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La politica energetica di Donald Trump è, notoriamente, condensata in tre parole: «Drill, baby, drill!». Trivellate, gente, trivellate. Oppure scavate o magari usate il fracking, la fratturazione idraulica delle rocce. Ma, in ogni caso, tirate fuori da sottoterra tutto il carbone, il gas e il petrolio possibile. Se dal conto si escludesse il danno delle emissioni fossili per il pianeta e per chi lo abita (danno che quest'estate di incendi, ondate di calore e temporali e grandinate da paura fa di tutto per ricordarci), il presidente americano potrebbe rivendicare, dal suo punto di vista, qualche successo, visto quanto è aumentata, ad esempio, la vendita dall'estero di gas naturale liquefatto (Gnl) americano (qui un'analisi di Federico Fubini sui rischi di dipendenza europea).
Ma, se si guarda più al futuro che al presente, fanno notare in un intervento su Foreign Affairs Joseph E. Aldy, Motoy Kuno-Lewis e Dustin Tingley, docenti a Harvard e al Massachusetts Institute of Technology, «il fatto è che i sistemi elettrici del futuro dipenderanno meno dagli idrocarburi e più dalle energie rinnovabili e dall'energia nucleare. A prescindere da ciò che alcuni leader a Washington pensano dei cambiamenti climatici, l'energia pulita è ciò che desiderano altri governi e aziende».
Un esempio lo fa, sempre su Foreign Affairs, Mohamed Adow, fondatore e direttore di Power Shift Africa, un think tank di Nairobi sul clima. «La guerra contro l'Iran, lanciata a fine febbraio da Stati Uniti e Israele, sta facendo molto più che scuotere i mercati petroliferi. Sta accelerando la determinazione dei Paesi africani a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati e a orientarsi verso le energie rinnovabili. L'Africa possiede straordinarie risorse solari, eoliche e geotermiche, ma fino agli inizi degli anni 2010 gran parte di questo potenziale era rimasto inutilizzato. La maggior parte degli Stati africani produceva da tempo elettricità utilizzando combustibili fossili e energia idroelettrica, poiché queste tecnologie erano già consolidate, mentre l'energia solare ed eolica erano le novità, costose e inesplorate».
Il primo punto di svolta, spiega Adow, è stata l'invasione russa dell'Ucraina, che ha messo in luce, anche in Africa, la vulnerabilità derivante dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nell'Africa subsahariana, il costo del diesel e di altri carburanti importati è aumentato vertiginosamente, con un incremento delle importazioni superiore al 35% in molti Paesi nel corso di un anno, mettendo a dura prova le finanze pubbliche e facendo lievitare le bollette elettriche per case e imprese. La recente instabilità in Medio Oriente non fa che rafforzare questo senso di vulnerabilità.
E indovinate un po' dove hanno guardato in cerca di un'alternativa: «I Paesi africani si stanno ora orientando verso il modello di sviluppo dello "elettro-Stato" promosso dalla Cina, in cui l'elettricità abbondante e a basso costo proveniente da fonti rinnovabili è alla base dell'industrializzazione e della crescita economica. La Cina sta elettrificando l'Africa attraverso ingenti investimenti nella produzione di energia rinnovabile, nella costruzione di infrastrutture di trasmissione e distribuzione dell'elettricità e nel rendere più accessibili i trasporti elettrici finanziando linee di assemblaggio di veicoli elettrici, reti di scambio batterie e infrastrutture di ricarica. L'Africa è ormai al centro della spinta globale verso le energie pulite, non più alla sua periferia».
Visto che la Cina è, con tutta evidenza, il grande rivale globale degli Stati Uniti, questi ultimi farebbero bene a prendere nota di quella «spinta globale verso le energie pulite». Al momento, secondo i tre accademici (che stanno per pubblicare una ricerca dal titolo «Come Washington può guidare la corsa globale all'energia»), non lo stanno facendo. «Pechino sta attualmente vincendo la corsa per la fornitura di tale energia. I pannelli solari economici di produzione cinese costituiscono la spina dorsale delle infrastrutture per le energie rinnovabili in tutti i continenti. Le turbine prodotte in Cina sono fondamentali per l'energia eolica ovunque, e le aziende cinesi dominano il mercato globale delle batterie. Washington, al contrario, ha raddoppiato i suoi sforzi per produrre e utilizzare costosi combustibili fossili, nonostante la maggior parte del mondo si stia allontanando da essi».
