«Pure quando dicono mio figlio, mia figlia, stanno dicendo quasi tutti sempre io». A parlare è Titti, protagonista del nuovo romanzo di Chiara Gamberale, Liberi tutti (Feltrinelli). Maestra di scuola elementare, Titti espone i fatti ai poliziotti che la interrogano. La sua è la ricostruzione di quello che ha preceduto «la tempesta», «la catastrofe». Perché ai bambini della I C della scuola primaria Rocco Carbone (omaggio allo scrittore morto) qualcosa è successo. Ai bambini e ai genitori.
E allora i Manin, genitori di Myriam, lei manager, lui ex musicista e insegnante licenziatosi per favorire la carriera della moglie. I Russo, genitori dei gemelli, detti dalla maestra i Tuttobeeene (per i quali l’apparenza è necessità). Padre chirurgo, madre anestesista, concentratissimi sul lavoro seppur amorevoli coi figli di cui però si occupa la tata (almeno all’inizio).
Quindi Adele Colavita, conduttrice radiofonica, autrice del podcast di successo Saldi, e madre single di Frida nata da fecondazione eterologa.
E gli Aprile, genitori di Achille, padre commercialista, madre proprietaria di un’erboristeria, nonché modello di coppia perfetta: amorevoli, premurosi — (sarà vero?).
Infine i Gallipò, ristoratori, genitori di Teo, che vivono nel ricordo di Rosamaria, la loro primogenita morta di tumore al cervello: Rosamaria che nell’assenza è talmente ingombrante da togliere spazio a Teo (del resto la madre rimane incinta di Teo appena muore Rosamaria).
Gamberale presenta le cinque famiglie coinvolte seminando abilmente mancanze e segreti in un racconto che si fa sociologia del presente, e insieme thriller psicologico che fa pensare a Dieci piccoli indiani di Agatha Christie: anche qui non ci sono innocenti. O meglio: Liberi tutti corre su due piani — quello della tempesta, l’evento con tanto di colpevole; e quello più largo dei rapporti dove la colpa è collettiva.
Gamberale parla di famiglia ma sta parlando di società.
In Liberi tutti c’è un intero mondo di adulti in crisi, ciascuno a modo suo: l’analisi sociologica che dicevamo, il resoconto lucidissimo di una mutazione antropologica. Non è mai malvagità quella dei personaggi, piuttosto difetto, vuoto, distrazione, paura che ricasca sui bambini — ricasco di cui si accorge solo la maestra, perché in questa storia è l’unica a avere una visione esatta dei bambini, mentre i genitori si aggrappano a un’idea, a una rappresentazione dei figli («il sequestro del corpo dei bambini da parte dell’angoscia degli adulti» di cui dice Matteo Lancini). Proiezioni inesatte d’infanzia — non distorte, attenzione. La forza del libro è proprio la complessità: una forma che non procede mai per facile contrapposizione, ma per gradazione, dove è di certo Adele Colavita il genitore meno lontano dalla realtà della figlia.
Si srotolano le vicende, si intrecciano i personaggi per arrivare alla festa di compleanno di Rosamaria — che avrebbe compiuto dodici anni.
Alla festa ritroviamo tutti, bambini e adulti. I piani convergono, la situazione esplode in un primo svelamento della messinscena.
Liberi tutti riesce a contenere storia d’amore, di formazione, thriller psicologico, e persino romanzo d’avventura (nella misura in cui il territorio da attraversare è l’infanzia), in un avvicendamento inaspettato di comico e tragico. Il libro riesce in questo anche grazie alla voce narrante della maestra: ora attendibile, consapevole, ora ambigua, reticente.
Di certo sempre lungimirante. Così Titti vede il rapporto simbiotico di Frida e Adele: «Scriveva cas, si dimentica l’ultima a, fior, alber. Capite? Pensava che tanto sarebbe stata la mamma a spiegare per lei agli abitanti dell’altra galassia perché si era stufata di giocare, o a dire grazie, buongiorno, a finire le parole».
Titti vede i Tuttobeeene: «Sono convinti di avere davvero, solamente, la loro età. E che quella adulta sia, come dire, la conquista del nostro venire al mondo».
Questa è una Chiara Gamberale alla massima potenza: la scrittrice capace di raccontare l’infanzia, la più brava perché non riduce mai i bambini al ruolo di testimoni innocenti. La scrittrice dei buchi affettivi, delle ferite esistenziali. La scrittrice dei picchi poetici — «il bambinese», ovvero come certi adulti, in questo caso la maestra, comunicano coi piccoli — i morti sono «i mescolati nell’aria», immagine che fa pensare a Coco, il cartone animato di Adrian Molina e Lee Unkrich.
Liberi tutti insomma unisce le varie anime della scrittrice in una sintesi strepitosa di poetica che include amore, passione, giovinezza, maternità, vecchiaia.
La fluidità con cui si passa da un capitolo all’altro funziona da passaggio di testimone di un racconto che non stacca mai dal flusso, l’equivalente narrativo del lungo piano sequenza di Adolescence (serie tv di Jack Thorne e Stephen Graham) — la stessa potenza.
Chiara Gamberale indaga sulla famiglia contemporanea, e insieme rintraccia il vizio dei tempi: fare del bene per narcisismo. Fare del bene ignorando il destinatario e cosa viene dopo. Gamberale dimostra quanto il bene privo di coscienza non sia opposto al male, di più: quanto sia un artificio della rappresentazione borghese, vero bersaglio del libro.
Liberi tutti alle opposizioni sostituisce le sfumature, riuscendo a instillare il dubbio che addirittura la divisione pazzi-sani sia una linea di confine strumentale, quando di frequente è il cosiddetto pazzo l’unico in grado di vedere il mondo con le sue carenze.
Il mescolamento allora non è solo dei morti con l’aria, ma degli adulti coi bambini, dei sani coi malati.
Liberi tutti è un romanzo feroce sul presente. Un romanzo che spiazza, svela e commuove, in certi punti spaventa per l’esattezza con cui ci rappresenta tutti.
21 set 2026 | 20:52