Charlie Hebdo, la vignetta choc sul lutto di Deschamps. La Francia si indigna: «Terribile»
C’è una linea che separa la satira dal cattivo gusto. Non è netta, non è precisa. E forse è proprio per questo che, ogni volta che qualcuno sembra oltrepassarla, la Francia si ritrova a discutere di libertà, limiti e cattivo gusto. È successo ancora. Stavolta il protagonista involontario è Didier Deschamps.
L’uomo che ha portato la Francia sul tetto del mondo, il commissario tecnico dei Bleus, nei giorni scorsi aveva lasciato il ritiro della Nazionale per accompagnare la madre nell’ultimo viaggio. Un lutto privato, consumato lontano dai riflettori. Almeno fino all’uscita dell’ultimo numero di Charlie Hebdo. La vignetta non concede spazio all’immaginazione. Deschamps sorride mentre alza al cielo quello che sembra un trofeo. La didascalia recita: « Didier Deschamps ramène la Coupe à la maison» («Didier Deschamps porta a casa la Coppa»). Ma non è la Coppa del Mondo. Non è un trofeo. È un’urna funeraria. Sopra, una sola parola: «Maman».
L’immagine è diventata virale in Francia e nel mondo. I social si sono riempiti di messaggi indignati, commenti rabbiosi, accuse. Per molti è una vignetta che non fa sorridere. Fa soltanto male. «Terribile», scrivono in tanti. Charlie Hebdo, però, non è un giornale nato per chiedere scusa. Da sempre rivendica il diritto di colpire tutto e tutti, senza eccezioni. Politici, religioni, monarchie, presidenti, papi, terroristi. E anche il dolore, quando diventa cronaca. È il prezzo della satira assoluta, quella che rifiuta qualsiasi zona franca. Charlie Hebdo è sempre stato questo: irriverente, provocatorio, spesso brutale. Ma questa volta qualcosa sembra diverso.
Perché il bersaglio non è una scelta politica o un simbolo del potere. È il dolore di un figlio. Ed è proprio qui che si concentra la polemica. La domanda è un’altra: tutto ciò che è lecito è anche opportuno?
Il caso riapre così una discussione che in Francia accompagna il settimanale praticamente dalla sua nascita. Dopo l’attentato jihadista del 2015, il mondo si raccolse dietro uno slogan diventato simbolo della libertà d’espressione: Je suis Charlie. Oggi, sotto la vignetta dedicata a Deschamps, sui social compare sempre più spesso la frase opposta: Je ne suis pas Charlie.
Nel frattempo, Didier Deschamps tace. Nessuna dichiarazione. Nessuna replica.