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Leo Dell'Orco: «Il Triplete un'impresa mai vista con la lezione di Giorgio. Poeta mi ha sorpreso, è uno degli scudetti più belli»

Leo Dell'Orco: «Il Triplete un'impresa mai vista con la lezione di Giorgio. Poeta mi ha sorpreso, è uno degli scudetti più belli»

Leo Dell’Orco, la sua Olimpia è di nuovo campione d’Italia. Confessi, è stato lo scudetto più faticoso?
«Non ricordo scudetti facili. Ne abbiamo vinti due alla settima partita. In realtà sul campo siamo stati molto belli e una o due battute a vuoto come in gara 3 con Venezia non modificano il mio giudizio. La squadra negli ultimi due mesi ha giocato bene e meritato la vittoria. Fa impressione pensare che sia lo scudetto numero 32 in 90 anni di storia, significa più di uno ogni tre anni, una media altissima. E fa impressione e mi inorgoglisce aver realizzato il Triplete. L’Olimpia ha una storia incredibile ma questa impresa non l’aveva mai realizzata».

A chi lo dedica?
«Al gruppo, che ha saputo restare unito, con senso di appartenenza e fiducia nel lavoro. Ai nostri tifosi, che ci hanno sostenuto sempre, anche nei momenti difficili. E non ultimo a Giorgio, che ne sarebbe felice e orgoglioso».

Il punto chiave di questo scudetto?
«Ne vedo almeno tre».

Ce li dica. Il primo.
«La coesione del gruppo».

Il secondo.
«La capacità di migliorare il rendimento nelle partite più importanti: sembrava il nostro difetto e invece, vedi Coppa Italia e playoff, è stato il nostro punto di forza».

E il terzo.
«La bravura di coach Poeta di farsi aiutare dai giocatori e di far accettare le sue scelte. Non era facile».

Poeta è subentrato in corsa. Come avete affrontato il momento delicato della successione di Ettore Messina?
«Ettore ha dato al club e anche a Poeta metodologia di lavoro, organizzazione e credibilità. Il lavoro che ha svolto resta patrimonio dell’Olimpia, ci guiderà ancora nel futuro. Lui fa parte della nostra storia».

Perché ha deciso di affidare l’Olimpia Milano a Poeta?
«È stata un’intuizione di cui siamo orgogliosi. Vede le cose sia da giocatore sia da allenatore emergente, che sta studiando, migliorando e creando la propria identità».

Che cosa ha visto in lui, quando ha deciso di puntarci?
«Energia, entusiasmo, umanità, capacità di fare gruppo e coinvolgere tutti in campo e fuori».

Quali sono le migliori doti di Poeta?
«Passione e capacità di assumersi le responsabilità. Io non avevo dubbi che fosse già pronto per guidare una squadra di questo livello, ma devo dire che ci ha sorpreso. È pratico, sicuro di sé e non perde mai il controllo».

Come sarà il futuro del gruppo Armani nel basket milanese?
«Guardiamo al futuro con fiducia, nel segno della continuità e con la volontà di continuare a fare bene».

Chi è il giocatore che la diverte di più?
«Non ho giocatori preferiti, il mio sogno è di vedere un giorno un ragazzo del nostro settore giovanile leader della prima squadra. Ne stiamo producendo tanti, speriamo che arrivino al top. Certo, oggi sono affascinato dalla garra di Bolmaro che gioca con energia contagiosa, sia in difesa sia in attacco».

Di che cosa ha bisogno questa squadra per fare un decisivo salto in Europa?
«Mi verrebbe da dire anche di un po’ di fortuna».

Basterebbe quella?
«In un contesto enormemente competitivo come è quello dell’Eurolega l’obiettivo è crescere passo dopo passo».

La Nba sta preparando lo sbarco in Europa. Voi avete prima incontrato Gerry Cardinale, ora invece avete aperto un dialogo con Oaktree. Qual è la vostra posizione su un futuro Nba Europe a Milano?
«Mettiamola così: noi, Olimpia, facciamo parte di Eurolega da anni, in campo e a livello organizzativo, e come tutti i grandi club cestistici d’Europa abbiamo deciso di essere uniti nel costruire un futuro sempre più importante e sostenibile. Se la Nba andrà avanti con il suo progetto, mi auguro che un accordo sia possibile per non disperdere energie e risorse».

Questo scudetto è il diciottesimo trofeo dell’era Armani. Qual è la lezione che ha lasciato il signor Giorgio che lei vuole ricordare in questo anno di trionfi?
«La cultura del lavoro vero: essere concreti, impegnarsi fino in fondo, con costanza e passione. È l’unica via per raggiungere i risultati».

È anche il segreto di un gruppo che ha saputo rigenerarsi?
«Possono cambiare i giocatori ma non cambia la cultura del club. Chi non è più con noi spesso ricorda gli anni vissuti a Milano come i migliori della propria carriera e della propria vita. L’Olimpia ti rimane attaccata addosso. A ogni partita c’è qualcuno della vecchia Olimpia a soffrire ed esultare con noi: Dan Peterson, Dino Meneghin, Art Kenney per esempio, ma anche campioni più recenti come il Chacho Rodriguez e Bruno Cerella ci seguono ancora oggi. Questa cultura sappiamo trasmetterla a chi viene. Per questo anche chi va via alle volte ritorna».

Ci dica: qual è stato il momento più emozionante nei suoi anni alla guida dell’Olimpia?
«Tutti i risultati raggiunti hanno rappresentato dei momenti importanti e altrettanto emozionanti, ma se proprio devo scegliere il momento che ha segnato una svolta particolare, sicuramente il ritorno dell’Olimpia Milano alle Final Four di EuroLeague nel 2021. Dopo quasi trent’anni, riportare il club tra le prime quattro d’Europa è stato speciale: ha messo fine a una lunga attesa e ha premiato il lavoro iniziato con l’arrivo di Ettore Messina e gli investimenti fatti».

E quest’ultimo scudetto dove lo mettiamo?
«Molto in alto, sicuramente. L’abbiamo conquistato alla fine di una stagione impegnativa, è stato molto emozionante. Ma mi ha lasciato anche un dispiacere…».

Quale?
«Non poterne condividere la gioia con Giorgio».

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