Cultura

Carlo Ginzburg: «Fa bene alla storia affidarsi al caso»

Carlo Ginzburg: «Fa bene alla storia affidarsi al caso»

Questo articolo è stato pubblicato su «la Lettura» del 21 novembre 2021.

Ci si perde e ci si ritrova di continuo, in compagnia di Carlo Ginzburg: è il suo modo di procedere nella ricerca e anche nella scrittura. Qui come altrove. Il suo nuovo libro, La lettera uccide (Adelphi), sollecita il lettore a seguire un filo che via via si sdoppia, si triplica, si moltiplica in tanti fili, come in un avvincente racconto di detection. Il metodo è quello della microstoria: un progetto collettivo, al quale Ginzburg arrivò attraverso I benandanti e Il formaggio e i vermi, oggi noto, studiato, assorbito e imitato nel mondo. Non sappiamo fino a che punto sia stato studiato lo stile con cui questo procedimento viene proposto, ma sarebbe utile capire come i sillogismi, le andate e i ritorni, le digressioni, le vertigini di domande e risposte che generano nuove domande trovano casa in quei laboratori aperti che sono i singoli saggi, e come i singoli saggi si affiancano e si richiamano a distanza. Senza trascurare le tracce di microstorie che insieme contribuiscono a comporre la storia del mondo: si parte da un oscuro imprenditore svizzero del primo Settecento, il protestante Jean-Pierre Purry, che voleva colonizzare il Sudafrica; si continua con le lettere di San Paolo, con i saggi di Montaigne, con le riflessioni sui riti indiani e giudaici elaborati da un tale che si firmava Monsieur de la C***; si incontrano Sant’Agostino, Lorenzo Valla, Niccolò Machiavelli, Michelangelo, Karl Marx, Benito Mussolini, persino Orson Welles, Roberto Rossellini e Michelangelo Antonioni; e naturalmente nel percorso ci assistono le voci degli storici amati da Ginzburg: Marc Bloch, Aby Warburg, Arnaldo Momigliano, e i compagni di viaggio, come Adriano Prosperi e Stefano Levi Della Torre. Insomma, una festa a cui il lettore è invitato a proprio rischio e pericolo: lo stupore e la meraviglia sono assicurati. Anche per l’intervistatore.

 «Mi augurerei — dice Ginzburg — che questi saggi possano solleticare anche la curiosità dei non specialisti. Nell’atteggiamento verso i lettori, e le sue implicazioni, sentivo un profondo accordo con Roberto Calasso, al quale il libro è dedicato: uno dei tanti non detti di cui si è nutrita la nostra forte amicizia».

In effetti si esce dalla lettura de La lettera uccide (titolo che cita un pensiero di Paolo di Tarso: «La lettera uccide, lo spirito dà vita») pieni di risposte sorprendenti sul passato e di domande sull’oggi. Per esempio, sull’utilità del digitale per la ricerca storica. In un saggio su Orion, il programma elettronico del catalogo online della biblioteca della Ucla, l’università della California a Los Angeles, Ginzburg ritorna sull’importanza del caso, cioè sulla possibilità di trovare quel che non si cerca, richiamando anche la dimensione del gioco. «La battaglia navale, a cui tutti da bambini abbiamo giocato, mi ha sempre affascinato perché bisogna sparare al buio, fare delle congetture e imparare dai propri errori. Molti tra questi saggi sono nati dal caso: quello sulla etnofilologia nasce dall’incontro con una traduzione settecentesca in francese dei Commentari reali di Garcilaso de la Vega, rilegata insieme al libro che avevo chiesto in biblioteca. È un po’ l’illustrazione del motto di Aby Warburg: “Il libro di cui hai bisogno si trova accanto a quello che cerchi”. Cosa che trovo molto vera e profonda».

