NEW YORK – Al suo debutto pubblico alla guida della Fed, il nuovo Presidente Kevin Warsh ha annunciato in prospettiva una vera e propria rivoluzione per la Banca Centrale e per le sue politiche, cosa che i mercati hanno recepito con una certa freddezza. Certo, Warsh non ha fatto alcun annuncio con effetto immediato. Sulla carta promette di tenere la barra dritta e negli annunci concreti di ieri niente sorprese immediate: come ci aspettavamo non c’è stata quella riduzione dei tassi di interesse invocata dal Presidente Donald Trump (e meno male!). Ma nei vari annunci casuali subito dopo il primo Comitato Monetario (FOMC) da lui presieduto si nascondono cambiamenti potenzialmente radicali nella gestione delle politiche di bilancio della Fed, della sua comunicazione, dell’approccio ai dati utili a individuare scelte di politiche monetarie segnalando l’avvio di una nuova era, appunto l’era Warsh.
Questa chiara percezione di cambiamenti radicali in arrivo, insieme a una ipotesi più concreta di aumenti dei tassi già nel 2026 ha indotto la reazione tiepida del mercato a questo debutto: subito dopo la prima conferenza stampa di Warsh ci sono state cadute – per ora solo fisiologiche - dei valori in borsa e un leggero aumento dei tassi di mercato.
Ma veniamo a lui, al nuovo presidente della Fed. Al suo primo incontro «live» con la stampa e i mercati, Kevin Warsh è apparso solido, sorridente, pragmatico, giovanile e soprattutto sicuro di sé e con le idee chiare su come si «volterà pagina» alla «sua» Federal Reserve. Cominciamo dagli aspetti di cronaca e dal cosiddetto «Dot Plot», letteralmente una immagine grafica a puntini composta dai 19 governatori che formano il consiglio allargato della Banca Centrale americana. Ciascun governatore indica una previsione sui tassi mettendo appunto un puntino sul livello previsto nel prossimo futuro.
Alla compilazione di ieri due sorprese. La prima: 9 governatori su 18 ( e il diciannovesimo??) hanno espresso una previsione di aumento dei tassi di interesse già nel 2026. Si tratta di una maggioranza. Finora, chi sul mercato ipotizzava aumenti, pensava al 2027. Invece si gioca d’anticipo. Non solo, alcuni governatori hanno addirittura pronosticato ben due aumenti nel corso del 2026 anche perché le previsioni aggiornate sull’andamento del tasso di inflazione che nello scorso incontro si attestavano attorno al 2,7% per il 2026 mostrano ora un balzo al 3,6%.
La riapertura promessa dello Stretto di Hormutz assieme al cessate il fuoco in Iran non avranno dunque un impatto immediato su un indice dei prezzi ai consumi che all'ultima lettura ha segnato un aumento del 4,2%, il più forte dal 2023, e con un indice «centrale», cioè depurato dai prezzi energetici e alimentari al 2,9%.
Su questo Warsh è stato chiarissimo: «Manterrò invariata la missione scritta e istituzionale della Fed, garantire stabilità dei prezzi e preservare l’occupazione». Questa parte delle dichiarazione sembra indicare che voglia tenere i piedi per terra. Sappiamo dei suoi voli pindarici sulla necessità di introdurre l’impatto dell’Intelligenza Artificiale sull’economia per determinare scelte di politica monetaria, tenendo conto degli aumenti della produttività del paese e il conseguente impatto riduttivo sul tasso di inflazione. Qui Warsh, nel breve, dà un messaggio chiaro: non staremo a correre rischi e se aumenti dei tassi saranno necessari li perseguiremo. Che questo non piacerà a Donald Trump, che continua a chiedere riduzioni dei tassi e aveva persino minacciato di licenziare Jerome Powell per non essersi piegato ai suoi voleri per Warsh è irrilevante.
Ha chiarito che per la Fed e per l’economia americana è molto più importante mantenere invariata la credibilità dell’autonomia della missione della Banca Centrale che cedere a pressioni politiche.
