Voice of Freedom Повна версія

Mondiali, le regole sono cambiate. Per vincere servono otto partite e 20 giocatori

· Sport

La prima e non sempre citata conseguenza di un Mondiale a 48 squadre consiste nel fatto che per vincerlo siano necessarie otto partite, una in più rispetto ai vari format in uso dal 1974. Una gara supplementare può sembrare poco, e invece in un clima spesso torrido, e in coda a una stagione lunga e stressante, inciderà: la stabilizzazione delle regole in tempo di Covid — rose da 23 a 26 elementi, cambi da 3 a 5 — è un’ammissione che le regole d’ingaggio sono cambiate. E Carlo Ancelotti ha affrontato la spiegazione di un Brasile in panne con una battuta («non si vince un Mondiale alla prima partita») banale solo in apparenza, perché la maratona che attende le candidate al titolo ci dice che per arrivare al 19 luglio saranno necessari almeno 20 giocatori di livello, perché tanti — se non di più — accumuleranno un congruo numero di minuti.

La domanda sul Brasile, che nell’ouverture ha pareggiato a fatica contro l’eccellente Marocco, è quindi cosa ci sia in panchina per migliorare i primi undici. Non bisogna dimenticare che la formazione della prima partita di un Mondiale è quella maturata in quattro anni (in senso lato, Ancelotti è lì da uno), mentre la seconda viene decisa in quattro giorni. Gioca chi sta meglio. Esistono luminose eccezioni, come l’insistenza di Bearzot su Paolo Rossi malgrado le prime tre pessime partite, ma in genere a un Mondiale non si aspetta nessuno. Al limite i fuoriclasse, e per un paio di partite al massimo.

Vinicius ha tolto Carlo dai guai più profondi con una giocata che lo conferma uomo da momenti decisivi, ma al di là del frontman designato le deficienze del centrocampo sono materia di dibattito. Così strutturato, le responsabilità creative sono di Paquetà, uno che ha dei numeri ma in Europa (dal Milan in giù) è passato inavvertito. Casemiro e Guimaraes necessitano di sangue fresco, non ci stupiremmo di vedere Ederson in campo già nel secondo match, e davanti è chiaro che Matheus Cunha ha vinto il primo round su Igor Thiago. Quattro anni fa il Marocco era andato più lontano del Brasile, e dunque la sua superiorità è una sorpresa relativa. Però la freschezza con la quale ha governato il match nel segmento fra i due gol — undici minuti, ma ad Alisson devono essere sembrate ore — è rimasta incisa nella retina, con gli strappi del portentoso Bouaddi, primo grande recital del torneo, e la freddezza di Saibari. E lui lo conoscevamo, visti i gol a Napoli e Juve (due) nelle ultime edizioni di Champions. Il Marocco compete ancora per i primi quattro posti.

In attesa che le vere favorite si facciano vedere — oggi la Spagna, domani la Francia, mercoledì Argentina, Portogallo e Inghilterra — la prova costume del primo match è stata superata dagli Stati Uniti, dalla Corea del Sud e con spietata leggerezza dalla Germania, squadre che almeno per ora corrono però per andare più lontano possibile, cosa diversa dal correre per vincere. Infine, il pareggio in extremis del Qatar con la Svizzera e il secco 2-0 dell’Australia alla Turchia ci ricordano la differenza del Mondiale, il torneo in cui sopravvive chi si getta sull’erba al fischio finale e respira con naso e bocca perché l’ossigeno era esaurito all’80’, ma nessuno l’aveva notato. Svizzera e Turchia sono più tecniche, ma hanno sbagliato tanti gol e in certe situazioni la difesa modello Fort Apache ha il suo perché. Se poi ci aggiungi un contropiedista di valore — l’uomo del giorno è l’australiano Irankunda — il bingo è servito.

15 giu 2026 | 07:28