In un capitolo sulle «rivelazioni involontarie» che emergono dai documenti si accenna a Giambattista Vico e a Bloch come a due esempi di lettura contropelo della storia. Che cosa significa per lei leggere la storia contropelo?
«Cercare di leggere i documenti contro le intenzioni di chi li ha prodotti: qualcosa di non molto diverso dall’invito di Walter Benjamin a cercare nelle testimonianze storiche le tracce dell’oppressione. In un altro saggio, Le nostre parole, e le loro, insisto sullo scarto tra le categorie dell’osservatore, cioè del ricercatore, e quelle degli attori del passato. Tenere presente questo scarto permette di evitare due trappole: l’empatia e il ventriloquismo... Nel leggere lentamente, tra le righe, come invitava a fare Leo Strauss, le tracce delle rivelazioni involontarie, sono arrivato ad Alessandro Manzoni, che era stato, con mia sorpresa, il punto di partenza della mia ricerca».

Queste rivelazioni involontarie possono essere facilitate dalla rete e dal digitale?
«Non c’è dubbio. Il gioco che facevo sul computer con il catalogo Orion è più o meno lo stesso che molti anni fa io e Prosperi avevamo fatto con il catalogo a schede dell’Archiginnasio. Ne venne fuori nel 1975 un libro che si intitolava Giochi di pazienza, un seminario sopra un testo religioso cinquecentesco: il Beneficio di Cristo. A parte una stroncatura, quel libro non ebbe recensioni; ma a distanza di quasi cinquant’anni, ristampato da Quodlibet, è stato tradotto in spagnolo e adesso ci sarà una traduzione in portoghese. L’idea era di ricostruire la foresta di cui il Beneficio era un albero: e quindi nel magnifico catalogo dell’Archiginnasio, ideato alla fine dell’Ottocento, ci mettemmo a cercare titoli come “libro” e “trattato” o nomi come Marco, Domenico, Francesco, possibili autori appartenenti a ordini religiosi che potevano offrirci delle opere da inserire in quella foresta. Ciò che allora facemmo con il catalogo a schede oggi si può rapidamente fare con un catalogo elettronico o con la rete».

Procedendo allo stesso modo o diversamente?
«In rete puoi fare una domanda, che se è formulata in maniera opportuna, magari senza cercare una risposta precisa, ti offre una costellazione di risposte, un “rumore” che diventa fonte di altre possibili domande. Certo, alla fine bisogna comunque andare in biblioteca. Carlo Dionisotti, il grande storico della letteratura, parlava del caso come di una “norma che presiede alla ricerca dell’ignoto”. Ecco, il computer moltiplica le possibilità di essere colti di sorpresa da un dato di fatto imprevisto. Sono sempre tentato di citare La lettera rubata, il racconto di Edgar Allan Poe dove si mostra che ciò che cerchi in realtà è sotto gli occhi di tutti, anche se non si vede».

Sempre a proposito di rivelazioni involontarie, il saper leggere tra le righe sarebbe utile anche in tempi di post-verità?
«Certamente, per molti motivi. La velocità della rete sembra confliggere con la definizione della filologia come lettura lenta proposta da Nietzsche. In realtà io penso che le due cose siano compatibili. Ma è vero che questo uso anomalo della rete non può essere appreso attraverso la rete: ci vogliono dei mediatori umani. Credo che nelle scuole sarebbe utile insegnare a sviluppare la curiosità e la capacità di ricerca a tentoni nella rete: un gioco che però ha un risvolto molto serio. Praticare la rete in questo modo non è un sostituto della lettura ma un invito alla lettura: un invito a porsi delle domande e a far vedere come in concreto le domande nascono... Per sviluppare questa strategia anomala c’è bisogno della mediazione di insegnanti che stimolino le curiosità. Non vedo altra strada. Spero che qualche insegnante faccia un esperimento in questa direzione».

