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Pietro è un capitano, non un alunno malato (grazie alla maestra). L'estratto dal libro di Massimo Gramellini

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All’uscita di scuola, Pietro sembra tranquillo. Quando la madre gli chiede com’è andata, si limita a un mezzo sorriso. I bambini non rispondono mai alle domande dei grandi.

Giulia, la madre, è meno tranquilla. Non riesce a dimenticare la notte in cui ha trovato suo figlio sul pavimento, con gli occhi rovesciati all’indietro e il corpo scosso dai tentacoli dell’epilessia.

Da allora gli attacchi si ripetono a cadenza regolare. Una volta al mese.

Pietro ha dovuto rinunciare al judo, ma non ha certo potuto rinunciare alla scuola.

Da tre giorni Giulia lo lascia sulla porta della classe di prima mattina e lo va a riprendere al pomeriggio, rivolgendogli sempre la stessa domanda.

«Com’è andata?».
 
«Bene, non preoccuparti».

A risponderle non è stato Pietro, ma la nuova maestra appena arrivata in Romagna. È la seconda volta che le parla. La prima era stata per raccontarle della malattia di Pietro e anche in quel caso si era sentita dire di non preoccuparsi.

Giulia invece si preoccupa eccome. La maestra non le starà nascondendo qualcosa? Forse la imbarazza rivelare alla madre di un epilettico che i compagni di classe lo prendono in giro? A volte i bambini sanno essere spietati con le creature più fragili.

La mattina dopo Giulia accompagna Pietro in classe, ma non si ferma sulla porta. La oltrepassa. Vuole sapere, vuole vedere.

E in effetti vede.

Un cartello sulla parete con un titolo a caratteri cubitali: INCARICHI DI EMERGENZA.

Sotto il titolo, sono indicati i sette punti di un dettagliato piano d’azione.

1. Se Pietro avrà un attacco, la maestra si occuperà della prima assistenza coadiuvata da Diana.

2. Lia prenderà il farmaco nel secondo cassetto.

3. Tommaso schizzerà a chiamare i bidelli.

4. Leo F. e Giordano correranno ad avvertire gli altri insegnanti.

5. Barbara prenderà il cuscino nell’armadio in fondo alla classe.

6. Leo A. lo appoggerà sotto la testa di Pietro.

7. Gaia e Josef andranno a recuperare il cellulare nella borsa della maestra.

Tra parentesi ci sono i nomi dei sostituti, nel caso in cui qualcuno dei bambini sopraelencati fosse assente nel momento del bisogno. Il piano prevede rotazioni mensili, affinché nessuno si senta escluso.

Esiste uno schema anche per l’uscita da scuola, rigorosamente in fila per due. Pietro davanti a tutti, tenendo per mano Maria Celeste, la sua preferita. Gli altri dietro, a fare da scorta.

Mentre rilegge per l’ennesima volta il cartello appeso alla parete, Giulia non può che ripensare allo spericolato esperimento sentimentale che ha condiviso il mese prima con una trentina di temerarie: le sue compagne delle elementari.

Si era fatta quasi cinque ore di macchina pur di raggiungerle nella vecchia scuola. Erano trent’anni che non le vedeva e per farsi riconoscere si era pinzata sul petto una targhetta con il nome, il cognome e una sua foto di allora.
Aveva trascorso una delle serate meno nostalgiche della sua vita, forse perché il passato da rammentare era così remoto da sembrare futuro. Avevano parlato tantissimo di progetti e speranze, pochissimo di gente famosa e cronaca nera. Soprattutto avevano parlato della, e con la, maestra.

Era per i suoi novant’anni appena compiuti che era stato apparecchiato quello spettacolo, salvo dover riconoscere che il vero spettacolo rimaneva lei.

Non era cambiata affatto. Si aggirava fra le sue vecchie ragazze distribuendo carezze ruvide e rimproveri dolci, la schiena ancora dritta come i suoi pensieri.

La maestra.

Quella che le aveva insegnato le tabelline, ma anche le basi dell’insiemistica.

Quella che, dopo la morte della madre di una delle compagne, aveva ritirato con una scusa i sussidiari a tutta la classe e quando li aveva restituiti la pagina sulla Festa della Mamma non c’era più.

Quella che le aveva allenato il muscolo della fantasia, leggendo in classe le poesie di Gianni Rodari e le favole di Dino Buzzati e Italo Calvino.

Un po’ per scherzo, e un po’ no, alla festa aveva preteso dalle ragazze un riassunto orale dei racconti di Marcovaldo. Poi aveva dato i voti: né bassi né alti, ma giusti, come sempre.

Guardandola in azione, Giulia aveva pensato all’esercito silenzioso di cui quella donnina formidabile faceva parte: le maestre e i maestri della scuola pubblica che hanno tirato su una nazione con stipendi da fame, meritandosi qualcosa che molti potenti non avranno mai. Il nostro rispetto.

Prima di andare a dormire, le aveva riunite tutte in mezzo alla stanza.

«Avervi avute come alunne è stato per me come ricevervi in dono» aveva detto. Poi si era commossa parlando della nipote che aveva deciso di seguire le sue orme: da quest’anno avrebbe insegnato alle elementari anche lei.


Prima di congedarsi aveva voluto baciarle sulla fronte, una per una.

Giulia ricordava ancora di essere risalita in macchina sentendosi in corpo l’energia di una leonessa.

E adesso, quest’altra maestra immensa e discreta. Si vergogna di avere dubitato di lei. Temeva che in classe suo figlio fosse un emarginato e invece ha appena scoperto che è un privilegiato. Il capitano di una squadra dove tutti hanno un compito preciso e un obiettivo comune.

Giulia si sente chiamare per nome. Gira la testa ed è la maestra di Pietro.

«Ti porto i saluti di mia nonna. Ha detto che devi assolutamente rileggere La famosa invasione degli orsi in Sicilia perché appena le passano i dolori alla schiena prende un treno per venirci a trovare. E interroga».

13 settembre 2026, 10:44 - Aggiornata il 13 settembre 2026 , 10:46