Pechino potrebbe dunque presto dominare il sistema energetico globale. La buona notizia, secondo Aldy, Kuno-Lewis e Tingley, è che Washington ha ancora la possibilità di vincere la competizione. «La Cina può essere all'avanguardia nell'energia solare ed eolica e nella produzione di batterie, ma gli Stati Uniti hanno un vantaggio in altre due tecnologie essenziali: l'energia geotermica avanzata e le nuove tecnologie nucleari. Queste potrebbero addirittura rivelarsi più preziose dell'energia solare ed eolica, poiché si basano su fonti di energia pulita (pulita nel senso delle emissioni climalteranti, per il nucleare resta il problema delle scorie, ndr) indipendenti dalle condizioni meteorologiche». Non sono, cioè, «intermittenti», bensì disponibili 24 ore su 24.
Nemmeno a loro sfugge, ovviamente, la spinta di cui sopra verso le energie green. «Le Filippine e l'Arabia Saudita, ad esempio, hanno posto l'energia pulita al centro delle loro strategie di sviluppo. Le grandi aziende tecnologiche si sono impegnate ad approvvigionarsi di energia pulita per i propri data center: Google ha promesso di alimentare i suoi data center con energia pulita al 100% entro il 2030, e Meta compensa il consumo di elettricità dei suoi data center con energia rinnovabile». Per far fronte alla sfida cinese in campo energetico, gli Stati Uniti hanno diverse opzioni. Ma solo la terza di quelle che i tre accademici indicano può, a loro avviso, funzionare. La prima è competere direttamente con la Cina, come ha tentato di fare l'amministrazione Biden sovvenzionando pannelli solari e veicoli elettrici nell'ambito dell'Inflation Reduction Act del 2022. «Questa opzione, tuttavia, non funzionerà, perché i prezzi bassi a cui la Cina vende le sue infrastrutture per l'energia intermittente sarebbero imbattibili senza straordinari sussidi del governo statunitense».
In alternativa, Washington potrebbe triplicare il suo impegno nei combustibili fossili attraverso una regolamentazione più permissiva e rendendo le esportazioni di idrocarburi più economiche e attraenti sul mercato internazionale. «Questo è, di fatto, l'approccio dell'amministrazione Trump, che si è concentrata sull'espansione della produzione di carbone, gas naturale e petrolio, aprendo l'accesso ai terreni federali per nuove attività minerarie e negoziando accordi sul gas naturale liquefatto con partner asiatici ed europei». Questo approccio, però, si scontra con la spinta globale verso le fonti pulite, di cui sopra: «Gran parte delle riserve mondiali di idrocarburi è custodita in depositi controllati dagli Stati, a cui le aziende statunitensi non possono accedere. Paesi e multinazionali stanno inoltre valutando fonti energetiche alternative, che stanno diventando più economiche dei combustibili fossili e spesso meno vulnerabili a blocchi come quello che attualmente sta strangolando lo Stretto di Hormuz».
La terza via è, appunto, puntare su geotermico e nucleare. «Le recenti innovazioni hanno reso l'installazione di impianti geotermici più semplice che mai. Un tempo, lo sviluppo dell'energia geotermica dipendeva da formazioni geologiche naturali a basse profondità, il che limitava la maggior parte dei siti idonei alle aree vicine all'Anello di Fuoco (Ring of Fire), la fascia di vulcani lunga 40.000 chilometri che circonda l'Oceano Pacifico. Ma nell'ultimo decennio, nuove innovazioni hanno permesso di raggiungere il calore necessario o di creare serbatoi geotermici molto più vicini alla superficie, rendendo l'energia geotermica disponibile in gran parte del mondo. Le trivellazioni rimangono costose, ma i costi si sono quasi dimezzati dall'inizio degli anni 2020. Negli Stati Uniti, hanno continuato a diminuire grazie al progetto FORGE del Dipartimento dell'Energia, un laboratorio sul campo nello Utah per lo sviluppo, la sperimentazione e il miglioramento di nuove tecnologie geotermiche».
C'è un altro vantaggio statunitense in quel campo. «Decenni di innovazione statunitense nel settore petrolifero e del gas hanno generato una base di capitale fisico, catene di approvvigionamento e capacità tecniche facilmente trasferibili alla produzione di energia geotermica. Piattaforme petrolifere, pozzi e attrezzature per la perforazione e il fracking possono essere tutti riconvertiti per la produzione di energia geotermica, compensando così i costi fissi della perforazione. I lavoratori americani del settore petrolifero e del gas, dal canto loro, possiedono già le competenze necessarie per la perforazione sotterranea e lo sviluppo di pozzi».