Paradossalmente le potenzialità civili e politiche di una mentalità filologica acquistano un valore primario per il futuro.
«Ne sono assolutamente convinto. In un saggio uscito in Perù sulle fake news sottolineavo queste potenzialità politiche della filologia citando il caso di Lorenzo Valla. Un caso clamoroso: mi soffermavo sull’uso a vari livelli che Valla fa della retorica con prove, servendosi anche della filologia. Era il tema delle conferenze su storia, retorica e prova (in italiano, Rapporti di forza) che tenni a Gerusalemme parecchi anni fa: l’idea di usare la prova contro il neoscetticismo postmoderno, ampiamente diffuso. In questo senso, c’è una tradizione che comincia con la Retorica di Aristotele, prosegue con Quintiliano e arriva a Valla».

Come procedeva Valla?
«Valla dimostrò che la Donazione di Costantino era un falso analizzando, per esempio, la parola “diadema”, che il falsario definiva come oggetto “fatto di oro purissimo”, non sapendo che “il diadema era di panno o qualche volta di seta...”. Ovviamente ci vuole una grande conoscenza del latino e dei latini, ma l’insistenza sulla prova in Valla è impressionante. È un modo di procedere che è stato attaccato per decenni: ma spero che questo scetticismo postmoderno, che respinge la distinzione tra narrazione storica e narrazione di finzione, sia sulla via del tramonto».

Pensa che finalmente ci siamo?
«L’ho sperato per troppo tempo per crederci davvero, ma per fortuna, in ambito accademico, una nuova generazione di studiosi e studiose ha preso le distanze da questo scetticismo postmoderno, anche se non è ancora una storia del tutto trascorsa».

Sono questioni però che escono dalle discipline di studio e che entrano nella mentalità delle persone. Basta pensare, per esempio, all’idea del complottismo universale venuta fuori dalla pandemia...
«Senza dubbio. Alla fine dell’introduzione de Il filo e le tracce, un libro del 2006, scrivevo che il rapporto tra vero, falso e finto è la trama del nostro stare al mondo: dunque è qualcosa che riguarda tutti, non solo gli studiosi».

Come sta la microstoria a quasi cinquant’anni dalla sua nascita?
«La microstoria ha avuto un successo mondiale. C’è un gruppo in rete sulla microstoria che è stato coordinato per anni da uno storico islandese e da uno storico ungherese, e oggi da due storici ungheresi. Questo apre un discorso interessante sulla geopolitica della microstoria, che dopo una prima ondata in Francia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti, si è allargata ad altri Paesi. È uscita un’antologia di saggi sulla microstoria nella Corea del Sud e un’altra in Islanda, cioè in Paesi considerati periferici che hanno visto nella microstoria un metodo che permette di rovesciare i rapporti di forza nell’ambito degli studi. L’idea è che un caso legato, non so, a una comunità di pescatori islandesi possa essere più rilevante sul piano scientifico dell’ennesimo libro sulla presa della Bastiglia. Le implicazioni politiche della microstoria sono sempre più evidenti. Nel periodo della pandemia ho partecipato a tantissimi incontri, interviste, lezioni in giro per il mondo: la microstoria italiana suscita da tempo molto interesse in Brasile, oppure più recentemente nel Chiapas, in Messico...».

Esigenze di rinnovamento?
«Nel saggio su microstoria e storia del mondo mi pareva importante ripensare alla microstoria a partire dall’idea dell’esperimento mentale, seguendo la traiettoria di Vico che si nutre di Thomas Hobbes letto in latino, di Marx che legge Vico in francese, di Antonio Labriola che legge Vico attraverso Marx, di Giovanni Gentile che legge Labriola, di Benedetto Croce che legge Gentile eccetera. Una genealogia intellettuale che non era mai stata proposta... A questo proposito, per la prima volta mi sono trovato in disaccordo con Bloch. Nell’Apologia della storia Bloch sostenne che gli esperimenti sono accessibili solo alle scienze naturali, non alle scienze umane. Ma se prendiamo gli esperimenti mentali questa dicotomia cade. Ogni ricerca storica è caratterizzata da esperimenti mentali o, più raramente, materiali».

