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Più pensioni che investimenti: perché senza crescita dovremo dire addio al welfare

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Il welfare italiano assorbe due terzi della spesa pubblica, ma destina appena 12 euro su 100 a interventi che il Rapporto Welfare Italia 2026, realizzato dal Think Tank promosso da Unipol in collaborazione con Teha Group, classifica come investimenti per il futuro. Gli altri 88 finanziano la protezione dei bisogni già esistenti. È uno squilibrio che pesa sulle prospettive di un Paese destinato ad avere meno lavoratori e più anziani. Al Welfare Italia Forum, il 20 ottobre a Roma, Carlo Cimbri, presidente di Unipol, ha indicato la condizione economica da cui partire: «Se vogliamo il welfare dobbiamo far crescere il Paese». Per farlo, ha sollecitato la creazione di un mercato unico europeo dei capitali, capace di indirizzare il risparmio verso le imprese e gli investimenti produttivi.

Nel 2025 la spesa pubblica per il welfare ha raggiunto i 693 miliardi, pari al 60% della spesa pubblica complessiva. Secondo Teha, nel 2026 salirà a 715 miliardi, con la previdenza che assorbirà il 49,5% delle risorse. La concentrazione si riflette anche nella composizione della spesa rispetto agli altri Paesi europei. In rapporto al Pil, l’Italia destina alle pensioni il 16,3% contro il 12,5% dell’Eurozona, mentre investe meno nelle altre componenti. Per le politiche sociali la quota è del 4,8% contro il 7,3%, per l’istruzione del 4% contro il 4,6% e per la sanità del 6,6% contro il 7,5%. La quota di welfare destinata alla «costruzione del futuro», invece, è del 12%, contro il 15,4% medio dell’Ue.
La crescente incidenza della previdenza emerge con chiarezza osservando come è cambiata la spesa dal 2021 a oggi. In cinque anni, le risorse destinate alle pensioni passano da 286,3 a 352,4 miliardi, la sanità da 128,4 a 148,5, l’istruzione da 77,2 a 95 e le politiche sociali da 111,6 a 119,3. Sul totale della spesa per il welfare, il peso della previdenza aumenta dal 47,4% al 49,5%, mentre quello delle politiche sociali scende dal 18,5% al 16,7%.
Sull’uso delle risorse Cimbri ha chiesto selettività: «Gli interventi a pioggia che abbiamo visto nel periodo del Covid sono qualcosa che, come Paese, non possiamo permetterci. Quando si hanno risorse limitate bisogna utilizzarle in modo più efficace, altrimenti si fanno interventi che all’apparenza danno beneficio ma in realtà non arrivano a chi effettivamente ha bisogno».
A pesare sulle prospettive del welfare è anche il declino demografico. Nel 2025 sono nati appena 355 mila bambini, contro 652 mila decessi. La popolazione, passata dai 60,2 milioni del 2016 agli attuali 58,9 milioni, potrebbe ridursi ulteriormente a 54,9 milioni nel 2050. Nello scenario esaminato da Teha, le persone in età lavorativa diminuirebbero di 3,6 milioni entro il 2040 e di sei milioni entro il 2050. A parità delle altre condizioni, la perdita potenziale di Pil sarebbe rispettivamente del 6,4% e del 10,7%. Il rapporto tra over 65 e persone tra 15 e 64 anni, secondo le proiezioni riportate nello studio, passerebbe inoltre da 39 a 64 anziani ogni 100 persone in età lavorativa.
Il sistema rischia così di diventare economicamente insostenibile: la spesa necessaria per mantenerlo potrebbe crescere molto più della capacità del Paese di finanziarla. Secondo le simulazioni del Think Tank, se proseguissero le tendenze dell’ultimo decennio, il costo complessivo potrebbe superare i mille miliardi nel 2037 e raggiungere 1.591,9 miliardi nel 2050. Una crescita che, in assenza di un adeguato sviluppo economico, potrebbe costringere lo Stato a ridurre le prestazioni, aumentare il prelievo fiscale o ricorrere a nuovo debito. Una prospettiva resa ancora più problematica dal peso dell’indebitamento pubblico, che nel 2025 ha raggiunto 3.096 miliardi, pari al 137,1% del Pil, con una spesa per interessi di 87,1 miliardi.

Per contenere questi rischi, il rapporto propone due strategie nazionali. La prima punta a rafforzare l’assistenza domiciliare, ampliare la copertura contro la non autosufficienza e investire nella prevenzione, per intervenire prima che le condizioni di salute richiedano cure più onerose. La seconda è rivolta ai giovani: interventi per favorire l’ingresso nel mercato del lavoro, migliorare la qualità dell’occupazione e facilitare l’autonomia abitativa. L’obiettivo è sostenere la partecipazione economica delle nuove generazioni, contrastando la progressiva riduzione della popolazione attiva.
Per Cimbri, però, la sostenibilità del welfare dipende soprattutto dalla capacità di produrre più ricchezza: «Oggi la nostra direzione è allocare il risparmio a sostegno del nostro debito, però dobbiamo fare qualcosa di diverso. Bisogna canalizzare il risparmio verso gli investimenti produttivi e favorire la cultura del fare impresa. È il modo in cui la società cresce perché crea lavoro, welfare e ricchezza».