Cultura

Guarda, scegli: il museo è sogno. Le visioni di Isaac Julien nello spazio gres art 671

Guarda, scegli: il museo è sogno. Le visioni di Isaac Julien nello spazio gres art 671

«Il tempo non è lineare, è un meraviglioso intreccio in cui in ogni momento possiamo scegliere punti e inventare soluzioni». È una frase ripetuta più volte, in una stanza buia, illuminata solo dalla luce di nove grandi schermi. Lo spettatore non riesce a vedere nello stesso momento tutte le immagini proiettate, può però decidere di muoversi nello spazio facendo delle scelte, spinto dal montaggio o dalle sue sensazioni. L’opera Lina Bo Bardi - A Marvellous Entanglement dell’artista e regista Isaac Julien (Londra, 1960) non mette in scena solo le parole di alcuni scritti dell’architetta italo-brasiliana, autrice di celebri opere architettoniche in Brasile, come il Museu de Arte de São Paulo. In quasi quaranta minuti di video la riflessione sull’«invenzione occidentale della linearità del tempo» si unisce a quella sullo spazio dell’istituzione museale, che, per Bo Bardi come per Julien, deve essere un luogo pulsante di vita. Questa traccia attraversa, da diversi punti di vista, tutte le cinque installazioni filmiche della mostra Museum Dreams, visitabile fino al 4 ottobre presso gres art 671, centro di arte contemporanea a Bergamo.

Coprendo oltre due decenni di ricerca artistica, dal 1999 al 2022, si tratta della prima retrospettiva italiana sul lavoro del filmmaker, nominato cavaliere, «Sir», dalla regina Elisabetta d’Inghilterra nel 2022 per meriti culturali. L’allestimento nell’ex spazio industriale bergamasco (circa 1.300 metri quadrati che gres art 671 dedica alle esposizioni) è pensato da Julien, insieme allo studio Adjaye Associates, ed è parte integrante del messaggio: «Il lavoro di progettazione della mostra è durato un anno, durante il quale, insieme a Julien e a Nathan Ladd, già curatore della sua personale alla Tate di Londra nel 2023, abbiamo selezionato i lavori che riflettessero sui musei e i luoghi dell’arte — racconta Francesca Acquati, direttrice generale di gres art 671 —, questo perché si tratta di una riflessione che noi stessi stiamo portando avanti come luogo di cultura nato da pochi anni sul territorio. Da qui la scelta di creare cinque sale, una per ogni installazione, dove tutto, anche il colore, potesse amplificare il messaggio, senza suggerire però un percorso definito. Abbiamo costruito infatti una piazza centrale nella quale si possono intravedere tutte le opere: sarà poi il pubblico a decidere dove e come muoversi, un approccio democratico e attivo alla fruizione dell’arte, che abbraccia il concetto di “mobile spectator” affrontato nei lavori di Julien».

In mostra troviamo immagini tratte dai video e dal backstage, oltre a negativi e materiali di archivio per approfondire l’analisi. Succede negli spazi dedicati all’opera Once again... (Statues Never Die) del 2022, dove viene sviscerato il tema della memoria culturale e della rappresentazione della diaspora africana nei musei occidentali. Se il lavoro mostra ai visitatori un dialogo tra figure storiche, la rilettura critica della narrazione dell’arte africana avviene tramite la presenza di altri manufatti, posizionati anche fuori dalla stanza della proiezione: «Abbiamo esposto materiali che provengono dall’archivio dell’artista, come foto degli anni Venti e Trenta in America e magazine dell’Harlem Renaissance, movimento in cui si riunirono tutti i grandi artisti e intellettuali afrodiscendenti per ragionare sulla loro storia — prosegue Acquati —. Uno dei protagonisti portati sullo schermo da Julien è lo scultore Richmond Barthé, del quale esponiamo due sculture, chieste in prestito alla Rosenfeld Gallery. A queste aggiungiamo opere di arte africana di un collezionista privato. Tutto ciò permette di proseguire nella riflessione sul colonialismo nell’arte, andando oltre l’installazione filmica».