Nel saggio che dà il titolo al libro ci sono diverse pagine su Sant’Agostino e sulla distinzione tra «facinus» e «flagitium»: il primo è un delitto assoluto che va sempre condannato, mentre il secondo è più sfuggente perché si riferisce a un’azione vergognosa, su cui il giudizio può cambiare a seconda dei tempi e delle circostanze (è il caso della poligamia per Sant’Agostino). Si può immaginare che i sostenitori della «cancel culture» di oggi, essendo meno raffinati di Sant’Agostino, riducano sempre il «flagitium» a «facinus»?
«Sarebbe un’idea da sviluppare. Generalizzare la distruzione dei monumenti mi sembra una follia. Bisogna distinguere, magari tenendo presente la casistica (me ne sono occupato in Nondimanco, il libro su Machiavelli e Pascal). È comprensibile che il 25 luglio 1943 la gente si sia messa a distruggere i fasci: non si può rimproverare retrospettivamente un’azione del genere. Ma distruggere oggi tutte le statue di Cristoforo Colombo mi pare un’assurdità. Per esempio nel porto di Valparaíso, in Cile, c’è un monumento in cui Colombo calpesta un indiano, che chiaramente soffre. È una statua molto ambigua, ma secondo me abbatterla sarebbe un gravissimo errore, perché si cancellerebbe una parte della storia. In generale, il passato va conservato e analizzato: cancellare tutti i documenti legati a un regime orribile significherebbe cancellarne l’orrore».

C’è anche una componente di anacronismo?
«Ho scritto un saggio contro quella sorta di deviazione franco-française che esalta l’anacronismo contro Bloch e Lucien Febvre, che avevano identificato nell’anacronismo il peggiore dei peccati. Quell’esaltazione è frutto di una confusione clamorosa. Se le domande sono inevitabilmente anacronistiche, grazie al dialogo con gli attori che si tiene attraverso la documentazione è possibile ottenere risposte non più anacronistiche. Esaltare l’anacronismo delle risposte è una forma di violenza simbolica nei confronti del passato, quello che chiamo il ventriloquismo degli storici: far parlare gli attori del passato con le nostre parole».

Dunque non si può condividere la frase di Ernesto De Martino secondo cui ogni storiografia è autobiografia?
«Non sono d’accordo. Naturalmente le domande che facciamo sono legate al tempo in cui viviamo e magari in maniera specifica alla nostra biografia: ma questo è solo il punto di partenza. Lo scopo della ricerca è quello di controllare e correggere questo punto di partenza e intavolare un dialogo con gli attori del passato. Da Croce ho imparato a prendere le distanze dal riduzionismo biografico: tra la vita e l’opera c’è un rapporto, ma bisogna distinguerle. E questo non vale solo per gli scrittori».

Croce diceva però che ogni vera storia è una storia contemporanea.
«Ho riformulato la tesi di Croce sostenendo che ogni vera storia è storia comparata, perché basata sul dialogo tra il contesto dell’osservatore, cioè del ricercatore, e il contesto degli attori. In ogni caso la battuta di Croce va letta a due livelli. L’idea che ogni vera storia si nutre del presente di chi scrive ha avuto una grande fortuna. Ma c’era anche un altro significato, strettamente idealistico, generalmente dimenticato, che è quello colto subito da Gentile: l’atto del pensare rende presente il passato. Tra Gentile e Croce all’inizio del Novecento c’è stato, com’è noto, un dialogo strettissimo: ma Gentile, che era molto più radicalmente idealista, invitò Croce a fare un passo oltre. Qual era il passo oltre? È quello che Gentile dichiarerà nel 1936: che il passato non esiste, esiste solo nel momento in cui lo pensiamo. Una tesi pazzesca, che però andrebbe inclusa in un’immaginaria tavola di Mendeleev dei pensieri pensati dagli esseri umani».

