Hanno nomi immaginifici, da romanzo d’avventura, come Telmo Arcando, Godfried Romeratoe, Keeto Thermoncy. Avevano un sogno grande e l’hanno già realizzato, mettendo Capo Verde, Curaçao e Haiti sulla mappa del Mondiale a 48 squadre, isole comprese. Di fronte avranno giganti come Spagna, Germania, Brasile. E possibilità di passare il primo turno molto vicine allo zero. Ma chi se ne importa: mentre i giocatori italiani sono in vacanza per metabolizzare il breve trauma per l’ennesimo mondiale saltato, quelli di Curaçao se ne vanno giro con lo scuolabus azzurro mare, come la polvere che sull’isola dà colore a tutto e si mette in testa ai neonati, per scacciare il demonio.
In campo bisognerà evitare brutte figure, il rischio è piuttosto elevato. Ma sulle isole sarà comunque festa. Anche se la maggior parte di questi ragazzi nati in Olanda, Francia, Portogallo e Stati Uniti, nelle terre dei loro nonni o dei loro genitori non ci ha mai vissuto. E in un caso, come quello tragico di Haiti, non ci può giocare da cinque anni: la squadra di Port au Prince che debutta nella notte con la Scozia, gioca le gare casalinghe proprio a Curaçao, che una volta era crocevia della schiavitù e ora lo è del pallone caraibico. Il ct francese di Haiti, Migné, nella capitale non ci ha mai messo piede: i morti ammazzati dal 2021 sono stimati in 160mila, la guerra tra gang non lascia tregua. Il più famoso ad aver calcato da bambino quelle strade per giocare a pallone è lo juventino David, che però gioca per il Canada dove si è trasferito a sei anni «perché sull’isola la vita era troppo pericolosa».
Haiti, a differenza delle altre due debuttanti, al Mondiale ci è già stata nel 1974: a portarla fu il triestino Ettore Trevisan, poi licenziato dal figlio del dittatore Duvalier, Baby Doc, per evitare a suo dire il fortissimo rischio di spionaggio, dato che l’Italia era nello stesso girone di Haiti e prese pure un gol dai caraibici, vincendo 3-1. Nel 1950 poi la famosa vittoria degli Usa contro gli inglesi arrivò con un gol dell’haitiano Joe Gaetjew, eroe per un giorno, inghiottito dai fantasmi della dittatura. Oggi Haiti si presenta con il simbolo sulla maglia della battaglia del 18 novembre 1803 che portò all’indipendenza dalla Francia: nello stesso giorno del 2025 è arrivata la gioia del Mondiale. E adesso tocca a Johnny Placide portiere 38enne del Bastia, a Duckens Nazon, cresciuto come tanti compagni nei campetti delle banlieue parigine e ora di stanza in Iran, a Jean Ricner Bellegarde del Wolverhampton.
Per molti haitiani e per quasi tutti i capoverdiani e i giocatori di Curacao la nazionale dei genitori è un piano B che ha portato in premio il Mondiale, ottenuto grazie alla riunificazione calcistica della diaspora: qualcuno era finito a consegnare pizze come Van Ejma di Curacao o il portalettere come Rodrigues di Capo Verde.
Tavares, sempre degli «Squali blu» africani, si era ritirato nel 2024, mentre il suo compagno Pico Lopes ha risposto a un annuncio della federazione su LinkedIn. Curacao, indipendente ma ancora sotto la corona olandese, è il Paese più piccolo della lunga storia del Mondiale con 160mila abitanti e 444 km quadrati di superficie: appena due giocatori sono nati in patria e poi sono emigrati a Rotterdam per tentare l’avventura nel calcio. Tanti sono quelli formati nelle accademie di Ajax, Psv e Feyenoord e il primo che ha avuto l’idea di ricorrere nel 2015 a loro è stato l’ex ct Patrick Kluivert, la cui madre è di Curaçao. Se a questo materiale tecnico si aggiunge il ct olandese Advocaat che a 78 anni è il più anziano della storia del Mondiale, l’organizzazione c’è. Ma difficilmente basterà.
Tutte e tre le squadre hanno contropiedisti veloci, ma quelli più tecnici sono di Capo Verde, che è anche l’unica delle tre ad avere un allenatore, Bubista, ex gloria locale. Dailon Livramento, la cui madre è un’icona musicale capoverdiana, nel Verona due anni fa di gol ne ha fatto solo uno, ma è la stella, assieme al centrale del Villarreal Logan Costa e a Cabral, che Mourinho ha fatto debuttare in Champions con il Benfica. Sono gli ultimi arrivati, ma non vogliono fare le comparse. Per non dare ragione a chi contesta il gigantismo del torneo a 48. Una bella responsabilità nel loro piccolo.