Gli Usa non sono altrettanto dominanti nel settore dell'energia nucleare. Sono ancora leader nella gestione di grandi reattori nucleari di ultima generazione, ma la Cina sta rapidamente colmando il divario. Gli Stati Uniti hanno 94 centrali nucleari operative, ma nessuna in costruzione. La Cina gestisce attualmente 60 reattori e ne ha 37 in fase di realizzazione. Anche la Russia sta espandendo il proprio parco nucleare: ha 34 grandi reattori in funzione e cinque in costruzione. Sia Pechino che Mosca considerano l'energia nucleare un'opportunità geostrategica e ne sovvenzionano lo sviluppo attraverso prestiti a tassi agevolati, crediti statali e sussidi. In dieci anni, la Cina è riuscita a dimezzare i costi di costruzione delle centrali nucleari tradizionali.
La situazione potrebbe però cambiare con la rivoluzione dei piccoli reattori modulari (Smr). Che poi è una rivoluzione a metà, nel senso che il principio di funzionamento è sostanzialmente lo stesso delle grandi centrali atomiche «tradizionali», ma su una scala ridotta che promette di ridurre tempi, costi e impatti degli impianti. «Mentre la costruzione di un reattore tradizionale negli Stati Uniti può richiedere oltre un decennio e costare più di 10 miliardi di dollari - spiegano Aldy, Kuno-Lewis e Tingley - i piccoli reattori hanno progetti standardizzati che li rendono più economici e veloci da realizzare. Generano fino a 350 megawatt di potenza per unità, circa un terzo della capacità di un reattore nucleare tradizionale, ma le loro dimensioni ridotte e i costi iniziali inferiori li rendono più attraenti per clienti restii a investire massicciamente in megaprogetti nucleari. Attualmente, le aziende americane detengono quasi un terzo dei progetti di piccoli reattori modulari disponibili al pubblico, una cifra superiore a quella di Cina e Russia messe insieme. L'ecosistema del venture capital statunitense ha prodotto una serie di startup ben finanziate, dedicate allo sviluppo di reattori modulari di piccole dimensioni avanzati, tra cui Kairos Power, TerraPower e X-energy».
Soprattutto, pesa il fatto che a spingere gli Smr c'è Big Tech, affamata di energia per i voracissimi data center necessari ad alimentare l'intelligenza artificiale (ne avevamo parlato qui). Ma va detto che anche l'opposizione popolare ai data center sta crescendo (qui un recente articolo di Wired) ed è tutto da vedere se il fatto che ad alimentarli siano centrali nucleari di dimensioni ridotte li renderà più accettabili. In ogni caso, sul nucleare gli Stati Uniti non possono fare da soli, visto che importano il 99% dell'uranio che utilizzano. Sei soli Paesi sono responsabili dell'arricchimento della stragrande maggioranza dell'uranio mondiale, e quasi la metà di tale arricchimento avviene in Russia.
Un piccolo gruppo di aziende in Cina, Giappone e Russia produce i componenti utilizzati per costruire i reattori nucleari. «Gli Stati Uniti e i loro partner dovrebbero investire congiuntamente nella protezione dei propri sistemi di produzione» è il suggerimento dei tre accademici. E un esempio c'è già: la partnership Sapporo 5, attraverso la quale Canada, Francia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti hanno concordato di investire 4 miliardi di dollari nell'approvvigionamento e nell'arricchimento dell'uranio per ridurre l'influenza russa sulle catene di approvvigionamento del combustibile nucleare. «Washington avrà bisogno della cooperazione internazionale anche per garantire che la sua energia nucleare e geotermica possa raggiungere i mercati esteri».
Ma qui arriviamo al principale ostacolo a un'evoluzione nel senso auspicato dai tre accademici: Donald Trump. Per dirla con le parole di Adow (che, dal canto suo, auspica che l'Africa riesca, in materia di energia pulita, a rendersi autonoma sia dagli Stati Uniti che dalla Cina): «L'agenda di Trump per il dominio energetico considera il petrolio e il gas non solo come materie prime, ma come una crociata ideologica. Durante il suo secondo mandato, la sua amministrazione ha promosso freneticamente un aumento delle trivellazioni e ha cercato di smantellare il sostegno allo sviluppo delle energie pulite, sia a livello nazionale che internazionale». Si accorgerà in tempo di quanto possa essere un boomerang? (Se così fosse, anche il pianeta ringrazierebbe sentitamente)
31 lug 2026 | 10:36