Ho incontrato David Hockney pochi anni fa nella sua casa di Los Angeles, dove c’è la famosa piscina che appare in diversi del suoi dipinti più caratteristici. Vedere la piscina mi ha fatto un'impressione curiosa di irrealtà: un po’ come trovare la Gioconda seduta a cena, a casa di un amico. Per un attimo mi sono chiesto se non stessi sognando. Del resto tutta l’arte di Hockney ha qualcosa di realistico e qualcosa di onirico… era la piscina dei dipinti che copiava la piscina che vedevo, o la piscina che vedevo che copiava la piscina dei dipinti?
Hockey era anziano, ma vivacissimo, con gli occhi scintillanti e una curiosità pungente. Mi ha accompagnato nel suo vasto studio e mi ha mostrato un enorme dipinto che stava completando. Mi ha indicato le distorsioni dello spazio nel dipinto, e voleva sapere delle distorsioni dello spazio studiate dalla fisica. Si era messo in contatto con me dopo aver letto un breve pezzo che avevo pubblicato su un giornale americano mandandomi una mail che iniziava con queste parole: «Sono un pittore ottantenne. Mi farebbe piacere poter scambiare qualche parola con lei su una questione che riguarda le distorsioni dello spazio».
Il più celebrato artista contemporaneo si presenta con le parole «Sono un pittore ottantenne». Il suo nome appariva solo alla fine del lungo messaggio. Per fortuna sono arrivato a leggere tutto fino alla fine. Per caso dovevo andare in California per una conferenza qualche settimana dopo. Gliel’ho detto e lui mi hai subito invitato a casa sua.
Nella grande casa, disordinata e colorata, con i suoi assistenti e qualche amico, l’atmosfera era rilassatissima e cordiale; a tavola cibi semplici improvvisati. Pane, formaggio e qualche verdura. Mi ha ricordato l’atmosfera delle case di amici della mia giovinezza, quando si viveva insieme in case aperte.
D’altra parte, tutta l’arte di Hockney mi ricorda quel periodo: la sento come l’arte della mia generazione: un’arte di colori chiari e quasi lisergici, di gioco e di leggerezza, che percepisce la realtà come un fragile velo. È un’arte che parla naturalmente alla mia generazione, o almeno alla tribù di quella generazione che è stata la mia. A casa sua mi sono sentito come in visita a un compagno che ancora non conoscevo, ma della mia stessa tribù. Un fratello maggiore che non avevo mai incontrato, ma da cui in fondo avevo già imparato… Lui era affettuoso, dolce, appena un po’ sperso per la sordità e l’età, ma bruciava di passione, di voglia di comunicare, di voglia di scoprire.
Gli ho chiesto come si sentiva a essere un artista che ha ricevuto riconoscimenti così vasti. Gli ho chiesto se fosse felice della sua vita, e di cosa fosse più orgoglioso. Ci ha pensato un poco e mi ha risposto che in realtà quello a cui teneva era quello che voleva ancora fare. Ha ricominciato a parlarmi di come completare il dipinto che avevano davanti. Voleva catturare lo spazio come lo percepiamo, non quello incasellato dai metri e dalle squadre, quello…. vero…. Chiedeva come fare a me, che ovviamente non avevo alcuna idea di come rispondere… A ottant’anni, il più celebrato pittore vivente pensava al futuro come un giovane artista che deve ancora cominciare, non pensava al passato. Mi ha ricordato Socrate che il giorno prima di morire voleva imparare a suonare il flauto.
Grazie, David, per averci saputo mostrare un altro aspetto della realtà. Il tuo sguardo nuovo è diventato il nostro e resta con noi.
13 giugno 2026, 12:35 - Aggiornata il 13 giugno 2026 , 12:52