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Kimi Antonelli ad Austin: «Il Mondiale? Mi gufano tutti, non lo nomino e vivo leggero. Nel 2027 vorrei lottare contro Verstappen»

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«Non vedrete niente di più grande in Texas». Cartelloni sparsi sulle highway, dove viaggiano senza conducente i taxi robot, annunciano il Gran Premio degli Usa come l’evento degli eventi. «Bigger, Better», più è grande e meglio è. È lo slogan del piano economico di crescita dello Stato che dal 2012 accoglie la F1. Entrando nel circuito delle Americhe la prova è sotto gli occhi: una cabinovia trasporta ricconi diretti nella hospitality più esclusiva, su una collinetta in cima alla prima curva. Ma l’unico vero gigante è un ventenne di un metro e 72 centimetri in marcia verso la storia. Qui lo chiamano «Kim», chiedono da dove sia uscito in Italia un pilota così. Antonelli si presenta in maglietta e cappellino con il sorriso stampato in faccia, il ritratto della serenità.

Come sta Kimi, ha realizzato che domenica qui può diventare campione del mondo?
«Ancora? Mi hanno tirato tante di quelle gufate in questi giorni, io non lo nomino mai. Eh ma io reagisco, per sicurezza faccio sempre gli scongiuri (in realtà fa gesti molto più espliciti, ndr). Non succede ma se succede...».

Dica la verità, non sente un’atmosfera diversa, la pressione?
«No, anzi, sono gasato. Mi piacerebbe ritornare alla vittoria, manca da un po’. Abbiamo faticato un po’ nelle ultime gare ma stavolta mi sento più fiducioso».

Come mai?
«La squadra ha analizzato i dati e ha visto cose interessanti dal nuovo pacchetto di aggiornamenti. Speriamo di partire con il piede giusto qui. Si tratta di trovare la finestra giusta nella quale far lavorare la macchina. In questo week end avrò l'ala nuova davanti che a Singapore avevo provato soltanto per pochi giri».

Lei sembra sempre tranquillo, qual è il suo segreto?

«Restare me stesso, cercare di godermi ogni momento con la squadra e in pista. Alla fine serve la mentalità giusta, se non ti concentri sul momento i risultati non arrivano. E poi dovevo mandare via tutto il rumore attorno a me».

Lo sentiva forte?

«No, ma da quanto è che si parla di Mondiale? Dal Giappone, da quando sono andato in testa. E poi a Montecarlo... due maroni! Per fortuna ho un gruppo di persone e una famiglia che mi protegge, mi fanno vivere meglio».

Meglio, in che senso?
«Con più leggerezza, pensando a godermi di più le cose. Non posso lamentarmi, faccio ciò che mi piace. Il resto, se faccio le cose bene, viene da sé».

Sul volo di ritorno per Singapore ha sognato la vittoria del titolo, aveva detto che forse ci avrebbe pensato?
«Macché, sono crollato subito sul sedile. Ero cotto, si era rotta anche la borraccia, e quindi non potevo bere».

Almeno ha immaginato quel giorno che arriverà?

«Sì. Però il motto di quest’anno è: “Vivi il momento”. Per raggiungerlo devo vincere, pensare una gara alla volta».

Era a San Antonio a vedere la Nba, da dove nasce questa passione?
«Uno spettacolo, era la mia prima partita dal vivo di Nba a vedere gli Spurs. Il mio preparatore Sergi Avila è appassionato, giocava a basket da giovane. E anche i miei amici di Bologna seguono la Virtus».

Che cosa vi siete detti con Wembanyama?
«Grande Wemby, a forza di parlargli mi è venuto un male al collo... Lui 2 metri e 24, io 1 e 72. E aveva due scarpe grosse come questo tavolo, impressionante».

È pronto a lottare contro Max Verstappen, magari il prossimo Mondiale?
«Sarebbe bello giocarsi il titolo con lui direttamente. Vorrei vedere come cambierebbero le dinamiche. Sarebbe davvero figo e anche tostissimo, non solo contro Max».

Hamilton ha detto: «Kimi merita il Mondiale, è bravissimo». Anche lui ha vinto il titolo al suo secondo anno in F1.
«Ancora! Mi prendo solo i complimenti di Lewis, del resto ne riparliamo»

23 ott 2026 | 07:48