Economia

Riassetto Delfin, niente accordo. Lmdv: «Era pronto, ora si spieghi perché si è fermato»

Riassetto Delfin, niente accordo. Lmdv: «Era pronto, ora si spieghi perché si è fermato»

A pochi giorni dall’assemblea decisiva di Delfin, fissata per il 30 giugno, Leonardo Maria Del Vecchio rompe il silenzio e affida a Quotidiano Nazionale una lunga riflessione dal titolo «Il riassetto di Delfin era pronto: ora il board deve spiegare l’alternativa». L’imprenditore, consigliere di EssilorLuxottica e fondatore di LMDV Capital, interviene sullo stallo dell’operazione che avrebbe dovuto consentirgli di rafforzare la propria posizione nella holding della famiglia Del Vecchio, azionista di riferimento in società strategiche come Generali, EssilorLuxottica, Mps, Unicredit e Covivio.

Del Vecchio ribadisce di essere ancora disponibile a portare a termine l’operazione, ma chiede che vengano ristabilite «chiarezza, coerenza e sostenibilità finanziaria». Nel suo intervento si interroga sulle ragioni che hanno portato il consiglio di amministrazione a modificare atteggiamento dopo aver inizialmente approvato il progetto e averlo presentato pubblicamente come un fattore di stabilità per la governance della holding.

«Il 30 giugno voglio capire perché le preoccupazioni del board siano emerse soltanto dopo il voto favorevole e dopo dichiarazioni che descrivevano il riassetto come un elemento di equilibrio», scrive Del Vecchio. «Voglio capire perché, nel momento in cui si poteva finalmente voltare pagina, qualcuno abbia scelto di alzare un muro».

Secondo l’imprenditore, l’assemblea non sarà chiamata soltanto a discutere di dividendi, bilancio o del closing dell’operazione con i fratelli Luca e Paola Del Vecchio. In gioco, sostiene, c’è qualcosa di più profondo: «La natura stessa e il futuro di Delfin». Nel ricostruire le difficoltà emerse, Del Vecchio osserva che l’acquisto delle quote dei fratelli, legato a un maxi finanziamento bancario, si è progressivamente complicato per questioni legate alla sostenibilità dell’operazione e alla ripartizione dei rischi. Nel frattempo, il dossier sarebbe stato influenzato anche dagli sviluppi del consolidamento bancario italiano, con gli istituti finanziatori che hanno chiesto maggiori garanzie sulla politica dei dividendi, sulla stabilità dell’assetto proprietario e sulle prospettive future della holding.

L’imprenditore punta quindi il dito contro il funzionamento del consiglio di amministrazione. A suo giudizio, se le banche avevano effettivamente richiesto ulteriori tutele, il board aveva il diritto di riesaminare l’operazione, ma avrebbe dovuto farlo in modo trasparente e unitario, chiarendo quali condizioni fossero mutate, quali rischi fossero emersi e quale maggioranza fosse necessaria per procedere.

«Non è andata così», sostiene Del Vecchio. «Il consiglio non ha espresso una posizione condivisa: alcuni amministratori erano favorevoli ad andare avanti, altri contrari. È stato predisposto un parere legale basato su presupposti contestati anche all’interno dello stesso board e informazioni rilevanti sarebbero arrivate ad alcuni soci prima che ad altri. Alla fine, nessuno si è assunto pienamente la responsabilità della decisione». Parole che accendono ulteriormente il confronto interno alla holding e che trasformano l’assemblea del 30 giugno in un passaggio chiave non solo per l’assetto azionario, ma per la futura governance di uno dei principali centri di potere finanziario del Paese.

19 giu 2026 | 19:57

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