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Data center, l’inaspettata avanguardia lombarda

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Via via stiamo familiarizzando con i data center, le strutture fisiche che ospitano l’infrastruttura informatica centrale di un’azienda o di un fornitore di servizi e che rappresentano la spina dorsale fisica del mondo digitale e di Internet. Al loro interno vengono archiviati, elaborati e distribuiti enormi volumi di dati e in Italia l’investimento finora si è concentrato nella Lombardia con 73 strutture già attive (un terzo dell’Italia) e con piani di investimento in gestazione nei prossimi 5 anni che oscillano tra i 20 miliardi e i 22 miliardi. Quattro sono le macro aree già interessate: la prima è il polo Nord Ovest del Milanese (Settimo, Rho, Pero, Cornaredo) con Equinix e il Data4 Campus, la seconda è il polo Sud nel Pavese, la terza è indicata come polo Est di Segrate/Pioltello con le strutture di Ibm Cloud e, infine, la quarta è il polo Bergamo-Brianza. La concentrazione degli investimenti sulla Lombardia ha generato reazioni per i rischi legati al consumo di suolo, l’impatto sulle reti energetiche e idriche dovuto ai grandi fabbisogni di energia e acqua che i data center hanno. E ha spinto la Regione Lombardia a muoversi decidendo, prima in Italia, di elaborare e approvare una legge regionale ad hoc. Qualcuno ha definito «tardiva» la decisione, ma in realtà in mancanza di una norma di carattere nazionale — il governo finora si è limitato a dettare linee guida — la giunta presieduta da Attilio Fontana ha riempito comunque un vuoto. E ha dato al mercato degli indirizzi da seguire. Non ultimo, ha supportato l’azione dei sindaci dei piccoli Comuni spesso in difficoltà a gestire partite così delicate. Qualcosa del genere era già avvenuto nel campo della logistica con Amazon che ha riversato nel tempo cospicui investimenti su singoli paesi da 5-6 mila abitanti (per di più con risvolti occupazionali significativi) generando una forte asimmetria nei negoziati con le autorità locali.

La legge, che è entrata in vigore il 20 giugno, è stata criticata dalle opposizioni nel Consiglio regionale, dalla Cgil e dal mondo agricolo che la giudicano poco incisiva. Secondo il Pd, Avs e il Movimento 5 Stelle nella sostanza è “mite”, inefficace, fissa sanzioni facilmente aggirabili, non protegge a sufficienza l’ambiente, sacrifica i terreni più fertili (considerazione questa condivisa dalla Coldiretti). A giudizio invece dei liberisti dell’high tech può costituire un freno agli investimenti perché introduce vincoli che potrebbero spaventare gli investitori e metterli in fuga. La giunta Fontana si difende sostenendo che la legge mixa incentivi e penalizzazioni, carota e bastone, in maniera coerente e serve a perseguire uno sviluppo ordinato contenendo al massimo il consumo di suolo. Prendiamo ad esempio l’indicazione di utilizzare il cosiddetto brownfield, le aree industriali dismesse, per localizzare i nuovi data center. Il recepimento di questa direttiva è compensato/incoraggiato da vantaggi per gli investitori che pagano minori costi di costruzione, godono di tempi procedurali più brevi e di ulteriori protocolli di semplificazione. E il bastone? L’esempio-chiave riguarda l’eventuale utilizzo di aree agricole. In questo caso i contributi edilizi aumentano del 100% e crescono al 200% se si tratta di aree inserite in parchi regionali o di siti di interesse naturalistico. Entro un anno, comunque, i Comuni dovranno realizzare una mappatura completa in modo da favorire e disciplinare la scelta territoriale.

Al di là dei singoli capitoli — sui quali torneremo — è interessante annotare come la prima Regione a muoversi in Italia (seppur con la motivazione dirimente della concentrazione territoriale) sia governata dal centro-destra. La cultura dell’utilizzo del territorio dei partiti che compongono la coalizione lombarda (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia) non è di tipo vincolistico, anzi spesso proprio queste formazioni hanno accusato gli avversari del centro-sinistra di avere, a Roma come in Lombardia, la vocazione a mettere la museruola al mercato. Se è evidente che la legge lombarda ha avuto semaforo verde dal governo Meloni, è giusto però considerarla per quello che è ovvero un’elaborazione originale che mette un primo punto fermo. Il tempo poi ci dirà, se come giurano i critici è arrivata “a babbo morto” e, soprattutto, se il sistema di incentivi/penalizzazioni messo in piedi avrà funzionato. C’è chi sostiene, ad esempio, che per una multinazionale dei dati pagare una maggiorazione del 200%, pur di scegliere un’area ecologicamente pregiata, non sia affatto uno spauracchio. Non la pensa così l’assessore competente, il leghista Massimo Sertori, valtellinese, che racconta: «Con il presidente Fontana abbiamo avuto modo di illustrarla al ministro Urso che l’ha vivamente apprezzata. Così come abbiamo costruito un’interlocuzione con il ministro Pichetto Fratin per evitare che i consumi di energia dei data center lombardi incidano sui costi della sola nostra regione». Sertori spiega anche come la norma lombarda preveda l’obbligo a utilizzare esclusivamente energia prodotta da fonti rinnovabili. «E comprenda il divieto di utilizzare gli acquedotti pubblici per raffreddare i server». Non è tutto. Un’altra norma prevede di usare tecnologie di recupero del calore residuo per convogliarlo verso le reti locali di teleriscaldamento.

E i sindaci si sentiranno più tranquilli ora che hanno una cornice di regole alla quale poter fare riferimento? «Ci siamo mossi innanzitutto per tutelare loro — risponde Sertori —. La legge li supporta, evita che siano preda delle richieste degli investitori e lascia loro uno spazio discrezionale per trattare ulteriori compensazioni». Così come allontana l’ipotesi del commissariamento. Per le infrastrutture strategiche, infatti, il Mimit può nominare un commissario con il compito di governare le procedure: stante la legge è difficile che questo possa avvenire in Lombardia e si corra il rischio di «incomprensioni con il territorio». Ma non avete il timore di spaventare gli investitori? «Non credo. La legge tende a semplificare e quindi a rendere più facile l’investimento e comunque compensa ragionevolmente incentivi e disincentivi. Siamo i primi a sapere — conclude Sertori — che sarebbe sbagliato bloccare l’innovazione e la rivoluzione digitale. Non si può fermare l’acqua con le mani».
Di sicuro però il dibattito sulla legge è destinato a prendere quota nelle prossime settimane e mesi. I comitati locali di tutela del territorio si dicono insoddisfatti e raccolgono firme, il presidente degli agricoltori della Cia, Paolo Maccazola, ha addirittura evocato il rischio di «cementificazione delle campagne». Il presidente dell’associazione di categoria dei data center, Luca Beltramino, invece ha salutato con grande favore il provvedimento giudicandolo in equilibrio tra sostenibilità ed efficienza. Infine dal mondo digitale è stato segnalato il rischio di «un’Italia a norme sparse» ovvero di indirizzi diversi tra Regione e Regione. Ma siamo solo alla prima puntata.

22 giu 2026 | 17:39