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Beffa di Trump alla Ue: attacco sulle big tech (che già eludono le tasse)

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Se quello che sta accadendo non apre gli occhi degli europei sulla natura dell’amministrazione di Donald Trump — e come affrontarla — non è chiaro cosa potrà farlo.

Giovedì l’Unione europea ha ratificato un accordo commerciale del tutto a favore degli Stati Uniti, quello concluso a luglio scorso sulla base di poteri della Casa Bianca che intanto la Corte suprema di Washington ha definito illegittimi. Quella ratifica doveva formalizzare una tregua fra America ed Europa. In pratica, la Casa Bianca aspettava solo la mossa di Bruxelles per aprire una nuova guerra commerciale, stavolta con minacce ancora più aggressive: il presidente annuncia dazi al 100% contro i Paesi europei (Italia, Francia, Spagna, Austria e Ungheria) che applicano la cosiddetta «Digital Services Tax». Quest’ultima è un prelievo del 3% sul fatturato di grandi imprese tecnologiche che realizzano vendite nei Paesi interessati, ma eludono le imposte domiciliando le transazioni in giurisdizioni estere capaci di operare come paradisi fiscali.

Così l’amministrazione Trump ha ingannato i leader europei. Ha fatto credere loro che la ratifica dell’accordo commerciale concluso in Scozia 11 mesi fa, per quanto squilibrato a favore degli Usa, avrebbe risolto tutte le dispute. Era l’opposto della verità: appena incassata la formalizzazione dei patti, la Casa Bianca torna subito all’attacco.

Non era difficile immaginarlo. Da mesi Trump stesso è sottoposto alle pressioni dei lobbisti di Washington perché costringa gli europei a esentare le Big Tech statunitensi dai loro obblighi fiscali. Le imprese del Big Tech hanno validi argomenti dalla loro parte: nei primi tre mesi del 2026, secondo il centro studi «Open Secrets» hanno alzato la spesa per azioni di lobby e le donazioni ai candidati repubblicani come mai prima: stanno investendo 226 mila dollari al giorno solo a Washington. Intanto il primo maggio scorso un’associazione chiamata «Americans for Tax Reform» (dietro ci sono soprattutto Facebook-Meta, Amazon, Google-Alphabet e Microsoft) ha indirizzato una lettera a Trump. Essa è pensata per innescare il suo ego fragile e iracondo, lasciando intendere che l’Ue si prenderebbe gioco della sua amministrazione. «La campagna dell’Europa per la “sovranità digitale” è un eufemismo per prendere di mira le imprese americane – recita la lettera –. L’Europa si presenta come “aperta” ma poi l’apparato regolamentare scatta per tagliare le gambe ai concorrenti». Si legge ancora nella lettera: le misure europee «sono barriere non-tariffarie che nascondono un intento protezionistico. Impongono un costo alle imprese americane, con poco o nessun onere simile sui concorrenti europei».

Nei fatti, è falso. Oggi le principali Big Tech americane — Meta, Amazon, Alphabet e Microsoft — eludono il fisco in Europa domiciliando in Irlanda tutte le loro transazioni nel continente. Si arriva all’estremo grottesco per cui l’export di servizi di informazione e comunicazione dell’Irlanda nel 2024 avrebbe superato quello degli stessi Usa e l’avanzo commerciale del settore della piccola repubblica celtica arriverebbe a 253 miliardi di euro: metà del suo Pil. Dietro, c’è solo elusione. Le filiali irlandesi dei grandi gruppi digitali americani versano colossali (e arbitrari) «diritti di proprietà intellettuale» alle case madri in America, abbattendo l’imponibile; intanto negli Stati Uniti queste entrate godono di un trattamento fiscale di favore grazie alle leggi volute da Trump.

In pratica, senza Digital Services Tax le Big Tech americane non pagherebbero quasi tasse in Europa su centinaia di miliardi di utili. E ora i governi europei, Italia inclusa, possono ripensare agli errori che li hanno resi deboli fin qui: l’aver tollerato lo scandalo irlandese, l’aver difeso il diritto di veto a Bruxelles in materia fiscale, l’essersi illusi di placare Trump con concessioni e presunti rapporti di amicizia. 

27 giu 2026 | 21:31