Norvegia senza paura. Da Trump alla Fifa, una Nazione sola contro tutti
EAST RUTHERFORD Di quale Nazionale è l’unico ct che si è pronunciato contro l’esclusione dell’arbitro somalo dal Mondiale? Qual è l’unica Federazione che ha inoltrato un reclamo contro il «Premio della pace Fifa» assegnato a Donald Trump il giorno del sorteggio dei gironi? E di che Paese sarà mai l’unico dirigente ad aver obiettato contro il voto che ha stabilito le sedi dei Mondiali 2030 in sei Paesi e di quelli del 2034 all’Arabia Saudita? La risposta alle tre domande è una sola. Come è sola la Norvegia, quando si tratta di non prendere il buon senso a pallonate di fronte a tutto il mondo.
Se i grandi protagonisti finora balbettano e usano lo slogan d’ordinanza «che il calcio deve unire» (ma è già qualcosa, intendiamoci, rispetto al silenzio assoluto), la Nazionale di Oslo che torna al Mondiale 28 anni dopo l’ultima partecipazione non ha paura di niente. Né fuori, né tantomeno in campo, visto che attorno al totem Erling Haaland il ct Stale Solbakken, che a Francia ’98 giocava, ha costruito una squadra giovane, brillante e affamata, come hanno sperimentato sulla loro pelle sia l’Italia di Spalletti che quella di Gattuso nel girone di qualificazione.
Da ultimo arrivato e con l’ambizione di essere la vera sorpresa del torneo, secondo i canoni calcistici classici Solbakken potrebbe anche buttare il pallone in tribuna. Ma non è il tipo, soprattutto da quando nel 2001 è sopravvissuto a un arresto cardiaco. Così quando gli hanno chiesto del calciatore iracheno Aymen Hussein, primo avversario della Norvegia, trattenuto per 7 ore dagli agenti doganali all’arrivo negli Usa, il ct non si è fatto pregare: «Siamo tutti d’accordo nel dire che è inutile, che molte cose avrebbero potuto essere fatte diversamente, ma siamo tutti ipocriti. Sia noi che voi, perché qui si sta svolgendo una Coppa del Mondo e noi siamo qui per giocare a calcio». Alla richiesta di approfondire quali siano le «molte cose» a cui fa riferimento, Solbakken ha risposto: «Tutto: a partire dal fatto che il paese ospitante è in guerra con un’altra nazione (l’Iran), alle diverse difficoltà, compresa quella dell’arbitro rispedito a casa».
Molti protagonisti, prima di esporsi, avrebbero pensato alle conseguenze. Ma la Norvegia ragiona secondo canoni diversi. E anche sul campo Solbakken ha le idee chiare, a costo di passare per incauto: «Possiamo battere chiunque, abbiamo l’X Factor». Pochi giorni fa, dopo che la Scozia si è tirata indietro dall’ultima amichevole a causa di alcuni infortuni, l’allenatore norvegese ha classificato il comportamento del collega Clarke come «imbarazzante e non professionale».
Un po’ come il premio della pace che il presidente della Fifa Infantino ha consegnato a Donald Trump a dicembre. La Norvegia ha appoggiato il reclamo dell’organizzazione no-profit FairSquare, che ha dichiarato che «un premio di questo tipo per un leader politico in carica è, di per sé, una chiara violazione del dovere di neutralità della Fifa: Infantino sfida apertamente le regole dell’organizzazione e agisce in modi sia pericolosi che direttamente contrari agli interessi dello sport più popolare al mondo». Lise Klaveness, presidente della NFF ha spiegato che aspetterà la fine della competizione per sostenere attivamente la denuncia, chiedendo incontri con la Fifa. È lei, ex calciatrice con oltre 70 partite in Nazionale a dettare la linea. Fin da quando, dopo l’assegnazione dei Mondiali 2030 e 2034 (per acclamazione, con l’Arabia candidato unico) ha presentato un’obiezione formale: «Volevamo che venissero rispettate le regole di assegnazione. Il Qatar ha dimostrato che assegnare il torneo a Paesi che devono costruire quasi tutte le infrastrutture comporta molte controindicazioni. Viviamo in un mondo che a volte è molto politicizzato, dove la gente può avere paura di essere punita se protesta, quindi sono poche le federazioni che si fanno sentire». E solo una quella che teme nulla.