La natura di Ulisse, come l’ha descritta Dante nell’Inferno, è andare «per l’alto mare aperto»: né l’amore per Penelope né la nostalgia per il figlio, dice l’eroe al poeta nel XXVI canto, «vincer potero dentro a me l’ardore» per il sapere e l’ignoto. Addirittura, spinta la nave fino alle colonne d’Ercole tra Gibilterra e Ceuta, al limite del mondo noto, ai suoi marinai stanchi di viaggio l’eroe rivolge l’esortazione più celebre della Commedia: «Fatti non foste a viver come bruti,/ ma per seguir virtute e canoscenza». Quando la nave riprende la sua corsa, quello che vedono è al di là del concepibile: allora niente può fermarli, e proseguono il viaggio spinti dalla fame di sapere, dalla meraviglia per le stelle dell’«altro Polo», dal desiderio di infrangere il mistero del mondo.
La loro fame ha un nome: studiare. Lo spiega l’egregio saggio di Nicola Gardini, Studiare per amore. Gioie e ragioni di un infinito incanto: «Questo tipo di studio non ha scuola; non avviene dentro un’istituzione; non ha materie specifiche». Non che la scuola non sia essenziale, spiega l’autore, anzi è utile a fornire le nozioni note riguardo al sapere pregresso (e può stimolare la curiosità, che è poi la stessa fame di Ulisse), ma la parola studenti è diversa dalla parola studiosi.
Nel libro invece si parla di quello sguardo sempre nuovo che chiunque voglia studiare getta sul mondo, con l’intenzione di osservarlo con attenzione, conoscerlo, smontarlo e rimontarlo. Studiare, precisa Gardini, non significa nemmeno aderire ciecamente al già noto, e ricavarne corollari: il riferimento è all’algoritmo, alle «procedure del digital», spiega il saggio, alle macchine costruite per «ricavare il sapere principalmente dall’analisi del già accaduto e del già pensato». Le colonne d’Ercole di chi studia si trovano invece nell’«alto mare aperto» di Ulisse, oltre i limiti di ciò che è stato catalogato nella memoria di un bot.
L’autore precisa di non essere «nemico della tecnica», ma è convinto che «siamo arrivati a un punto della nostra cosiddetta civiltà in cui, assai più che in qualunque momento del passato, occorra sostenere la necessità di un sapere soggettivo e personale».
Lo studio è il luogo mentale in cui si magnificano gli elementi profondi dell’essere umano: il «so di non sapere» di Socrate, la meraviglia/sgomento davanti al mondo, la fame di novità, tutti sono punti di forza per chi vuol diventare uno studioso. Lo stupore suscita la curiosità, la fame di nuovo ci orienta verso un ambito, l’insufficienza del nostro sapere fa sì che le risposte comuni non bastino a saziarci. Studiare è un moto del cuore, libero e creativo.
Addirittura, il saggio di Gardini non riguarda l’oggetto del sapere (che può essere il mondo intero), bensì si addentra nell’avventura del cercatore di conoscenza, approfondisce i modi per diventare studiosi, e fornisce gli attrezzi indispensabili, spesso immateriali, per il viaggio dell’Ulisse che è in noi.
Mettendo in guardia dall’idea contemporanea di un sapere piegato all’utilità («Chi parla di utilità e di inutilità quando parla di studio antepone il profitto materiale a quello intellettuale e spirituale»). Anche perché seguire sentieri già noti necrotizza gli strumenti più preziosi per lo studio, cioè la curiosità, l’inventiva, la libertà di pensiero: anche la scienza più dura è sempre accompagnata da intuizione e capacità di tentare strade nuove, come mostrano esempi che vanno da Albert Einstein con la relatività a Guido Tonelli con la scoperta del bosone di Higgs.
Inoltre, l’idea che le tecnologie da sole siano in grado di servirci il futuro su un piatto, è un falso problema. «Chi può veramente prevedere il futuro? — scrive Gardini nel libro —. E prevedere è davvero l’obiettivo più alto delle società civili? Al ricordare e all’immaginare che ruolo lasciamo? Al tentare? Al supporre? Al domandare? E all’empatia? All’intuizione? All’introspezione? Alla concentrazione?».