Nei lavori di Julien non si è mai di fronte a un messaggio su un binario unico, i rimandi sono infatti quasi sempre legati ai grandi temi sociali. Nell’opera a tre canali The Long Road to Mazatlán (1999), ad esempio, si decostruisce l’immaginario legato alla figura del cowboy, mettendo in scena un’analisi sull’identità e il desiderio. In Vagabondia (2000), l’artista esplora gli spazi di costruzione della memoria di un museo, mettendone in luce le inclusioni ed esclusioni, frutto di scelte precise e di narrazioni che sono quindi per forza parziali. Concetto ripreso anche in Baltimore (2003), dove ci si concentra in particolare sulla rappresentazione della cultura afroamericana. «Isaac Julien, figura di riferimento internazionale per l’arte visiva e la ricerca sulle identità, ci onora della possibilità di realizzare la sua prima retrospettiva italiana e ci permette di tornare, dopo due collettive, al racconto monografico di un artista — spiega Roberto Pesenti, presidente di gres art 671 —, creando una mostra che rinnova completamente lo spazio e, ci auguriamo, la percezione che ne si ha». A settembre i temi dell’esposizione saranno trattati in un programma di incontri, performance e in un ciclo di lezioni di cinema, tenute dal critico cinematografico Andrea Chimento di «Longtake», incentrate sui musei e l’architettura nella settima arte, e sulla storia del cinema black. 

Inaugurato nell’anno di Bergamo Brescia Capitale della Cultura 2023, promosso da Fondazione Pesenti Ets e sviluppato da Italmobiliare (che in questo 2026 compie 80 anni), gres art 671 è un centro multidisciplinare dedicato all’arte contemporanea e alla cultura. Nato a Bergamo dalla rigenerazione di tremila metri quadri dell’area industriale dove si trovava il complesso che fu ribattezzato «ex Gres», è parte integrante di Gres Hub, un progetto più ampio che vuole rigenerare oltre 60 mila metri quadrati e ha lo scopo di diventare un luogo di ricerca, di lavoro e di accoglienza in stretta connessione con il centro città e il quartiere che lo ospita. Il forte legame con il territorio lo troviamo anche nel nome: «gres» è il materiale con cui si producevano i tubi in queste zone, «art» simboleggia la rigenerazione urbana attraverso l’arte e la cultura, e il numero «671» rimanda alla statale che costeggia l’ex area industriale. Oltre agli spazi espositivi, al momento in via San Bernardino 141 troviamo anche una terrazza, dove è possibile leggere e studiare, un giardino interno di 600 metri quadrati, un caffè, un bookshop, curato in collaborazione con la casa editrice indipendente Paint It Black, e uno spazio per eventi e incontri. L’edificio, che risale alla metà del secolo scorso, con caratteristiche architettoniche tipiche degli stabilimenti industriali dell’epoca, è stato ristrutturato trasformando il valore originario della struttura senza stravolgerlo, attraverso, ad esempio, la modifica della facciata, mantenendo alcune tracce del suo passato. Tra le mostre precedentemente ospitate negli spazi, nel 2024 l’esposizione dedicata a «Marina Abramovic between breath and fire», a cura di Karol Winiarczyk, e nel 2025 la prima collettiva «de bello. notes on war and peace», a cura di gres art 671 e 2050+, da un’idea di Salvatore Garzillo e Gabriele Micalizzi.  

L’esposizione «Museum Dreams »di Isaac Julien, a cura di Nathan Ladd, è visitabile fino al 4 ottobre presso gres art 671 (via San Bernardino 141, Bergamo). Orari della mostra: da mercoledì a domenica, dalle 10 alle 21 (ultimo ingresso ore 20). Chiuso il lunedì e il martedì (chiusure straordinarie: dal 10 al 25 agosto per chiusura estiva). Costi biglietti: intero 12 euro, ridotto 9 euro, gratuito under 12. Info: gresart671.org.
Isaac Julien (Londra, 1960) è un celebre artista visivo e filmmaker britannico. Dal 2018 è Distinguished Professor of the Arts alla University of California Santa Cruz dove dirige il Moving Image Lab, insieme a Mark Nash
Roberto Pesenti e Francesca Acquati sono rispettivamente presidente e direttrice generale di gres art 671.

11 giu 2026 | 09:30

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