chris. Cosa resta da dire?
«L’abbiamo appena presentato a New York, racconta la storia di un’amicizia che è diventata più stretta dopo il ritiro e inscindibile dopo aver avuto il cancro praticamente insieme… Il doc è stato un lavoro lungo tre anni ma c’è dentro davvero tutto. Viviamo in Florida a 45’ di distanza, che per gli Usa è niente: ci sentiamo quasi tutti i giorni, per il piacere di farlo».
Quarant’anni, fa, a Parigi, conquistava il suo ultimo Slam...
«A Parigi, sulla mia adorata terra. Sono affezionata anche al titolo dell’85: Martina dominava, ci avevo perso 13 volte consecutive… Sono entrata in campo convinta di perdere, e perdere male. Nessuno avrebbe scommesso su di me e all’orizzonte già si affacciavano le bambine terribili, Steffi Graf e Monica Seles. Beh dimostrare a tutti che si erano sbagliati, che Chris Evert aveva ancora voce in capitolo, significò moltissimo per me. Cambiai tutto per salire di livello: frequentai di più la palestra per essere più in forma, andai più a rete per essere imprevedibile… A 32 anni, diventai un’altra giocatrice».
Torniamo all’86.
«Battere Martina nell’85 mi diede una carica in più. Ripetermi un anno dopo, wow, fu incredibile. In quell’arco di stagioni giocai il mio miglior tennis ma sapevo che non sarebbe stato possibile rifarlo».

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