Nella notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre le lancette tornano ancora una volta indietro: alle 3 del mattino saranno di nuovo le 2 e l’Italia dormirà un’ora in più. È un regalo vero, anche se con una «tassa» allegata: da lunedì il buio arriva infatti prima e con lui la sensazione che la giornata sia finita quando è ancora pomeriggio. Intanto, mentre ci prepariamo a questo piccolo rito d’autunno, c’è chi discute seriamente di abolirlo.
Per chi ha smartphone, tablet e computer non cambia nulla: pensano a tutto loro, a patto che la regolazione automatica di data e ora sia attiva. Toccherà a noi sistemare gli orologi analogici, le sveglie tradizionali e qualche elettrodomestico ostinato. La regola resta quella di sempre: a ottobre le lancette vanno indietro, a marzo avanti.
Chi di solito si alza alle 7 può lasciare la sveglia dov’è e guadagnare, almeno in teoria, un’ora di sonno. Poi arriva il conto: il sole sorgerà e tramonterà un’ora prima secondo l’orologio, con più luce al mattino e più buio all’uscita dal lavoro. Il prossimo appuntamento è domenica 28 marzo 2027, quando tornerà l’ora legale.
Un’ora sembra poco, eppure l’orologio biologico, che prende il tempo dalla luce più che dai quadranti, non si adegua per decreto. Per qualche giorno possono slittare il sonno, i pasti e la stanchezza: secondo i Cdc statunitensi l’adattamento può richiedere fino a una settimana. Il passaggio d’autunno è di solito più clemente di quello di primavera, quando si perde un’ora, ma ognuno reagisce a modo suo.
Il consiglio è poco rivoluzionario e per questo efficace: orari regolari, niente sonno arretrato da accumulare e, volendo, qualche piccolo spostamento nei giorni precedenti.
Il cambio d’ora esiste per una ragione che affonda nei tempi delle crisi energetiche e dell’austerity: risparmiare energia. Le stime di Terna per il 2026 parlano di circa 302 milioni di kilowattora in meno nei sette mesi di ora legale, pari a 80 milioni di euro, a 142 mila tonnellate di CO₂ evitate e al fabbisogno annuo di circa 115 mila famiglie. Tra il 2004 e il 2025 il risparmio cumulato supera i 12 miliardi di kilowattora, circa 2,3 miliardi di euro.
Sono numeri importanti, ma vanno letti con prudenza. Quelli di quest’anno sono una stima, non un consuntivo, e il vantaggio si è assottigliato da quando lampadine a basso consumo e tecnologie più efficienti hanno ridotto il peso dell’illuminazione. La domanda di elettricità, intanto, corre: a settembre i consumi sono cresciuti del 6,5% rispetto a un anno prima, il livello più alto per quel mese dal 2014.
Nel 2018 la Commissione europea chiese ai cittadini se volessero smettere di spostare le lancette: risposero in 4,6 milioni e l’84% disse sì. Non era un sondaggio rappresentativo, ma bastò a far partire una proposta, approvata dal Parlamento europeo nel 2019. Poi il silenzio: al Consiglio Ue i governi non hanno trovato un accordo, e il dossier è fermo da allora.
Il problema non è solo decidere se smettere, ma cosa tenere e come muoversi insieme. Se ogni Paese scegliesse per conto suo, il mercato unico si ritroverebbe con un mosaico di orari, a danno di trasporti, logistica e comunicazioni. A febbraio la Commissione ha avviato un nuovo studio, atteso entro fine anno. Per ora non c’è né una decisione né un calendario.
Il 15 ottobre alla Camera è stata presentata una risoluzione che chiede al governo di sostenere in Europa l’ora legale permanente e un’eventuale sperimentazione continentale, con il monitoraggio degli effetti su salute, economia e consumi. Nasce da un’indagine della commissione Attività produttive, il cui documento finale è stato approvato all’unanimità il 1° ottobre, e da una petizione di Sima e Consumerismo No Profit che ha raccolto quasi 360 mila firme.
L’Italia, però, non può muoversi da sola: la direttiva in vigore impone il cambio stagionale, senza deroghe nemmeno per una sperimentazione nazionale. Secondo le stime citate, l’ora legale anche d’inverno farebbe risparmiare altri 160 milioni di kilowattora, per un totale di 462 milioni: uno scenario ipotetico, e comunque una piccola frazione dei consumi elettrici del Paese.
Abolire il cambio non significa scegliere l’ora legale. Su un punto c’è ampio consenso: i due cambi annuali possono disturbare sonno e ritmi biologici. Sul resto ci si divide. Chi sostiene l’ora legale permanente guarda alle serate più luminose, buone per commercio, ristorazione, turismo e sport all’aperto. Molti specialisti della medicina del sonno, tra cui l’American Academy of Sleep Medicine, preferiscono invece l’ora solare tutto l’anno, più in sintonia con la luce del mattino.
Il prezzo dell’ora legale d’inverno si misura in albe: al solstizio il sole sorgerebbe alle 9.04 a Torino, alle 9 a Milano, alle 8.34 a Roma e alle 8.23 a Napoli. Non si guadagnano ore di luce, si spostano dal mattino alla sera.
Chi sposta le lancette è ormai una minoranza: secondo Timeanddate, nel 2026 il cambio stagionale si applica in 70 Paesi e territori, mentre in 178 no. Il Giappone lo ha abolito nel 1952, la Cina nel 1992; Russia, Brasile e Messico hanno smesso più di recente. Anche gli Stati Uniti sono in pieno dibattito: a luglio la Camera ha approvato il Sunshine Protection Act, che renderebbe permanente l’ora legale, ma il testo attende ancora il Senato. E c’è un precedente che consiglia prudenza: nel 1974 l’esperimento fu interrotto dopo le proteste per le mattine troppo buie.
Gli americani, tra l’altro, cambieranno ora solo il 1° novembre: per una settimana tra Roma e New York ci saranno cinque ore di differenza anziché sei.
Per ora, dunque, nulla cambia. Domenica guadagneremo un’ora di sonno, perderemo un’ora di luce al tramonto e a marzo torneremo ad anticipare gli orologi. Ma la discussione è tornata viva, e la prossima mossa spetta a Bruxelles: lo studio della Commissione, atteso entro fine anno, potrebbe riaprire la partita.
24 ottobre 2026, 09:47 - Aggiornata il 24 ottobre 2026 , 09:47