Lele Adani: «Che gioia il Marocco, il Senegal, la Corea del Sud: il Mondiale registra le tendenze del gioco. Ma niente è come Messi»
La pelota no se mancha. La più importante frase della storia del calcio, regalata al mondo da Diego, non smette mai di essere attuale. Se il Mondiale che gli Stati Uniti hanno preteso di organizzare, dopo lo scandalo del «Fifagate», voleva celebrare il trionfo dello show business, scuotendo il sistema, il calcio è rimasto vivo e centrale. Perché nel più importante, e seguito, evento dello sport, quando si va in campo, comanda il campo. E nel terreno di gioco vediamo come le proposte evolvono in ogni parte del mondo, rendendo così questo gioco, ogni giorno che passa, il più planetario.
Che gioia per gli appassionati vedere il Marocco, il Senegal, la Corea del Sud, il Giappone, la Costa d’Avorio, gli stessi Stati Uniti… tutte squadre che esprimono un calcio di conoscenze nelle varianti, nella ricerca, nella continuità, nel coraggio. Perché il Mondiale, con la sua cadenza quadriennale, registra le tendenze del gioco. E il calcio, inequivocabilmente, viaggia verso una direzione chiara, verso una proposta che adesso è propria anche delle squadre che fino a ieri si definivano minori. Il risultato, oggi, se lo vuoi, devi andartelo a prendere, non basta più un «calcio di risposta».
Tutte evolvono, tutte crescono tanto che non è possibile distrarsi un minimo che si rimane indietro (e noi ne sappiamo qualcosa, come Paese…). Vale anche per due centrali difensivi da finale di Champions League, Gabriel e Marquinhos, che possono essere infilati dalla velocità di pensiero e dalla qualità di Brahim Diaz e Ismael Saibari (che poi ti ritrovi in un paio d’ore firmato dal Bayern di Monaco…). Nazionali, queste che lavorano sul gioco e sui giocatori. Ecco allora Bouaddi che si presenta al mondo dominando la gara col Brasile, ecco Yan Diomande, incontenibile contro la difesa dell’Ecuador, essa pure testimone della scorsa finale di Champions (Hincapie, scherzato dall’ivoriano, e Pacho). Ma abbiamo visto giocate d’oro anche dal giovane senegalese Mbaye, 2008, contro altri reduci delle notti europee più importanti (Upamecano e Saliba). E il bloc notes dei giovani talenti sta solo iniziando a riempirsi (abbiamo appena aggiunto Yirenki del Ghana), così come le storie che il calcio sa veicolare: pensiamo alle feste di Kinshasa per il pareggio del Congo col Portogallo, pensiamo alle lacrime di fine gara di Vozinha, il portiere di Capo Verde che ha fermato la Spagna, o alla voce di Marcelo Bielsa, che alimenta ogni giorno le nostre coscienze coi suoi valori. Senza dimenticarci delle superstar che, naturalmente, considerano la Coppa del Mondo, il momento più alto della loro carriera, e quindi ci tengono maledettamente a imprimere da subito un timbro speciale: ed ecco le gemme di Mbappé, Vinicius Junior, Haaland, Kane. Sopra tutti, Leo Messi, con una tripletta che a quei poveri di spirito che provavano a snobbare l’evento, ha ricordato che al Mondiale non si può e non si deve rinunciare. Prendendo a prestito, e sottoscrivendo, la frase dell’immortale Cesar Luis Menotti, «cos’è la bellezza? quello che fa Messi», noi aggiungeremo una postilla: guardare il Mondiale.
20 giu 2026 | 07:15