Economia

Made in Italy, Antonio Marcegaglia: «Nuove acquisizioni in vista, Borsa e fondi non sono un tabù»

Made in Italy, Antonio Marcegaglia: «Nuove acquisizioni in vista, Borsa e fondi non sono un tabù»

Antonio Marcegaglia, il signore dell’acciaio, si dice ottimista e conta sulle competenze della manifattura italiana per contrastare le incertezze congiunturali. «Non siamo in una situazione disperata, anzi — sostiene il presidente del gruppo Marcegaglia —. L’export italiano nel mese di aprile ha superato quello del Giappone, siamo il quarto Paese dopo Cina, Stati Uniti e Germania. È un parametro da non sottovalutare. E il fatto che le grandi aziende private sopra i quattro miliardi di fatturato siano perlopiù familiari, con una lunga storia, è un segnale di vitalità. È vero che per settori come il nostro l’Italia è un Paese di trasformazione, ma le filiere sono vive e abbiamo tutti un’opportunità: la disruption tecnologica. La trasformazione digitale può dare una spinta perché si innesta su un terreno fertile, la manifattura italiana. Una ricchezza che con la tecnologia può aumentare».
È in questo contesto e malgrado lo scenario geopolitico complesso, con la concorrenza dell’Asia incombente, che il gruppo Marcegaglia sta crescendo. Studia nuove acquisizioni: «Forse una entro l’anno, in Europa», dice il presidente. Aumenta gli investimenti: «Da 250 milioni l’anno a 400». E non chiude a future aperture del capitale, se necessario. «Noi per ora non lo facciamo, affrontiamo il piano di crescita con serenità. Se si presentasse l’operazione della vita, però, non escludiamo un’Ipo o l’apertura ai fondi».

Con 7,1 miliardi di ricavi nel 2024, il gruppo Marcegaglia è fra i primi nell’elenco di imprese del capitalismo italiano stilato da Kpmg per L’Economia del Corriere della Sera. «Nel 2025 siamo scesi a 6,6 miliardi per il calo dei prezzi dell’acciaio — dice l’imprenditore —, ma abbiamo avuto gli stessi volumi del 2024. Quest’anno i ricavi dovrebbero tornare a salire, la tendenza è cambiata su prezzi e margini, la filiera sta respirando. Stimiamo 7,2-7,3 miliardi di fatturato per il 2026, con un margine operativo lordo di circa 550 milioni contro i 430 dell’anno scorso».
Il gruppo dichiara una posizione finanziaria netta sotto i 165 milioni, «in un lontano passato era quattro-cinque volte superiore», e conferma gli obiettivi: «Entro il 2030 dieci miliardi di fatturato, un miliardo di Ebitda, zero debiti, zero emissioni, zero infortuni. Con investimenti per almeno due miliardi in cinque anni». Significa anche cambiare un po’ pelle per affrontare un mercato in flessione e la competizione asiatica.
Con l’acquisizione nel 2024 in Francia del sito di Fos-sur-mer, l’azienda di trasformazione si è allargata alla produzione. «Era necessario per proteggerci. Copriremo il 40% del nostro fabbisogno di materia prima».

Quanto all’apertura del capitale, non è uno stigma. Dice Marcegaglia: «Un conto è farlo perché ci si vuole disimpegnare o c’è un passaggio generazionale. Diverso è se c’è un’offerta imperdibile ma le risorse familiari limitano la crescita. Come imprenditori familiari dobbiamo pensare al bene dell’azienda sul lungo termine, anche a prescindere dal bene degli azionisti. Se la crescita è sana ma il prezzo da pagare è l’apertura del capitale, questo è da fare».
Secondo Marcegaglia, però, lo scatto in avanti non è un dovere. Necessari sono gli investimenti costanti, la visione di lungo periodo. «La gran parte delle imprese italiane sopra i quattro miliardi di ricavi e anche di quelle vicine a questa cifra ha una storia lunga — dice l’imprenditore, riferendosi allo studio Kpmg per L’Economia —. È una differenza rispetto agli Usa, dove le startup della tecnologia possono raggiungere risultati roboanti, ma il ritratto del capitalismo italiano rivela stabilità».

Il mercato dei capitali, con il private equity, e l’apertura a nuovi settori sono «ulteriori leve di crescita», ma sono le acquisizioni il «polmone fondamentale»: è questo che ha consentito al gruppo Marcegaglia «di raddoppiare la dimensione rispetto a dieci anni fa». E di internazionalizzarsi. Oggi l’azienda, che fa capo per il 50% ad Antonio e per il 50% alla sorella Emma (presidente della holding, ex presidente di Confindustria), ha 7.800 dipendenti e 36 stabilimenti in quattro continenti. Lavora 6,5 milioni di tonnellate d’acciaio all’anno per oltre 15 mila clienti. «Siamo focalizzati sull’Europa e vi restiamo, qui ci sono le nostre catene del valore, anche se seguiamo altri mercati come il Nord e il Sud America».

Sulle aggregazioni, però, l’imprenditore è scettico: «Sono un’opportunità, ma ci deve essere sempre un leader». Le cordate, insomma, «non funzionano» e l’eventuale ruolo dello Stato va circoscritto: «Solo come accompagnamento a soluzioni stabili, in logica di mercato». L’acciaio europeo per Marcegaglia «richiede un grande sforzo di decarbonizzazione, finanziario e tecnologico»: perciò può trarre vantaggio dalle tariffe Ue sulla materia prima importata che verranno introdotte il primo luglio. «È importante, però — dice Marcegaglia — arrivare a tariffe anche sui prodotti finiti con grande impiego d’acciaio, come gli elettrodomestici e i motori elettrici».

26 giu 2026 | 17:02

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