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Ancelotti, il debutto da c.t. in Brasile-Marocco: «Voglio viverla con allegria e felicità, è un momento molto bello della mia storia»

Ancelotti, il debutto da c.t. in Brasile-Marocco: «Voglio viverla con allegria e felicità, è un momento molto bello della mia storia»

Eccolo qui, spuntato fuori da una pubblicità della birra con Ronaldo Fenomeno o da quella dell’auto ufficiale della Seleçao: Carlo Ancelotti è ovunque, anche sui manifesti del Mondiale in giro per Manhattan e le aziende fanno a gara per averlo come testimonial. Pazienza se, solo per il cachet, costa cinque volte il suo predecessore Tite e incassa due milioni extra dai marchi legati al Brasile: il «Pavarotti del futebol» (ascoltare per credere quando canta l’inno del Real Madrid), il Padrino del calcio (è uno dei suoi film preferiti), è il commissario tecnico più pagato della storia, non solo brasiliana, e ha appena rinnovato fino al 2030 a 10 milioni netti a stagione. Carletto fa il semplice, in fondo lo è: «Per me è una esperienza nuova, qualcosa di speciale, per la responsabilità e l’onore di rappresentare il Paese del calcio e la Nazionale più vincente. Voglio viverla con allegria e felicità, è un momento molto bello della mia storia». C’è da avere fiducia.

Quella che solo lui poteva riportare dentro a un universo nel quale i pianeti non si allineano dal lontano 2002: «Possiamo vincere, ma la paura è una cosa importante nella vita, perchè se incontri un leone e ti sembra un gatto, non va bene. Ma sono ottimista, siamo pronti» ha detto Carletto a poche ore dalla sfida d’esordio contro il Marocco (oggi a mezzanotte) nel caldo asfissiante del New Jersey, nello stadio senza copertura e senza respiro dove il 19 luglio sarà assegnata la Coppa. I nordafricani sono reduci dal caos della finale di Coppa d’Africa contro il Senegal (vinta a tavolino due mesi dopo), che è costata la panchina al c.t. dei miracoli Regragui, sostituito da Ouhabi, tecnico dell’Under 20 campione del mondo lo scorso ottobre. La squadra di Hakimi è arrivata in semifinale a Qatar 2022, impresa che ai verdeoro non riesce dal 2014, quando però poi persero 7-1 contro la Germania.

Con la saggezza del medico condotto della campagna reggiana, il ragazzo che a 11 anni guardava Pelé sovrastare Burgnich nella finale di Messico 70, che nel 1982 scendeva in piazza dopo la tripletta di Paolo Rossi che faceva piangere il Brasile e nel 1994 da assistente di Sacchi teneva la testa a Franco Baresi in lacrime dopo la finale persa ai rigori contro Romario e compagni, si è messo a curare prima le ferite dell’anima. Mentre Neymar junior in palestra cerca di sanare quelle dei muscoli e al debutto non ci sarà: poi chissà. Intanto portare la stella cadente di O Ney ha smorzato qualsiasi polemica e tempo per ricavarne qualcosa di utile ci sarà («è qui anche per la sua esperienza»), spiega Ancelotti.

Ancelotti è seguito come un’ombra dalla troupe di Paolo Sorrentino, che gira un documentario su un allenatore da Oscar, con tempi scenici ormai consolidati, quasi sempre nella parte dell’eroe buono fin da quando da ragazzino giocava per un’altra troupe, quella di «Novecento» di Bertolucci, contro quella pasoliniana di «Salò», segnando il gol decisivo tra polvere e zanzare della bassa emiliana. Ancelotti nel 2014 ha portato la Decima Champions al Real Madrid che non la vinceva da dodici anni ed è l’unico ad aver conquistato cinque volte il trofeo per club più prestigioso. E ora vuole portare il mitico «Hexa», la sesta stella mondiale a Rio de Janeiro, dove ha preso casa e sta benissimo. Il Brasile si stupisce per tutte le gomme che Carlo mastica in panchina e ama il suo costante sforzo di parlare portoghese e la sua ironia, uno strumento fondamentale per allentare la tensione enorme che grava sulla squadra, assieme ad aspettative forse esagerate rispetto al reale valore. Forse no. La critica non manca, per la convocazione di qualche senatore di troppo. E poi perché Carletto nasce sacchiano, ma è italiano e sa che l’equilibrio è fondamentale. Un concetto che in Brasile non sempre attecchisce, anche se i successi più recenti sono arrivati senza incantare. Così la coppia di centrocampo, con il vecchio Casemiro amuleto nelle vittorie del Real e il magnifico Bruno Guimaraes, è al centro di tutto, nel possibile 4-2-4 di stanotte, con Matheus Cunha e Raphinha ali e Vinicius junior, già rivitalizzato da Ancelotti a Madrid e ora atteso al Mondiale della consacrazione, che gioca più avanzato, accanto al possente centravanti ex muratore Igor Thiago.

«Carlo è un vincente, ha trasformato il Brasile dopo un periodo molto difficile — spiega il portiere Alisson, uno dei senatori del gruppo verdeoro — . È resiliente, umile e ha l’intelligenza di scegliere sempre le parole giuste, oltre a un’idea chiara di calcio che facilita il nostro stile di gioco: ha vinto tutto, nella sua posizione forse ha più pressione persino del presidente del Paese, ma nei suoi occhi vedo la gioia e la gratitudine per essere l’allenatore della Seleçao». Ancelotti for President. Ma occhio alle trappole.

12 giugno 2026, 23:17 - Aggiornata il 13 giugno 2026 , 07:18

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