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La scommessa molto terrena delle ipo stellari di Musk & co.

· Business

Burton Malkiel, celebre teorico dei criteri di valutazione delle azioni di Borsa, ha scritto nei suoi libri che esistono due metodi per fissare un valore: quello delle «fondamenta aziendali» che fa dipendere il prezzo dell’azione dai dati più rilevanti dell’impresa e quello dei «castelli in aria», basato sulle percezioni psicologiche degli investitori. Criteri tuttora validi ma da integrare – alla luce dell’Ipo (offerta pubblica) di SpaceX, di quelle in arrivo di Anthropic e OpenAI e anche di operazioni già in corso con investimenti in data center per centinaia di miliardi di dollari – aggiungendo una terza categoria: a fianco dei castelli in aria spuntano fortezze (governative) piantate sulla terra.

Va, poi, registrato un cambio di stagione: banche e finanziarie abituate a usare parametri economici per valutare gli investimenti, a volte sono anch’esse trascinate dall’euforia dei mercati. Si espongono per incassare ricche commissioni, perché cavalcare l’onda di grandi affari è nella loro natura (e quello di SpaceX è il più grosso esordio in Borsa della storia), ma forse anche perché si sono convinte che, se le cose si metteranno male, il governo non starà a guardare. Se dopo il crollo del 2008 abbiamo scoperto le banche e le assicurazioni too big to fail, troppo grandi perché lo Stato le lasci fallire, oggi il governo deve evitare che aziende strategiche dalle quali dipende la supremazia tecnologia, la forza militare e la sicurezza interna degli Stati Uniti, vadano alla deriva. Solo mettendo insieme le tessere di questo complesso mosaico si può spiegare la altrimenti inspiegabile vicenda del collocamento sul mercato ad un valore di 1770 miliardi di dollari (superiore a quello della Meta-Facebook di Mark Zuckerberg) di una società che l’anno scorso ha fatturato 18,7 miliardi perdendone quasi 5.

Non che SpaceX sia priva di valore: tanto il business dei satelliti di Starlink quanto quello della missilistica e delle astronavi Starship sono destinati a crescere molto rapidamente in mercati dominati dalla società di Elon Musk. Ma gli analisti più seri, come quelli di Morningstar, mettendo in conto sviluppi vertiginosi anche per l’intelligenza artificiale di xAI, arrivano ad attribuire a SpaceX un valore che oscilla tra i 600 e i 780 miliardi di dollari. Per arrivare al prezzo fissato da Musk, mancano all’appello mille miliardi. Una spiegazione la offre al New York Times un anonimo consulente di SpaceX: «La valutazione data non ha senso, ma Elon ha la capacità di far sognare la gente».
Investitori incoscienti che si fanno abbindolare da un incantatore di serpenti? Sarebbe allarmante, visto che qui non è in ballo solo un singolo titolo, sia pure di grande peso. Per questa mega Ipo (e per quelle che seguiranno) sono stati cambiati i criteri prudenziali che regolano gli indici di Borsa: quelli del Nasdaq, il mercato dove è quotata SpaceX, e altri come Ftse Russell. Se fin qui negli indici sui quali investono, ad esempio, fondi comuni e fondi pensione, le matricole potevano entrare solo dopo un anno di rodaggio, per mettere le aree più sensibili del mercato al riparo da rischi di eccessiva volatilità, a SpaceX (e ai prossimi big) viene concessa la Fast Entry: negli indici dopo soli 15 giorni di contrattazioni.

Non contento di aver preteso questo via libera (il Nasdaq dice che studiava da tempo la modifica dei requisiti d’ingresso), Musk, che vuole diventare il primo trilionario della storia, ha fatto digerire ai suoi fedelissimi investitori altre due forzature. Anziché indicare una forchetta di prezzi di riferimento per arrivare a quello definitivo dopo il roadshow, Elon ha fissato lui, e fin dall’inizio, il prezzo dell’azione: 135 dollari, prendere o lasciare. Spostando la sede legale di SpaceX dal Delaware al Texas, poi, ha modificato i diritti degli azionisti: molto più difficile, per loro, denunciare eventuali comportamenti scorretti.
Come ha potuto imporre tutto questo e fissare un prezzo altissimo promettendo di realizzare business per i quali a oggi non esiste una tecnologia (come i data center orbitanti nello spazio), sicuro che gli investitori lo seguiranno? Perché, oltre a saper realizzare tecnologie di grande successo, sa come conquistare centinaia di milioni di follower che sono i suoi fan e, spesso, i suoi investitori. Molti dei quali lo seguono fideisticamente anche perché sono azionisti di Tesla che sotto la sua guida ha aumentato di 300 volte il suo valore borsistico. C’è stato un momento in cui Tesla era il 12esimo produttore americano di veicoli ma capitalizzava più di tutti i big mondiali dell’auto messi insieme. E anche oggi che le vendite calano e molti altri sono entrati sul mercato con vetture elettriche più moderne e meno costose, Tesla vale più di Toyota: Musk ha convinto gli investitori che il futuro della società è nei robot umanoidi.

Ma non è solo l’effetto Musk o i giovani della generazione Z che vanno in Borsa come al casinò convinti che coi lavori di oggi non avranno redditi consistenti. Messo alla prova da big tech, il mercato sta assorbendo investimenti enormi anche di aziende poco seducenti o molto indebitate come Oracle. Forse anche perché a fianco dei castelli in aria stanno spuntando le fortezze di cui dicevamo all’inizio: quelle che il governo Trump deve costruire per evitare (con partecipazioni, salvataggi, magari nazionalizzazioni) crolli di imprese essenziali per il futuro tecnologico, economico, militare e geopolitico degli Usa. Tutto da vedere, poi, se questi bastioni verranno costruiti su terreni solidi o franosi. O se non saranno fortezze di cartapesta: parole di Trump alle quali non seguono fatti. La Cina osserva.