Perché Alcaraz si allena con l'occhio bendato verso il ritorno in campo: coordinazione, reattività e nuovi colpi segreti
Non è la benda nera da pirata che Silvio Baldini fece indossare ai calciatori dell’Under 21 per potenziare percezione periferica e reattività. La funzione, però, è similare. È un cono di plastica morbida, bucherellato perché non si crei condensa, montato sull’occhio (destro) dominante di Carlos Alcaraz durante un allenamento a El Palmar, casa, uno degli ultimi prima del ritorno nel circuito Atp dopo l’infortunio al polso. Carlitos, ultimo indirizzo agonistico conosciuto il primo turno vinto con Virtanen a Barcellona il 14 aprile scorso, è atteso a Cincinnati dal 13 agosto. In Ohio ritroverà Jannik Sinner da testa di serie n.2 del settimo Master 1000 stagionale: per un anticipo nel calendario, infatti, i punti del Canada scadono una settimana prima, Zverev semifinalista nel 2025 ne perde 400, retrocedendo al n.3 alle spalle di Alcaraz. A Cincinnati, se confermasse la presenza, i predestinati potrebbero sfidarsi solo in finale, come l’anno scorso. Dallo stop forzato, saranno passati quattro mesi abbondanti.
La rifinitura della forma fisica, in attesa di ritrovare il ritmo partita e mentre Jannik lavora sui campi in veloce del Montecarlo Country Club, passa anche dagli esercizi di occlusione visiva, tecnica avanzata inserita nello sport vision training che l’Istituto superiore di formazione Roberto Lombardi della Fitp prevede dal 2012. «Tutti abbiamo lateralità, o dominanze: negli arti superiori e inferiori e anche negli occhi — spiega il direttore Michelangelo Dell’Edera, team manager dell’Italia tre volte vincitrice della Coppa Davis —. L’occhio dominante è detto tecnico, quello non dominante lo chiamiamo tattico: ha il compito di fornire informazioni al servizio nervoso centrale su ciò che avviene nel campo periferico mentre l’occhio tecnico fissa la palla in tutte le azioni di gioco». Coprire a Carlitos l’occhio dominante e farlo giocare bendato, significa insegnargli senza insegnare. Il corpo è costretto ad adattarsi immediatamente a una nuova giocata, rimodulando la stance, cioè l’assetto al momento dell’impatto con la palla, a partire dalla posizione dei piedi. È un lavoro di coordinazione occhio-mano e di pulizia profonda dei colpi, probabilmente conseguente a una presa della racchetta modificata in seguito al lungo e delicato infortunio (infiammazione della guaina sinoviale e del tendine). Già Nick Bollettieri, il maestro dei maestri, includeva l’occlusione visiva nelle sue tecniche di coaching. «Non c’è top player al mondo che non alleni l’analizzatore ottico — spiega Dell’Edera —, incluso Sinner, anche se a differenza di Alcaraz non si è mai fatto riprendere in campo».
Trent’anni fa non c’erano queste conoscenze scientifiche, ma nemmeno le stesse esigenze: la rivoluzione tecnologica degli anni 80, cioè il passaggio dalle racchette in legno a quelle in grafite e poi in carbonio, ha reso il tennis sempre più violento e veloce. «Benché lo preferirebbero, oggi i giocatori non hanno il tempo materiale di giocare in neutral stance: affiancandosi avrebbero più controllo motorio e precisione del gesto, sia di dritto che di rovescio, ma non è più possibile. Sono obbligati dalle dinamiche del gioco a colpire in open stance, frontali alla rete, con un grip molto esasperato». E gli occhi, sia quello tecnico che quello tattico, sono costretti a coprire ed elaborare in un nanosecondo tutto il campo di gioco, dove si svolge l’azione. Alle dinamiche del tennis in rapido mutamento, si è aggiunto un fenomeno sociale: l’iperconnessione. «La società moderna limita lo sviluppo dell’occhio non dominante costringendoci a fissare con l’occhio tecnico il telefonino, cioè un bersaglio fisso, da molto vicino. E l’occhio tattico, non utilizzato, inevitabilmente si impigrisce».
Sotto le treccine che Carlitos ha chiesto al barbiere di fiducia Victor, insomma, frullano nuove idee, probabilmente nuovi colpi: «Alcaraz ha certamente approfittato di questo periodo per provare cose nuove e cambiare qualcosa» è il parere da tecnico di Dell’Edera. In passato l’ha fatto anche Sinner: dopo l’eliminazione prematura al Roland Garros 2023 modificò la posizione dei piedi al servizio, durante i tre mesi di sospensione per le conseguenze del clostebol registrò tutti i colpi, dopo il kappaò dell’anno scorso a New York con Alcaraz intervenne su lancio di palla e mulinello del servizio. I predestinati sono cantieri aperti in perenne movimento. «Contiamo di portare Jannik al picco della forma tra i 28 e i 30 anni» ha detto coach Cahill a Wimbledon, a margine della riconquista del titolo più importante del tennis. E non è un mistero che il team Alcaraz abbia intenzioni simili: il recupero dall’infortunio al polso è stato gestito con i piedi di piombo, senza affrettare i tempi, proprio per garantire allo spagnolo un futuro lungo e luminoso.
Anche i veterani, però, non stanno a guardare. Sempre all’avanguardia e disposto a sperimentare nuove tecniche di training, Novak Djokovic è stato tra i primi ad affilare lo sguardo. «Guardatelo quando aspetta la risposta al servizio — fa notare Dell’Edera —. Vedrete che Novak muove le sopracciglia, strabuzza gli occhi, li rotea». No, non sono i tic del migliore. «È il Djoker che si attiva e dice al suo cervello: mandami le informazioni giuste in fatto di velocità, direzione e angolo del servizio dell’avversario».
3 ago 2026 | 07:18