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Dino Campana, il quaderno sparito: Soffici lo ritrovò (ma non glielo disse mai)

· Culture

«La sparizione del quaderno manoscritto delle poesie di Dino Campana fa parte ormai della leggenda artistica novecentesca, ne è anzi uno degli episodi più coloriti e, dato il personaggio della vittima, perfino più drammatici» scriveva Mario Luzi sul «Corriere della Sera» del 17 giugno 1971, annunciando il ritrovamento tra le carte di Ardengo Soffici, morto nel 1964, di quel manoscritto, definito da Luzi «prezioso incunabolo della nostra poesia moderna». Si trattava del testo scritto a mano che Campana ingenuamente consegnò a Giovanni Papini sul finire del 1913 e che fu poi affidato a Soffici. È storia il fatto che, nonostante le reiterate richieste da parte di Campana, il quadernetto non fu mai restituito al proprietario a motivo di una momentanea irreperibilità, costringendolo a ripartire dalle altre carte rimaste in suo possesso per arrivare alla stesura dei Canti Orfici, pubblicati a Marradi dalla Tipografia Ravagli nell’estate 1914.


Oggi apprendiamo che l’incuria di Soffici verso Campana fu anche maggiore. Non nel 1971 il manoscritto fu ritrovato tra le sue carte e nemmeno nel 1965, come scrisse nel 2002 Luigi Cavallo. No, il manoscritto era in bella vista tra le carte e i libri di Soffici fin dai tardi anni Venti-primi anni Trenta e probabilmente a quell’epoca era stato rintracciato già da tempo. A darne notizia è Giovanni Cavagnini in un contributo inserito nel volume miscellaneo Come lavora il genio, di imminente pubblicazione presso Tempo al Libro di Faenza a cura di Leonardo Chiari e Walter Scarpi (vicepresidente e presidente del Centro studi campaniani di Marradi). Nella sua ricerca, svolta anche negli Stati Uniti e che ha fruttato per altro verso il volume da poco edito da Pacini L’ombra del matto. Mito e memoria di Dino Campana (1932-2025), Cavagnini si è imbattuto in una testimonianza inequivocabile, dovuta alla penna di Peter Michael Riccio (1898-1990). In un volume del 1938, Italian Authors of Today, rimasto sconosciuto alla bibliografia su Campana, Riccio dimostra di aver potuto vedere, in una data collocabile tra il 1927 (Campana ancora vivo) e il 1933 (l’anno dopo la morte del poeta), nella casa di Soffici a Poggio a Caiano il manoscritto de Il più lungo giorno, come si intitola il diretto antecedente del libro che nel 1914 avrebbe mutato nome in Canti Orfici. 

Ne siamo certi perché Riccio riporta le citazioni in esergo da Nietzsche e da Soffici presenti solo nel manoscritto e assenti nelle edizioni dei Canti Orfici del 1914 e del 1928. Insomma nel 1927 o nel 1933 Riccio ebbe tra le mani, discorrendone con Soffici, il manoscritto di cui Luzi avrebbe annunciato il ritrovamento nel 1971. Non solo: l’italianista americano accenna anche a un’ipotizzata visita a Campana, internato a Castel Pulci, proposta da Carlo Carrà, ma sconsigliata da Soffici, poco prima della morte del poeta. È perciò storico che Soffici avrebbe potuto restituire a Campana ancora in vita il manoscritto o almeno renderlo alla famiglia nel periodo immediatamente successivo alla sua morte. Ma non lo fece. Le ragioni andrebbero forse cercate nell’imbarazzo del depositario di quel quaderno, la cui perdita contribuì probabilmente al delirio del poeta.


Quando Il più lungo giorno, dopo l’annuncio di Luzi, fu pubblicato da Domenico De Robertis nel 1973 (poi è stato riedito da Stefano Giovannuzzi nel 2004 e infine compreso nel Meridiano Mondadori dell’Opera in versi e in prosa, curato da Gianni Turchetta nel 2024, ma si ricordi anche l’edizione critica dei Canti Orfici allestita da Giorgio Grillo nel 1990), si vide che esso era un anello — essenziale, come lo definì Fiorenza Ceragioli — del processo che conduce ai Canti Orfici. Impossibile, si disse, che Campana avesse veramente riscritto a memoria le sue poesie e prose (ma ne Il più lungo giorno le prose sono solo quattro, anche se decisive, contro le quattordici dei Canti), come pure il poeta aveva lasciato intendere. Certamente Campana si era basato su delle stesure rimaste in mano sua. Ma la perdita fu vissuta dal poeta drammaticamente. Sintetizza a questo proposito Turchetta: «È chiaro che Campana, anche se non ha affatto ricostruito il suo Libro “a memoria”, deve comunque disperatamente rincorrere le carte ancora a sua disposizione per ricomporlo. Sono evidenti l’enormità dello sforzo fatto per riportarsi all’altezza di Il più lungo giorno, l’ansia di avere perduto varianti più avanzate, lo stesso impegno faticoso per rifinire altri testi ancora in lavorazione […]».

