Economia

Oltre il piano Stellantis, l’Italia sostenga la manifattura

Oltre il piano Stellantis, l’Italia sostenga la manifattura

C’era attesa per il piano strategico di Stellantis. Il settore automobilistico forse è secondo soltanto a quello hi tech per il livello di trasformazione che attraversa. Dalla transizione elettrica agli obiettivi di decarbonizzazione, dall’accelerazione della competizione cinese al cambiamento delle abitudini di mobilità dei giovani, fino all’andamento incerto della domanda: l’auto è forse il settore industriale alle prese con la rivoluzione più profonda. La risposta arrivata da Detroit è chiara: ci sarà ancora più America nel progetto di crescita. E il motivo è evidente: gli Stati Uniti «rappresentano la maggiore opportunità di crescita per la nostra redditività». La proporzione è 60% negli Usa e 40% in Europa: così saranno distribuiti i 60 miliardi d’investimento previsti dal piano.

La risposta si accompagna all’obiettivo di un utilizzo degli impianti all’80% della capacità entro il 2030. Dunque una transizione veloce, realizzata anche attraverso la costruzione di alleanze come quella con i cinesi di Donfeng. I nuovi modelli previsti sono 60. A questo punto bisogna vedere come verrà dettagliato il piano per l’Italia. Il primo segnale è arrivato per Pomigliano con la e-car dal 2028, ma le prossime settimane serviranno a capire quanta Italia ci sarà e come verrà distribuita.

Il ceo Antonio Filosa si è detto fiducioso «riguardo al cammino che ci attende». I tavoli con il governo indicavano l’obiettivo di un milione di veicoli per il nostro Paese e i sindacati hanno manifestato le loro preoccupazioni. Il segnale che arriva da Detroit, però, non riguarda soltanto Stellantis, ma l’intera manifattura italiana. Perciò è utile analizzare a fondo quel piano, per capire anche dove andrà una quota rilevante della manifattura del Paese. Anzi, è l’occasione per una riflessione sull’industria, su cosa intende fare l’Italia per restare la seconda manifattura d’Europa. Una volta si diceva che l’auto rappresentasse un terzo del Pil italiano, percentuali di molto ridotte ora. Eppure le ultime stime Ue dicono che la crescita non andrà oltre uno striminzito 0,6 per cento. Troppo poco per costruire un percorso di nuova occupazione.

Ora da Stellantis arriva il segnale di crescere più velocemente negli Usa, accelerare sulle alleanze, concentrare e aumentare il tasso di utilizzo degli stabilimenti. Non è detto che questo sia un piano valido per tutta l’industria e bisognerà verificarne l’efficacia per la stessa Stellantis, ma una cosa è certa: le trasformazioni non riguardano soltanto l’auto, ma anche la chimica, la meccanica, l’agricoltura. E allora perché non generare un percorso, con uno sforzo comune, che poggi sulla forza che via via il settore pubblico sta costruendo e sulla velocità e solidità del settore privato, per immaginare un processo di crescita per l’intera industria italiana? Che, se vuole restare centrale, deve guardare alla concentrazione e all’innovazione con meno indugi.

28 mag 2026 | 12:39

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