Economia

Wall Street, per la Borsa di New York una maratona lunga 25 anni: ma c’è la bolla sul traguardo?

Wall Street, per la Borsa di New York una maratona lunga 25 anni: ma c’è la bolla sul traguardo?

Lunedì 17 settembre 2001 Wall Street ha riaperto dopo quattro giorni di chiusura: da martedì 11, quando il New York Stock Exchange (Nyse) a circa 350 metri dalle Torri Gemelle, non aveva avviato le contrattazioni alle 9:30 del mattino perché le Twin Towers erano appena state colpite, la Nord alle 8:46 e la Sud alle 9:03. Una chiusura così lunga non era mai avvenuta dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il solo precedente erano stati i dieci giorni di fermo, festivi compresi, nell’aprile del 1933, per la crisi delle banche durante la Grande Depressione.
Il mondo della finanza newyorkese era in lutto, con il triste record della finanziaria dei bond Cantor Fitzgerald, che aveva gli uffici ai piani 101-105 della Torre Nord e perse il 70% dei suoi dipendenti, 658 su 960. La tensione era alta. Come avrebbe reagito il mercato all’attacco terroristico dell’11 settembre? Il giorno prima della riapertura, Charles Schwab, uno dei re del trading, in televisione aveva invitato tutti a tenere i nervi saldi, a non cedere al panico. E il commentatore Larry Kramer di CBS Market Watch, da San Francisco, aveva lanciato un esplicito messaggio politico: «Combatti i terroristi comprando azioni». L’idea gliela avevano data i suoi lettori sommergendolo di messaggi via Internet: «Non vendere, compra azioni americane»; «Io non speculerò al ribasso»; «Non posso fare profitti scommettendo contro il mio Paese».

L’appello pro-America non fece il miracolo quel giorno, ma non fu una disfatta. Il Dow Jones, l’indice delle 30 azioni americane più rappresentative, perse 678 punti, chiudendo a quota 8.921, con un ribasso del 7,12%. Anche il Nasdaq, il listino dei titoli tecnologici, seguì il trend negativo, finendo a 1.579 punti, in flessione del 6,82%. Un calo che fece tirare un sospiro di sollievo, perché tutti avevano in mente il crollo del 22% dell’ottobre 1987, quello che aveva ispirato lo scultore italiano Arturo di Modica a donare alla città il Toro di Wall Street, come affermazione di rinascita, di fiducia nell’America.

Da allora Wall Street ha ripreso a correre e ha contribuito alla rinascita di New York, come racconto nel libro scritto con il mio collega e marito Glauco Maggi «Da Giuliani a Mamdani. New York 25 anni dopo l’11 settembre» (Mind edizioni). Il Dow Jones è più che quadruplicato: +456%, sopra quota 50 mila punti. L’indice S&P500 è cresciuto del 611% e il Nasdaq, il mercato specializzato nei titoli tecnologici, ha registrato una crescita stellare del 1.400%, tanto straordinaria da far temere di essere arrivati, oggi, a un livello da Bolla speculativa, non sostenibile.
Certo, in questo quarto di secolo il boom della Borsa americana non ha seguito una traiettoria lineare. In mezzo ci sono stati due crolli drammatici: il primo dal 9 ottobre 2007 fino al 9 marzo 2009, con la perdita di oltre il 50% del valore sia del Dow Jones sia del Nasdaq, durante la grave crisi finanziaria legata ai mutui subprime. Il secondo, breve e violento, ha coinciso con la chiusura dell’economia per il Covid: nel febbraio-marzo 2020 il Dow Jones ha perso il 37% e il Nasdaq il 30%. E i titoli guida del mercato azionario americano sono cambiati radicalmente.

Fra le dieci aziende con il maggior valore, ce n’erano solo tre tecnologiche: Ibm, Intel e Microsoft. Le altre erano colossi della manifattura (General electric), del petrolio (ExxonMobil), della farmaceutica (Pfizer e Merck), delle banche e assicurazioni (Citigroup e Aig), dei supermercati (Walmart). Di quelle dieci, solo Microsoft è rimasta al top insieme ad altri nove campioni del Big Tech, tre dei quali sono nati dopo l’11 settembre: Facebook, ora Meta, nel 2004, Space X e Tesla nel 2002 e 2003.
Una conferma sia del dinamismo degli imprenditori negli Stati uniti sia delle profonde trasformazioni dell’economia, ora accelerate dall’intelligenza artificiale. Nonostante gli choc dell’11 settembre e quello del 2008, la finanza è rimasta l’industria trainante di New York, la prima per valore economico e come fonte di gettito fiscale: nei 25 anni dal 9/11 ha visto crescere il numero dei suoi dipendenti del 4% a circa 370.000 e ha contribuito stabilmente per il 18-20% alla produzione della ricchezza della città.
Allo stesso tempo New York è diventata anche il secondo centro high-tech più importante al mondo – dopo la Silicon Valley e prima di Londra, Boston e Pechino – con un ecosistema valutato oltre 620 miliardi di dollari. E anche il quartiere attorno a Wall Street si è trasformato: vi hanno aperto la loro sede anche società high-tech come Uber e Spotify, molti vecchi palazzi di uffici sono diventati residenziali, si sono moltiplicati i ristoranti e i negozi, gli hotel erano sei ora sono 42. E sono da poco iniziati lavori per ricostruire uno dei due palazzi del World Trade Center distrutti l’11 settembre e non ancora rinati: è il 2 WTC, 88 piani, 411 metri, che sarà il nuovo quartier generale dell’American Express.

25 set 2026 | 16:27

Potresti esserti perso