Lo stress psicologico appare tanto più evidente se pensiamo alla maniera di comporre del poeta, per minime variazioni. Una volta riemerso, negli anni Settanta appunto, il manoscritto ha permesso di gettare ulteriore luce sul modo di lavorare di Campana, insieme ad altre carte, tutte però meno organiche rispetto a Il più lungo giorno. Quel quaderno di bella copia, pur con delle correzioni, era stato consegnato ai direttori di «Lacerba» per una possibile edizione dell’opera, anche se probabilmente in vista di essa Campana avrebbe rielaborato e fatto aggiunte, come in effetti avvenne nei Canti Orfici (ma a quel punto senza l’appoggio del prezioso anello elaborativo, di cui Campana avvertiva angosciosamente la sottrazione). Appena un esempio delle oscillazioni tra il manoscritto perduto (per l’autore) e i Canti. Il brano compreso nella prosa de La Verna che negli Orfici del ’14 suona così «Dante la sua poesia di movimento, mi torna tutta in memoria. O pellegrino, o pellegrini che pensosi andate!» aveva ne Il più lungo giorno un aspetto in parte diverso: «Riascolto Dante: o pellegrini che pensosi andate: il quinto canto. Tutta la sua poesia è poesia di movimento», dove al riferimento a un celebre sonetto della Vita nuova si aggiunge quello al canto di Paolo e Francesca, anche altrove evocato da Campana. 

Dedito a puntuali rielaborazioni — oltre che ad aggiunte e ristrutturazioni decisive — per arrivare ai Canti Orfici, Campana fu privato dell’appoggio di quel quaderno da lui sentito come decisivo, ritornando a uno stadio redazionale precedente, per riprendere da lì lo slancio che lo avrebbe portato alla composizione di uno dei maggiori libri poetici del Novecento italiano.
Che tale fosse era convinzione profonda di Mario Luzi, a cui non a caso le eredi di Soffici affidarono, in un anno molto avanzato della vicenda, il compito di rendere nota la riemersione del quaderno. Aveva scritto Luzi in un articolo del 1962: «La poesia del nostro tempo vive di un terribile dilemma: o tutto o nulla. Per avere acceso questo dilemma in modo così folgorante, alle origini della nuova poesia italiana sta Dino Campana», parlando poi del «mito» verso cui converge la poesia campaniana come di un «elementare simbolo vitale nella cui profondità e ambiguità si idealizza la potente avventura dell’esistenza». È quella potenza che ancora ci richiama a Campana, non tanto la sua leggenda di irregolare e maudit. Quella potenza di cui il manoscritto de Il più lungo giorno, conservato da circa vent’anni alla Biblioteca Marucelliana di Firenze e visionabile in forma digitalizzata in rete, è una prima espressione.

Il titolo, è stato notato, è una citazione dal D’Annunzio di Forse che sì forse che no, ma rimanda soprattutto alla durata del giorno del solstizio estivo, a un mito di ciclicità, ritorno e rinascita, cui Campana attinse con forza, mettendo peraltro assieme le radici della cultura italiana (artistiche e letterarie) e le grandi novità, i nuovi linguaggi internazionali dell’epoca. Ad esempio, alla poesia di movimento di Dante, Campana unì il flusso delle immagini cinematografiche, evocate con evidenza nella sua opera. Nella prosa de La Notte fa anzi riferimento a una precisa proiezione che vide a Faenza la sera del 21 giugno 1906, giorno del solstizio d’estate. Lo fa presente uno dei contributi inclusi in Come lavora il genio, volume le cui acquisizioni (come il recente ritrovamento di un libro di poesie di Villon usato da Campana come taccuino per annotazioni) saranno oggetto di una conferenza stampa organizzata, in collaborazione con il Centro studi campaniani, dalla neonata Fondazione «Marradi Cultura Dino Campana», di cui è presidente in pectore Riccardo Nencini, prevista a Firenze, presso Palazzo Strozzi, il prossimo 30 luglio. Campana precursore, si intitolava l’articolo di Luzi sopra citato; Campana nostro contemporaneo e fratello, potremmo aggiungere.

Si chiama Fondazione «Marradi Cultura Dino Campana» il nuovo istituto che, in collaborazione con il Centro studi campaniani, il 30 luglio a Firenze, a Palazzo Strozzi, presenterà il volume su Dino Campana, Come lavora il genio. Il cda della neonata fondazione è composto da Simone Magherini, docente di letteratura italiana, da Franco Masotti, operatore culturale, da Riccardo Nencini, storico, scrittore, presidente del Gabinetto Vieusseux, designato alla presidenza. La Fondazione Campana si occupa della organizzazione degli eventi culturali del Comune di Marradi e soprattutto della valorizzazione della figura e dell’opera del «poeta maledetto». È sostenuta dal Comune e dalla Regione Toscana. La sede della fondazione sarà nella casa natale del poeta.

L’articolo di Giovanni Cavagnini sul manoscritto di Campana è nel volume Come lavora il genio. Il Villon ritrovato e altre scoperte nel 140° anniversario della nascita di Dino Campana, a cura di Leonardo Chiari e Walter Scarpi, Centro studi campaniani «Enrico Consolini», Marradi. Il volume, in uscita l’8 agosto per Tempo al Libro (pp. 352, e 30), sarà presentato giovedì 30 luglio a Palazzo Strozzi, a Firenze. Contiene anche testi di Gianni Turchetta, Franco Matacotta, Cino Matacotta, Stefano Fuma-galli, Stefano Drei, Luigi Weber, Alberto Petrucciani, Filippo Milani (qui a sinistra, Ardengo Soffici, 1879-1964).

26 luglio 2026, 12:47 - Aggiornata il 26 luglio 2026 , 12:59