Il mondo sta cambiando (e anche il sistema finanziario): ecco perché la Borsa unica in Europa non è più un optional
In questi mesi il mercato finanziario e le borse mondiali continuano a crescere senza sosta. La domanda è, fino a quando? Come è possibile ? E, soprattutto, il mercato ha perso il collegamento con l’economia reale esprimendo prezzi troppo distanti dai valori delle aziende? Le domande sono tutte legittime e la risposta deve guardare al sistema di relazioni che collega in maniera molto forte il sistema finanziario all’economia reale e alla sua traiettoria di evoluzione. Con opportunità e pericoli. La considerazione generale è che ci siamo abituati negli ultimi 40 anni e più ad un mercato di borsa che di fronte all’incertezza reagiva con un crollo drammatico per poi riprendere la sua salita: stabilità e crescita come paradigma di fondo.
Gli ultimi mesi non sono solo una fase di ricomposizione dell’ordine politico mondiale ma anche del modo di essere del sistema finanziario, che decide di «separarsi» dall’incertezza, per preservare la «ricchezza delle nazioni» in attesa di quel possibile nuovo assetto politico internazionale. Una scelta quindi degli investitori che proteggono i risparmi globali dall’incertezza che la geopolitica ha portato non solo nel sistema economico ma in quello sociale più in generale. Con un grande pericolo che è rappresentato dal debito degli Stati che sta crescendo e che può rappresentare, a partire dagli Usa, il vero pericolo per il sistema finanziario e l’elemento chiave della svalutazione del dollaro e della perdita del suo ruolo.
Quattro sono oggi gli elementi strutturali che possono agire a sostegno del mercato finanziario. Il primo è la dimensione della cassa e della liquidità disponibile. Se la ricchezza mondiale oggi vale oltre 7 volte il Pil, che è di 120 trilioni di dollari, la quantità di liquidità ne rappresenta un valore pressoché identico. Non era mai accaduto. Questo non solo significa che gli investitori non hanno strumenti a sufficienza in cui investire ma soprattutto che difficilmente potranno uscire dal mercato di borsa in modo massiccio: per andare dove? E per investire in cosa? La pressione sulle quotazioni e sui multipli diventa forte e può spingere ad ampliare lo spettro dei mercati investibili sia per impiegare la liquidità che per diversificare rispetto al mercato americano e alla forza declinante del dollaro. Quindi spostamento, selettività e diversificazione più che uscita e caduta generalizzata. A patto sempre che il debito pubblico non diventi di nuovo il detonatore di una crisi.
Il secondo è che il private equity ha avuto uno sviluppo senza precedenti negli ultimi dieci anni, fino a giungere alla parte alta del mercato retail. Se il private equity è uno strumento di stimolo alla crescita economica e allo sviluppo delle imprese, dal lato dell’investimento è una modalità di impiego a medio e a lungo termine illiquida. Una dimensione sempre più grande degli attori del private equity non solo genera tensione su cosa andare ad investire ma soprattutto genera tensione ed incertezza su come creare liquidità. Se da un lato, la risposta a questo problema è la creazione di soluzioni evergreen piuttosto che dei continuation fund, la vera risposta è che i grandi fondi di private equity dovranno necessariamente spingere le aziende che hanno in portafoglio alle quotazioni per creare liquidità vera. Senza un mercato di borsa in salute e in crescita, il private equity non può proseguire la sua corsa e l’uno ha strutturalmente bisogno dell’altro per funzionare. In questo processo, una delle conseguenze sarà espressa anche dall’ondata di aggregazioni e consolidamenti che il private equity dovrà sviluppare. Ma questo, se fatto bene, renderà solo le aziende più robuste e dimensionalmente più adeguate rispetto alla competizione.
Il terzo è la spinta dei sistemi di welfare. L’invecchiamento della popolazione crea una pressione senza precedenti sulla sostenibilità dei sistemi pensionistici. Questo è sicuramente un tema politicamente complesso e divisivo. La discussione è rimandata in Francia in vista delle prossime presidenziali, la Germania ha creato una commissione, in Italia il tema dovrà essere riaperto. Ma nel frattempo la tendenza è chiara. Un sistema pensionistico che possa assicurare welfare diffuso, sostenibile e adeguato ha bisogno di investimenti nel mercato. Una pressione ben più grande del private equity spinge quindi i mercati a diventare essenziali per la progettazione del welfare. Non a caso, in due paesi come la Germania e gli Stati Uniti, con modalità diverse negli ultimi mesi, sono state lanciate campagne e strumenti che spingano i ragazzi e le ragazze più giovani a costruire un piano di accumulo in azioni per creare un capitale.
Il quarto ed ultimo sono le esigenze delle imprese. In un mondo in cui la competizione si gioca sulla dimensione sempre più grande e sugli investimenti tecnologici, il reperimento delle risorse finanziarie non può essere limitato ai soli finanziamenti bancari ma richiede un uso rilevante del mercato dei capitali, dal venture capital, al private equity e alla quotazione. Senza queste scelte, difficilmente le aziende potranno affrontare una competizione che si basa non solo sulla velocità, sulla capacità di reazione all’imprevisto vero ma soprattutto sul gigantismo delle aziende americane e cinesi che si contendono le quote di mercato del mondo. Solo aziende finanziariamente robuste potranno reggere l’onda d’urto della trasformazione sociale e politica a cui stiamo assistendo.
Torniamo alla domanda iniziale: il mercato ha perso il collegamento con la realtà? Non è così. Soprattutto in Europa, il passaggio decisivo è quello di riconoscere l’urgenza di un soggetto unico, che diventi non solo visibile a livello globale ma che agisca da strumento forte per collegare i risparmi a quelle esigenze di crescita delle imprese e di welfare dei cittadini, che oggi determinano quali paesi – a partire dal nostro – lasceremo alle prossime generazioni.