Dal 2008 l’Italia ha perso il 35,8% delle nascite e, secondo le proiezioni Istat, se il trend non verrà invertito entro il 2050 la popolazione scenderà a 54,7 milioni: un italiano su tre sarà over 65, mentre quattro famiglie su dieci saranno composte da una sola persona. Il calo delle nascite colpisce le imprese, erode la forza lavoro, cambia i consumi e rischia di spopolare interi territori produttivi. È l’allarme lanciato da Unione Italiana Food, l’associazione di Confindustria che rappresenta l’industria alimentare italiana, portavoce di 530 aziende e 100.000 occupati, nel corso della sua assemblea annuale.
«Oggi vogliamo concentrarci soprattutto sul tema della denatalità, un fenomeno che non riguarda solo l’Italia ma l’intero mondo occidentale. E iniziano a emergere segnali anche in altre aree del pianeta. I nostri modelli economici si reggono sulla crescita. Già una curva piatta crea difficoltà», spiega Paolo Barilla, presidente di Unione Italiana Food. «L’industria alimentare ha sempre saputo leggere i cambiamenti della società e trasformarli in risposta concreta. L’abbiamo fatto con l’evoluzione dei consumi, con la crescita dell’export, con l’innovazione di prodotto. Oggi siamo di fronte a una sfida diversa per scala e urgenza» ha aggiunto.
L’associazione sottolinea come molte aziende del settore abbiano già introdotto misure a sostegno della genitorialità, tra cui congedi parentali rafforzati, smart working, welfare aziendale e programmi di rientro dopo la maternità. «Ma da soli non si chiude il cerchio», avverte il presidente. «Le imprese non possono risolvere da sole i problemi di un Paese: possono collaborare, ma è lo Stato che deve indicare la direzione. Abbiamo bisogno che lo Stato costruisca con noi un sistema stabile di incentivi perché la genitorialità diventi economicamente sostenibile per le famiglie e competitivamente neutrale per le imprese». Serve però attenzione agli equilibri competitivi. «Se alcune imprese sostengono costi aggiuntivi e altre no, si crea una concorrenza distorta. Occorrono regole comuni, ormai non solo nazionali ma geografiche, perché viviamo in un mondo dove le norme sono molto disomogenee».
La trasformazione demografica sta modificando anche i modelli di consumo alimentare. Alla progressiva riduzione del «carrello famiglia» si affianca la crescita della domanda di monoporzioni, piatti pronti, alimenti funzionali e prodotti legati al benessere, con consumatori senior e nuclei unipersonali sempre più centrali per il mercato. E Unione Italiana Food sta già rispondendo a questo nuovo scenario investendo 3 miliardi di euro all’anno per migliorare prodotti, processi e filiere e ridisegnare il nuovo equilibrio tra tradizione alimentare italiana e innovazione. «Per la crescita in Italia non è più possibile aumentare i volumi perché la popolazione cala e cambiano le abitudini di consumo». In questo contesto, «l’export è la via naturale», che avanza quasi a doppia cifra, raggiunge i 25 miliardi e vale oltre il 42% del totale export dell’agroalimentare italiano. «L’Italia ha un grande vantaggio: la reputazione. Più esportiamo, più i nostri prodotti vengono conosciuti e apprezzati». Un richiamo va anche al tema dell’innovazione: «Abbiamo molte certificazioni territoriali, che sono un valore, ma non devono diventare un freno. Bisogna proteggere i “gioielli” del passato e allo stesso tempo stimolare la ricerca. Dobbiamo prendere gli stili di vita contemporanei e offrire prodotti che mantengano i valori italiani: semplicità, riconoscibilità, qualità della materia prima».
27 giu 2026 | 16:42