Nella corsa all’oro del secolo la spy story si fa esistenziale
I giochi di potere non si fermano, cambiano solo valuta. A un anno dall’ultimo capitolo, Michele Fioroni rimette in moto la sua sofisticata macchina narrativa con Il bevitore di tè (Baldini+Castoldi), da venerdì 19 giugno in libreria. L’intuizione felice di Fioroni è lo spostamento del baricentro del genere della narrazione di spionaggio: non più i codici di lancio nucleare o il petrolio, ma i metalli critici come neodinio, cobalto, fosfati indispensabili per i chip dell’AI e i sistemi stealth, ovvero l’ossigeno del terzo millennio. La geopolitica dell’energia diventa geopolitica mineraria, in un intreccio che ha la precisione di una bussola che si orienta, però, verso un polo di moralità estremamente fragile, in grado di cambiare a seconda di chi la usa.
In questa nuova avventura, Richard Parnasi (protagonista anche de L’analista, Baldini+Castoldi, 2025) vola in Marocco per seguire le trattative di un accordo su una tecnologia rivoluzionaria che garantirebbe accesso illimitato alle terre rare, risorsa chiave della nuova competizione globale. Mentre i governi si muovono nell’ombra, un aristocratico andaluso, un oligarca russo e una donna dal passato misterioso organizzano una manovra clandestina per impedire la firma dell’accordo. E se per Richard risulta difficile mescolare variabili emotive e interessi economici, per gli altri personaggi la geopolitica diventa un gioco a somma zero e la moralità una variabile irrilevante. Sono tutti intrisi, però, dell’ossessione sartoriale e materiale dell’autore che non è mero decorativismo, ma uno strumento di caratterizzazione dei personaggi. Un’estetica che abbraccia anche un altro personaggio fondamentale, l’elefante nella stanza, che nessuno vuole vedere, ma è lì, in tutta la sua imponenza: il potere. Tutti lo vogliono, tutti lo cercano, tutti ne hanno un disperato bisogno.
Scopriamo presto che ogni personaggio ha a che fare con una perdita, una condizione che li fa partire in svantaggio, che li rende vulnerabili, facili prede di chi — come loro — è spinto da questo tipo di disperazione. Il potere viene proposto non come obiettivo finale ma come strumento di compensazione. Non è il fine, ma il mezzo. Per ottenerlo, ognuno segue un proprio percorso che si snoda in una rete di scambi e interferenze in cui ogni decisione produce conseguenze laterali, spesso invisibili. In questo senso, il romanzo non descrive il potere: lo simula. E i personaggi ci cascano, convinti di averlo raggiunto. Hanno le mani perennemente protese in avanti, come moderni Tantalo, pronte ad afferrarlo. Ma il potere raramente si lascia dominare: più spesso si insinua, trasforma, riscrive lentamente ciò che tocca, fino a rendere indistinguibile il confine tra ciò che si è voluto costruire e ciò che si è finiti per distruggere.
Durante la lettura si notano le scelte che i personaggi devono compiere, spesso binarie, quasi sempre simili, speculari, aggiungendo spessore a un intreccio di eventi che si mostrano per quello che sono: conseguenze di questa affannosa ricerca. E, mentre qualcuno tracanna sherry, un liquido che pensa, memoria distillata che trattiene il gusto, qualcun altro beve tè, che è pace, condivisione, dal sapore forte ma fresco, dove la menta non copre ma esalta. Metafore raffinate, in grado di guidare il lettore alla comprensione più profonda della psiche dei personaggi, e — in alcuni casi — proporre una loro assoluzione, rimarcandone le mancanze, la disperazione e la necessità di sperare in un futuro migliore.
A sorreggere questo sofisticato teatro di ombre è la scrittura di Fioroni. La sua prosa è chirurgica, priva di sbavature retoriche, ma densa di quella sensualità materica che avevamo già apprezzato nel capitolo precedente. È una scrittura che mima il controllo dei suoi protagonisti, per poi lasciarli naufragare di fronte all’imprevedibilità del caos, nel momento in cui si accorgono che il potere genera solo l’illusione di poter controllare la realtà. Mentre i tasselli del mosaico geopolitico si incastrano con precisione, un romanzo esistenziale fa capolino tra vincitori e vinti. L’affannosa corsa all’oro invisibile del terzo millennio si rivela per quello che è: una gigantesca distrazione. Sul filo del traguardo, quando le maschere cadono e il potere mostra il suo volto, Fioroni costringe i personaggi — e noi con loro — a guardare nell’abisso di quello che hanno vissuto: una gara spietata, persa in partenza, tra ciò che conta e ciò che conta veramente.
Michele Fioroni è stato assessore allo Sviluppo economico, innovazione, digitale e semplificazione dell’Umbria e ha coordinato la commissione Innovazione tecnologica della Conferenza delle Regioni; e consulente del dipartimento per la Trasformazione digitale della presidenza del Consiglio dei ministri
18 giugno 2026, 10:39 - Aggiornata il 18 giugno 2026 , 10:39