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Baresi e quella bocciatura diventata un incubo per gli interisti

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Se a un gigante della letteratura come André Gide (quando lavorava in una casa editrice) è capitato di bocciare il manoscritto della Recherche di Proust, può anche succedere — come in effetti è capitato — di essere un tecnico delle giovanili dell’Inter e bocciare Franco Baresi a un provino. E se Gide se ne pentì per tutta la vita, i tifosi dell’Inter ebbero spesso modo di capire quanto la loro vita sarebbe stata diversa se quel provino si fosse concluso positivamente: perché l’amatissima Nazionale di Azeglio Vicini, eliminata in semifinale all’Europeo del 1988 e al Mondiale casalingo del 1990, era costruita su un fortino difensivo tra i migliori mai visti, in maggioranza nerazzurro (Zenga-Bergomi-Ferri) più appunto Baresi (una specie di 3-5-2, con un certo Paolo Maldini a fare quello che oggi si chiamerebbe «il quinto di sinistra»). Ma era troppo tardi. E come succede per molte storie d’amore mancate, l’oggetto del desiderio si era trasformato nel suo opposto. A peggiorare le cose si aggiunse l’ideologia: quella calcistica, per cui la rivoluzione di Sacchi era il nuovo che si contrapponeva alla scuola italiana di Trapattoni (sulla panchina dell’Inter).

Ma poi, con la discesa in campo di Silvio Berlusconi, nel 1994 arrivò la politica quella vera. E gli interisti si divisero in tre. Da una parte, quelli di centrodestra più una minoranza di calciofili puri: per loro, Franco Baresi era sì quello sempre col braccio alzato e al quale gli arbitri concedevano tackle che per chiunque altro avrebbero significato un’ammonizione (poi però, quando indossava la maglia della Nazionale, tifavano — anche — per lui). Dall’altra parte, c’erano gli interisti di sinistra, per i quali il fratello di Beppe Baresi era pure diventato il simbolo di qualcosa che iniziava allora e sarebbe arrivato fino a oggi: l’uomo del popolo che si era fatto sedurre dal sogno glamour-populista incarnato dal Cavaliere (cui si contrapponeva l’eleganza borghese e radical-chic morattiana, simbolo della futura sinistra Ztl).

Stava insomma iniziando un altro secolo. Quello in cui, in una fredda sera del febbraio 2026, due signori over 60 avanzavano lentamente sul prato di San Siro, destinato alla demolizione per volontà delle proprietà americane di Inter e Milan, nel frattempo subentrate ai Moratti e ai Berlusconi: erano Beppe Bergomi e un sofferente Franco Baresi, che reggevano insieme la fiaccola olimpica durante la cerimonia di apertura dei Giochi invernali di Milano-Cortina. Tutti, anche quelli che non sapevano, capirono. E le tre correnti di pensiero dei tifosi interisti, rimaste fino a quel momento sulle proprie posizioni, si ritrovarono d’accordo nell’elaborare una mozione unitaria: a Franco Baresi sarebbe spettato di diritto il posto in un’altra difesa niente male. Accanto a Giacinto Facchetti.

5 ago 2026 | 07:05