Economia

Roberto Garofoli: «Le leve dell’Italia per spingere il Pil: equità, energia meno cara e Ai»

Roberto Garofoli: «Le leve dell’Italia per spingere il Pil: equità, energia meno cara e Ai»

«Ci sono almeno tre obiettivi che si possono raggiungere per tenere l’Italia al passo con i grandi Paesi. Ma per riuscirci servono scelte condivise che consentano di non disperdere quanto di buono si è fatto». Roberto Garofoli, magistrato e sottosegretario a Palazzo Chigi nel Governo Draghi, ha pubblicato per il Mulino «Le leve per la crescita», realizzato su richiesta dell’Anci con oltre cento esperti ed esponenti delle istituzioni. Un’iniziativa, fuori dagli schieramenti, messa a disposizione del Paese e di chiunque lo governi.

Perché questo rapporto su come crescere?
«Perché siamo a un bivio, economico e civile. Una crescente insicurezza economica e sociale indebolisce coesione e partecipazione democratica. La crescita è decisiva, tanto più che dal 2000 la produttività è aumentata appena del 6%. È altrettanto cruciale crescere assieme, intervenendo su salari stagnanti e diseguaglianze».

Qual è il messaggio più importante?

«Molte debolezze italiane non dipendono solo da risorse insufficienti o scelte politiche inadeguate. Pesano fragilità istituzionali: mancano strutture pubbliche di analisi e regia strategica, capaci di definire priorità di medio-lungo periodo».

Lei si è occupato dell’avvio del Pnrr. Ha inciso su queste debolezze?

«Su alcune sì. Non è stato solo un programma di investimenti, ma uno stress test per il Paese. Ha prodotto risultati concreti, dalla giustizia civile ai tempi di pagamento della P.A., scesi da 53 a 27 giorni. Ancor prima lascia un metodo, fondato su obiettivi, tempi certi e monitoraggio: la vera eredità da cui ripartire. Tornare alle vecchie abitudini significherebbe arretrare e indebolire la credibilità del Paese in Europa, mentre si apre il nuovo bilancio pluriennale dell’Unione».

Voi indicate tre leve.

«Sì: investimento e coesione sociale; competitività (energia, acqua, tecnologie); qualità istituzionale. E la coesione è crescita: lasciare ai margini territori, giovani e donne significa rinunciare a parte del potenziale del Paese».

Il Mezzogiorno è ancora un problema?

«Va rovesciata la prospettiva. Negli ultimi anni il Pil del Sud è cresciuto più che al Centro-Nord, in gran parte grazie al Pnrr: il rischio è che, concluso il Piano, rallenti anche la convergenza. Il divario resta: il Pil pro capite è poco più della metà di quello del Centro-Nord; 500.000 laureati sono emigrati dal solo Mezzogiorno. Perché un giovane del Sud deve partire per necessità, senza sceglierlo? A pagare debolezze politiche o istituzionali è chi ha oggi vent’anni».

Che cosa si può fare?

«Rafforzare e specializzare gli atenei del Sud, avviare poli residenziali di alta formazione, rendere la Zes uno strumento selettivo di politica industriale capace di attrarre imprese strategiche. L’obiettivo non è amministrare il divario, ma fare del Mezzogiorno una leva della crescita nazionale».

E il capitale umano?

«La debolezza più ingiusta è che la famiglia in cui si nasce continui a condizionare le opportunità, dalla scelta della scuola fino alla laurea: ci arriva il 63% dei figli di laureati, contro il 15% di chi ha genitori senza diploma. Rischia di restare tradita la promessa costituzionale. Servono investimenti nelle scuole più fragili e più tempo pieno. A valle, fatichiamo a trattenere competenze: 630.000 giovani hanno lasciato il Paese. Proponiamo Its più forti e un piano stabile di attrazione dei talenti».

L’emergenza legata all’energia riguarda anche l’acqua?

«Serve una strategia unitaria. Sull’energia l’Italia paga una forte dipendenza e prezzi dell’elettricità molto più alti: occorre accelerare su elettrificazione e rinnovabili, con una programmazione coordinata con reti e accumuli; il gas resterà a lungo essenziale come back up, ma va ridotta l’incidenza sul prezzo. Sull’idrico, le reti perdono oltre il 42% dell’acqua immessa: serve una governance più forte e reti digitalizzate. Sull’IA, troppe amministrazioni sperimentano da sole: serve un programma nazionale».

Perché la sanità è tra le leve della crescita?

«Perché servizi accessibili incidono sulla qualità della vita e sull’attrattività dei territori. Pesano soprattutto i divari: fino a tre anni di differenza nell’aspettativa di vita tra aree ricche e svantaggiate; 5,15 miliardi di mobilità interregionale sottraggono risorse ai territori più deboli. Serve completare la sanità territoriale e garantire ovunque i livelli essenziali».

E la sicurezza urbana?

«L’insicurezza, reale e percepita, costa oltre 25 miliardi l’anno e riduce gli investimenti fino al 14% nelle aree più esposte. Non basta la repressione, pure indispensabile: nuove marginalità e quartieri che perdono servizi e presìdi di prossimità impongono un approccio integrato, con la sicurezza già nelle scelte urbanistiche, presìdi flessibili, pronto intervento rafforzato e tecnologie. E una regia stabile tra Stato ed enti locali con i Patti per la sicurezza urbana».

La campagna elettorale è iniziata. Crede davvero che potranno esserci scelte condivise?

«Il Paese deve trovare punti di intesa attorno a obiettivi comuni. La storia repubblicana dimostra che è possibile: i Costituenti seppero trovare una sintesi tra posizioni molto diverse; negli anni della guerra fredda forze contrapposte realizzarono grandi riforme per la scuola, il lavoro, la sanità, la casa. Con un modello di sviluppo esposto a incertezze geopolitiche e crisi demografica, condividere alcune priorità è vitale»

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