Innovatore precoce, studioso profondo ed eclettico, era lo storico italiano più famoso nel mondo, autore di libri tradotti in una trentina di lingue. Carlo Ginzburg, scomparso all’età di 87 anni, aveva lasciato il segno sin da giovane con le sue ricerche sulla stregoneria e le credenze popolari, praticando la microstoria, di cui era un indiscusso maestro, ancora prima che venisse teorizzata come analisi di casi minuti in una prospettiva sperimentale e comparata.
Abituato a indagare nelle più diverse direzioni, convinto che il ricercatore debba lasciarsi sorprendere dal caso per inaugurare nuovi filoni di studio, Ginzburg amava raffigurare la storia non come una fortezza, ma come un aeroporto da cui decollare per sempre nuove avventure intellettuali. Perciò era solito «trascurare gli steccati disciplinari», contaminando il lavoro storiografico con l’antropologia, la filologia, la teologia, la letteratura, la storia dell’arte. Passava con disinvoltura da Piero della Francesca a Niccolò Machiavelli e Blaise Pascal.
In un’intervista a «la Lettura» del 2020 Ginzburg aveva confessato di provare «un impulso irresistibile ad addentrarmi in territori che non conosco, ripartendo continuamente da zero». Il che può apparire sorprendente leggendo i suoi saggi, nei quali mostra un’erudizione sconfinata e una scrupolosa cura per i dettagli e i rimandi a testi moderni e antichi del più vario genere.
Si era cimentato anche con gli atti giudiziari contemporanei, quando nel 1991 aveva pubblicato Il giudice e lo storico (Einaudi), un saggio sul processo per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi. In quelle pagine polemiche aveva esposto i motivi per cui riteneva del tutto inaffidabile la testimonianza di Leonardo Marino, in base alla quale erano stati condannati (allora si era ancora al primo grado) Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri. Ginzburg aveva rimproverato ai magistrati di aver adottato criteri analoghi a quelli da lui studiati dell’Inquisizione, fino al punto di mettere l’onere della prova a carico degli imputati.
Nato a Torino il 15 aprile 1939, Carlo era figlio di Leone Ginzburg, letterato e antifascista morto in carcere a Roma nel 1944 per le torture subite, mentre sua madre era la scrittrice Natalia Ginzburg, figlia dello scienziato Giuseppe Levi. Aveva studiato alla Normale di Pisa e ventisettenne, nel 1966, aveva pubblicato un saggio destinato a diventare un piccolo classico della microstoria, I benandanti (Einaudi).
Pochi anni prima Ginzburg, neolaureato, aveva intrapreso una ricerca sulla stregoneria. E si era imbattuto a Modena nella vicenda di una donna, accusata di aver gettato un maleficio contro la sua padrona. L’imputata prima aveva sostenuto di aver incontrato la Madonna, poi aveva ammesso, incalzata da un inquisitore, che si trattava del demonio. Incuriosito, Ginzburg aveva proseguito la sua indagine presso l’archivio di Stato di Venezia. Qui aveva scoperto l’esistenza dei benandanti, una setta di uomini nati con la camicia, cioè «involti nella membrana amniotica», che nelle campagne friulane tra il XVI e il XVII secolo celebravano riti di fertilità e sostenevano di lottare contro le streghe per salvaguardare i raccolti. Ginzburg aveva ricostruito come gli inquisitori, chiamati a occuparsi del fenomeno, lo avessero progressivamente ricondotto ai loro schemi mentali. Così, nel giro di un secolo i benandanti vengono classificati come stregoni «e i loro convegni notturni volti a procurare fertilità si trasformano nel sabba diabolico, col suo corredo di tempeste e di distruzioni». Ciò nondimeno le inchieste contro i benandanti aprivano uno squarcio sulle credenze rurali di quell’epoca.
Un altro popolano del Friuli vissuto nel Cinquecento aveva poi attirato l’attenzione di Ginzburg: il mugnaio Domenico Scandella, detto Menocchio, due volte processato dall’Inquisizione e infine messo a morte. In questo caso però non si trattava di stregoneria. La vicenda, trattata nel libro Il formaggio e i vermi (Einaudi, 1976), appariva particolarmente interessante in quanto Menocchio, pur influenzato da «oscure mitologie contadine», su di esse aveva innestato «un complesso di idee estremamente chiaro e conseguente, che vanno dal radicalismo religioso, a un naturalismo tendenzialmente scientifico, ad aspirazioni utopistiche di rinnovamento sociale».
Agli occhi del potere costituito, notava Ginzburg, Menocchio era una figura sovversiva, che disconosceva le gerarchie tradizionali. Ma non era neppure un seguace di Lutero. Semmai la sua posizione rientrava «in un filone autonomo di radicalismo contadino, che il sommovimento della Riforma aveva contribuito a far emergere, ma che era molto più antico della Riforma».
L’originalità del lavoro di Ginzburg, fondato sulla convinzione che si possa e si debba «cercare di leggere i documenti contro le intenzioni di chi li ha prodotti» (nel suo caso gli inquisitori), gli aveva consentito di arrivare a insegnare nei più prestigiosi atenei americani e in particolare presso la University of California Los Angeles. Poi dal 2006 al 2010 era stato docente alla Normale di Pisa. Di ferme convinzioni progressiste, ma molto critico verso eccessi come la distruzione dei monumenti sgraditi, Ginzburg aveva abbandonato la casa editrice Einaudi quando ne era stato assunto il controllo da Silvio Berlusconi. Era passato a Feltrinelli, poi ad Adelphi e Quodlibet.
In uno dei suoi ultimi libri Einaudi, Storia notturna (1989), aveva sviscerato la questione del sabba infernale, nell’immagine del quale a suo avviso erano confluiti «due filoni culturali di provenienza eterogenea: da un lato, il tema, elaborato da inquisitori e giudici laici, del complotto ordito da una setta o da un gruppo sociale ostile; dall’altro elementi di provenienza sciamanica ormai radicati nella cultura folklorica, come il volo magico e le metamorfosi animalesche».
Un punto che a Ginzburg stava a cuore era la polemica contro lo scetticismo postmoderno che riduce la storiografia «alla sua dimensione narrativa e retorica», rifiutando il concetto stesso di prova. Ne aveva confutato le tesi in Rapporti di forza (Feltrinelli, 2000), affermando che lo storico, al contrario del romanziere, deve sottoporre il suo racconto alle conferme o smentite del principio di realtà, il che implica fare i conti con il criterio del vero e del falso per raggiungere un grado più raffinato di conoscenza. Pur senza mai dimenticare che «della storia umana sappiamo e sapremo sempre troppo poco».
17 giugno 2026, 07:52 - Aggiornata il 17 giugno 2026 , 08:23