Una volta era appena rientrato da un viaggio in Cina dove era stato invitato per tenere alcune conferenze. Ma il professor Natalino Irti è stato sempre un uomo curioso di comprendere il mondo, di individuare il senso che il diritto, con la sua forma, cerca di dare a tempi spesso confusi, e così tornò raccontando quali fossero in realtà le linee guida del sistema giuridico cinese. C’era sempre qualcosa da imparare. Era nato ad Avezzano il 5 aprile del 1936, allievo del professor Emilio Betti. Vince il concorso per la cattedra a 32 anni. Una lunga carriera accademica in giro per l’Italia, da Sassari a Torino. Poi nel 1977 la chiamata alla facoltà di giurisprudenza della Sapienza a Roma. L’accademia e l’impegno, sia professionale che pubblico, politico.
Per due anni è stato anche consigliere comunale di Roma, nelle liste del Partito Liberale. Un’area culturale, più che di partito, in realtà per lui. Per molte aziende di Stato e private è stato molto di più di un consulente, ma la persona decisiva negli snodi. Come quando ebbe l’incarico di vicepresidente dell’Enel nella fase di trasformazione. Fece in modo che nello statuto si inserisse un principio in base al quale l’Enel non potesse gestire attività finanziarie. Il motivo? Con i flussi di cassa giganteschi di quella società avrebbe potuto distorcere il mercato. Ecco, Irti. Regole e bene comune.
Nella stagione delle privatizzazioni, che ha cambiato il volto del Paese e che ora molti tendono a considerare un passo indietro, lui partecipò al comitato che ne dettò le linee, che ne indicò il percorso. Cominciato con la cessione delle banche, Credit e Comit. E lui del Credit è stato presidente. Studio e impegno, come nel consiglio di amministrazione dell’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri). Accademico dei Lincei, a lungo presidente dell’Istituto Italiano per gli studi Storici. E proprio all’Istituto fondato da Benedetto Croce, Irti qualche anno fa organizzò una serie di incontri che mettevano in dialogo un professore tecnologico ed un umanista. Esperti di intelligenza artificiale e filosofi, perché diceva lui, il confine tra scienza e umanesimo davvero non esiste. Sono mondi che devono dialogare.
Qualche tempo fa, a proposito dei brevetti, dell’innovazione scientifica aveva sostenuto che «è un’eredità stringente, ma forse il cammino, che appena s’intravede, sta proprio nel carattere planetario della ricerca scientifica, e perciò nella “sprivatizzazione” dei suoi risultati. Alla comunità scientifica corrisponderebbe, nei campi di più evidente e condiviso interesse generale, la comunione dei risultati insieme conseguiti». Pensate al dominio privato dell’intelligenza artificiale.
Il diritto, che in questi tempi infastidisce i potenti perché detta i confini e stabilisce le libertà che non si possono oltrepassare, per il professore emerito era come uno scudo. La libertà di dire no, come faceva Bartleby lo scrivano di Herman Melville. «Le norme appartengono alle situazioni di vita, che ci chiamano alla scelta, e sollevano l’alternativa del sì e del no. Ogni norma come proposizione imperativa di un fare o non fare, implica un autore e un destinatario, a cui si rivolge l’appello all’osservanza, al quale cioè si schiudono le possibilità dell’obbedire e del disobbedire». Un timore, il suo, per l’assedio della tecno-economia. Le sue riflessioni pubblicate sul «Corriere» e sul «Sole24 ore» erano diventate un appuntamento con un punto di vista sempre denso e mai prevedibile. Amava scrivere. Dal suo «Elogio del diritto» con Massimo Cacciari all’ultimo «Sguardi nel sottosuolo».
Un giurista-umanista che dopo la morte del figlio Nicola aveva creato una fondazione a suo nome che ha siglato un protocollo con il Consiglio superiore della Magistratura e il ministero della Giustizia per «promuovere percorsi di cultura generale e di formazione civile in favore dei soggetti in esecuzione di pena». Ecco, l’impegno. L’avvocato delle cause più controverse del paese, come il contenzioso Imi-Rovelli, Exor-Fiat. Nei giorni del Covid diceva: «E’ destino dei giuristi accompagnare la vita sociale anche nei giorni più bui e dolorosi. Così abbiamo osservato, in questi mesi, un torbido fiume di norme, che l’andamento stesso del virus rendeva vaganti, mutevoli, incerte. Ed ora proviamo a guardare nel “dopo”, che non sarà un banale ritorno al “prima”, uno scrollarsi di mente la pandemia, riducendola a una parentesi storica e riponendola fra i non lieti ricordi del 2020». Un uomo del Novecento profondamente dedicato a come preservare l’umanità del futuro.
11 giu 2026 | 21:57