C’è di mezzo ancora la filologia?
«Esattamente. Croce aveva un atteggiamento di superiorità nei confronti dei filologi. La divergenza tra lui e Giorgio Pasquali aveva connotazioni politiche, ma anche motivazioni intellettuali profonde. Croce era anche un erudito, non un filologo. Ho letto i libri di Croce nelle copie appartenute a mio padre. Sulla prima pagina della Storia d’Europa (il primo libro di storia che ho letto) vidi una dedica manoscritta di Croce: “A Leone Ginzburg con grato animo”. Perché? Dopo la pubblicazione dei saggi sulla storia d’Europa, sulla “Critica” ci fu un carteggio in cui mio padre segnalò a Croce alcune imprecisioni relative alla storia russa dell’Ottocento. Croce ne tenne conto quando pubblicò il volume. Mio padre gli era legatissimo, però considerò suo maestro Santorre Debenedetti, un grande filologo. Quella battuta di Croce secondo cui ogni vera storia è storia contemporanea si presta a una violenza simbolica che distrugge qualunque conoscenza del passato».

Nel saggio «Non esiste un Dio cattolico» ci si trova di fronte a un’autodichiarazione che sorprende, una specie di carta d’identità o autoritratto fulmineo: «Sono ebreo; non ho ricevuto nessuna educazione religiosa; non conosco (purtroppo) l’ebraico. La persecuzione, di cui serbo ricordi incancellabili, ha fatto di me, durante la guerra, un bambino ebreo. Le religioni mi appassionano (...). Sono ateo». 
«Quel saggio era nato da una conferenza rivolta a persone che non mi conoscevano. Comunque, mi fa piacere che quella dichiarazione sorprenda. Penso che quando si scrive si debbano evitare due cibi: l’aria fritta e la minestra riscaldata».

L’ammirazione per i maestri quanto incide nella ricerca storica?
«Le rivelazioni involontarie valgono anche per l’insegnamento. La trasmissione non è semplice, quindi quello che uno apprende viene filtrato, in maniera quasi sempre incontrollabile. Mi è capitato di scrivere un saggio in cui davo torto ad Arnaldo Momigliano. Più esattamente: segnalavo un testo di Robortello che anticipa di un secolo almeno la tesi formulata da Momigliano nel suo bellissimo saggio sull’antiquaria e la storia antica, secondo cui la ricerca antiquaria si sviluppò come risposta allo scetticismo. Cercavo di integrare Momigliano correggendolo. Si parva licet, lo stesso succederà, spero, con i miei innumerevoli errori: è la legge della ricerca. Da Delio Cantimori ho imparato moltissimo, ma ho capito subito che non volevo scrivere come lui... Ricordo che Italo Calvino una volta mi disse: i testi di Cantimori sono come le cipolle, togli un velo e poi un altro... Forse il nicodemismo, da lui studiato e, per molti anni, praticato, aveva contribuito a una sorta di ermetismo storiografico. Cantimori è uno dei più grandi storici del Novecento, ma si serviva di una lingua spesso intraducibile: la sua risonanza al di fuori dell’Italia è praticamente nulla. Quando ho cominciato a fare ricerca ho pensato che dovevo, per quanto riguardava la sintassi, prendere a modello l’inglese, che allora conoscevo pochissimo: un modello molto diverso dal linguaggio accademico italiano».

Anche per Gianfranco Contini si potrebbe dire la stessa cosa...
«Sì, anche lì c’è un’intraducibilità, che spiega perché la sua fama fuori d’Italia sia assolutamente inadeguata. E al di là della cerchia specialistica, la stessa cosa vale per Roberto Longhi. Nella mia ammirazione per tutti questi studiosi, una cosa mi è sempre stata chiara: dal punto di vista della comunicazione erano tutti modelli da evitare». 
Non a caso uno dei saggi di Ginzburg si chiude con una bellissima frase di Leonardo: «Tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro».

17 giugno 2026, 09:00 - Aggiornata il 17 giugno 2026 , 09:03

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