Economia

Milei privatizza la gestione del fiume Paraná: ai privati (stranieri) la rotta dell'80% dell'export argentino

Milei privatizza la gestione del fiume Paraná: ai privati (stranieri) la rotta dell'80% dell'export argentino

C'è un fiume che, per l'Argentina, vale più di una rete autostradale, di un sistema ferroviario o di un grande aeroporto. È il Paraná, la grande arteria d'acqua che attraversa il cuore del Sudamerica e lungo la quale viaggia circa l'80% delle esportazioni del Paese: soia, mais, grano, oli vegetali e gran parte delle merci che alimentano l'economia argentina. Con l'aggiudicazione definitiva annunciata dal governo di Javier Milei, per i prossimi venticinque anni sarà un consorzio guidato dalla società belga Jan De Nul a occuparsi della gestione di questo corridoio strategico. È la più importante privatizzazione realizzata finora dal presidente argentino e, forse più di ogni altra decisione presa negli ultimi mesi, racconta la direzione che il capo dello Stato intende imprimere al Paese.

La concessione riguarda circa 1.400 chilometri dell'Idrovia Paraná-Paraguay, il sistema navigabile che collega le regioni interne di Argentina, Brasile, Paraguay e Bolivia ai porti sull'Atlantico attraverso il Río de la Plata. Il consorzio formato da Jan De Nul e dalla società argentina Servimagnus si occuperà del dragaggio del fondale, della manutenzione del canale, della segnalazione della navigazione, della modernizzazione delle infrastrutture e della riscossione dei pedaggi. Secondo il ministero dell'Economia argentino, il nuovo contratto consentirà di ridurre del 13,5% i costi logistici, migliorare la navigabilità e favorire nuovi investimenti in infrastrutture e tecnologia.

Più che una semplice concessione, quella del Paraná è una dichiarazione politica. Milei ha costruito la propria ascesa promettendo di ridurre drasticamente il ruolo dello Stato nell'economia e di affidare al mercato attività che per decenni sono rimaste sotto il controllo pubblico. Dopo avere concentrato il primo anno e mezzo di governo sul risanamento dei conti pubblici, sul drastico contenimento della spesa e sulla lotta a un'inflazione che aveva raggiunto livelli record, il presidente sembra ora deciso ad aprire una seconda fase del suo programma: quella delle grandi privatizzazioni e delle riforme strutturali.

Il Paraná rappresenta il simbolo perfetto di questa strategia. Non si tratta di una società partecipata né di un'azienda in perdita, ma dell'infrastruttura logistica più importante del Paese. È da qui che passa la gran parte della produzione agricola destinata ai mercati internazionali, il settore che continua a rappresentare la principale fonte di valuta estera dell'Argentina. Affidarne la gestione ai privati significa intervenire direttamente sul cuore della macchina economica nazionale.

Tecnicamente Milei non ha «venduto il fiume», come sostengono alcuni suoi oppositori. Lo Stato mantiene la proprietà dell'idrovia, mentre ai privati viene affidata la gestione attraverso una concessione venticinquennale. Inoltre Jan De Nul non è un nuovo protagonista della vicenda: la società belga opera sul Paraná dal 1995 e ha già gestito il corridoio fluviale per gran parte degli ultimi trent'anni. Sotto questo profilo, l'aggiudicazione rappresenta più una continuità che una rottura.

La gara è arrivata al traguardo soltanto dopo un percorso accidentato. Un primo bando era stato annullato nei mesi scorsi tra contestazioni e rilievi procedurali. Successivamente la belga Deme, principale concorrente di Jan De Nul, ha tentato fino all'ultimo di ribaltare l'esito della selezione presentando una nuova proposta al governo attraverso una diversa procedura prevista dalla normativa argentina, sostenendo di poter offrire tariffe più basse.

Alla fine, però, il ministero dell'Economia ha confermato l'aggiudicazione dopo la scadenza del periodo previsto per eventuali ricorsi formali, spiegando che la proposta vincente aveva ottenuto il miglior punteggio nella valutazione tecnica, mentre le offerte economiche presentate dalle due società erano sostanzialmente equivalenti.

Sul tavolo restano comunque alcuni interrogativi. Le associazioni ambientaliste chiedono maggiori garanzie sugli interventi di approfondimento del canale, che dovrebbero consentire il passaggio di navi di maggiore pescaggio, mentre una parte dell'opposizione continua a considerare la concessione di un'infrastruttura così strategica come un ulteriore ridimensionamento del ruolo dello Stato nell'economia.

La concessione del Paraná non è però un episodio isolato. Si inserisce in un programma molto più ampio di deregolamentazione e riduzione dell'intervento pubblico che comprende anche la riforma del mercato del lavoro, la semplificazione normativa e il rilancio delle privatizzazioni.

Non è un caso che proprio in questi giorni la Confederazione Sindacale Internazionale abbia inserito per la prima volta l'Argentina tra i dieci Paesi nei quali denuncia il maggiore deterioramento dei diritti sindacali. Secondo il rapporto, le riforme promosse dal governo hanno ridotto gli spazi della contrattazione collettiva e limitato il diritto di sciopero. Valutazioni respinte dall'esecutivo, che rivendica invece la necessità di rendere il mercato del lavoro più flessibile e competitivo per attrarre investimenti e creare nuova occupazione.

Il dibattito è destinato a proseguire. Da una parte c'è un governo convinto che solo un drastico ridimensionamento dello Stato possa consentire all'Argentina di uscire definitivamente da decenni di crisi economica, inflazione e deficit cronici. Dall'altra ci sono sindacati, opposizioni e una parte della società civile che vedono nel progressivo trasferimento di funzioni pubbliche ai privati un rischio per la tenuta sociale del Paese.

Non è soltanto una questione economica. Il Paraná occupa un posto speciale anche nella memoria collettiva degli argentini. È il fiume della battaglia della Vuelta de Obligado del 1845, quando le truppe di Juan Manuel de Rosas cercarono di impedire alle flotte anglo-francesi di risalire il corso d'acqua, un episodio ancora oggi celebrato come simbolo della difesa della sovranità nazionale. È anche per questo che la decisione di Milei va ben oltre un contratto di concessione: tocca uno dei luoghi simbolo dell'identità del Paese e diventa il manifesto della sua idea di Stato, più leggero, più aperto al mercato e meno presente nell'economia.

Resta da capire se questa scommessa riuscirà a produrre quella crescita promessa dal presidente o se finirà per accentuare le forti tensioni sociali e politiche che già accompagnano il suo mandato. È una risposta che arriverà negli anni. Intanto, la più grande autostrada d'acqua dell'Argentina è diventata il banco di prova della rivoluzione liberista di Javier Milei.

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