L’autore precisa, a questo punto, cos’è davvero lo studio. Vale l’etimologia: «Studium significa impegno, interesse, zelo, premura, desiderio, trasporto, passione, ambizione». E continua ancora: «Lo studio è l’opposto della distrazione e dell’indifferenza». È prestare attenzione a qualcosa. Ma si badi, avverte Gardini, un’attenzione tutt’altro che bloccata e monolitica: è ascolto, apertura a ciò che ci circonda, speranza di cambiare il mondo, positività, azione. «Troppi giovani — confida —, tra quelli che mi capita di frequentare, si sentono impotenti di fronte alla realtà. Il loro disfattismo morale e intellettuale è un problema molto grave dei nostri giorni».
In questo viaggio di Ulisse, occorre un bagaglio. Ma in valigia si infilano elementi più liberi e leggeri di quel che si crede: la curiosità, la creatività, l’esempio dei classici, una matita per sottolineare, «un po’ di latino e greco, magari»... Ciascun «ingrediente» è raccontato e spiegato da Gardini con esempi illustri ma anche con memorie personali, che danno il senso profondo dell’amore richiamato nel titolo del libro: come il ricordo della casa dell’infanzia, dove l’autore non aveva neppure una cameretta propria per studiare, o la gioia per la prima biblioteca personale, ricavata da uno scaffale infilato in cucina dalla mamma.
Gli ingredienti per lo studio sono ancora molti, e delicatissimi: la solitudine, il silenzio, il sogno, le forme della memoria, spiegata da Gardini come un «ritmo» del pensiero («purtroppo i giochi elettronici, la televisione e il cellulare bloccano le capacità mnemoniche dei bambini, non favorendo alcuna predisposizione al ritmo»).
Sopra ogni altra cosa, lo studio si fa con la lettura, anzi «lo studio è lettura». «Imparate a leggere e saprete che cosa sia lo studio», avverte l’autore. Ma la lettura cui invita è totale, universale, in accordo con quell’ascolto e quell’apertura altrettanto indispensabili: «Lo studioso legge tutto: un libro, la propria anima, quella degli altri, la realtà della strada, la forma di una montagna, un’etimologia, un quadro, una fotografia...».
Per chiudere, saggiamente: «Lo studioso legge il visibile e l’invisibile, il materiale e l’immateriale. Ogni atto di conoscenza è lettura».
Per un mese, a partire da giovedì 27 agosto, sarà possibile acquistare in edicola con il «Corriere della Sera» (al prezzo di euro12,90 oltre al costo del quotidiano) il libro di Nicola Gardini «Studiare per amore. Gioie e ragioni di un infinito incanto». Il libro, pubblicato da Garzanti nel 2024, viene ora riproposto dal «Corriere» in collaborazione con la casa editrice. Il volume di Gardini — scrittore e classicista (docente di Letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford), capace di trasmettere l’amore per i classici e per la cultura come strumenti vivi — è un appassionato elogio dello studio inteso come atto di libertà, scoperta e puro piacere intellettuale, completamente slegato da logiche utilitaristiche, doveri scolastici o imposizioni lavorative. Il primo modo che abbiamo di accedere alla conoscenza, da bambini così come da adulti, è osservare la realtà che ci circonda. «Contemplando un panorama o una rosa, un tempio o un dipinto, un cielo stellato o una poesia — si legge nella quarta di copertina — impariamo infatti a cogliere i rapporti tra le cose e a entrare in contatto con il mondo intorno a noi, sino a esplorarne gli spazi più remoti e nascosti. Ma impariamo anche a sviluppare un rapporto sincero e profondo con noi stessi, a riporre fiducia nell’altro, a esercitare la libertà». Gardini porta il verbo «studiare» fuori dalle aule: affrancato dal senso del dovere e dell’imposizione, lo studente si fa studioso, pronto ad accogliere il dono di infinite possibilità.