E tuttavia i segnali di cambiamento anche radicale ci sono già. Ieri ad esempio c’è stata la sorpresa del voto del «dot plot». Finora ha sempre raccolto i pareri dei 19 governatori in materia di tassi futuri, ma ieri ci sono stati solo 18 voti. L’astenuto? Proprio lui, Warsh, cosa che ha generato non poco dibattito tra gli operatori. Come mai? Perché proprio al debutto un segnale di rottura con una tradizione importante? Chiariamo subito che da sempre Warsh ha detto di non amare il Dot Plot. Alcuni pensavano che addirittura lo avrebbe abolito. Non è arrivato a tanto, ma un voto, per quanto anonimo, che esclude il numero uno, perde certamente di peso.
La ragione di questo atteggiamento di Warsh è semplice: secondo lui nel contesto digitale del nostro tempo le cose cambiano con rapidità estrema. Esprimere una veduta su un futuro secondo lui imprevedibile è errato e sarebbe dunque meglio evitare di dare al mercato segnali che potrebbero risultare fuorvianti. Comprensibile. Se non fosse che per definizione e al di là dell’era digitale il futuro è da sempre stato incerto. E i governatori della Fed esprimono una loro visione informata sulla base di dati ed elaborazioni statistiche che li preparano a decidere quando sarà il momento sempre tenendo in qualche modo il mercato per mano. Per questo negli ultimi anni il mercato si era abituato ad essere guidato dalla Fed che anticipava in vario modo le sue possibili variazioni proprio per non cogliere gli operatori di sorpresa, cosa che avrebbe potuto avere impatti traumatici sui valori di borsa o del mercato obbligazionario. Questo per dire che è nell’interesse della Fed stessa mantenere una comunicazione costante e affidabile con il mercato.
Ma Warsh ha confermato il suo punto di vista presentando anche un comunicato della Fed stringatissimo, appena un terzo in lunghezza del precedente, molto fattuale, 13 righe per dire che i tassi sui Fed Funds resteranno invariati fra il 3,5 e il 3,75%, che l’obiettivo resta quello di un tasso di inflazione al 2% e che il Comitato produrrà stabilità dei prezzi. Powell, che pure faceva un comunicato corto, ma pur sempre di 35 righe, dava maggior contesto e offriva agli analisti più informazioni su cosa potesse influire il pensiero dei banchieri centrali. La novità immediata è dunque soprattutto sul piano della comunicazione, ma saggiamente Warsh ha deciso di procedere per gradi.
Per questo, scegliendo l’approccio morbido, ha annunciato la costituzione di gruppi di lavoro che lavoreranno a cinque progetti distinti per mettere a fuoco procedure e strategie della Banca Centrale su comunicazione, bilancio, fonti dati, produttività e lavoro e inflazione. Sono i temi caldi che gli stanno a cuore sul piano operativo. Per ora ci sono i gruppi di studio. Domani dovremo aspettarci i risultati e cambiamenti più radicali di cui abbiamo già avuto un assaggio, come si diceva, sulla comunicazione (abolirà davvero il Dot Plot?).
Per l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla produttività e sul mercato del lavoro e sull’inflazione sappiamo come la pensa, ma preferisce che quando sarà il momento le decisioni emergano in modo pienamente consensuale e graduale. Per i dati ci si immagina che voglia una diversa gerarchia nella priorità attribuibile ai valori statistici mensili. Di nuovo, secondo lui, i dati hanno un valore relativo se non sono interpretati e inseriti in un contesto dinamico e più vicino al tempo reale piuttosto che basarsi solo sul risultato storico, tanto più che spesso i dati mensili sono poi corretti appena settimane dopo. infine è sullo “Studio sul Bilancio” dove potrebbe esserci l’impatto piu’ diretto sui mercati. Warsh infatti aveva attaccato quelli che considerava eccessi nelle operazioni di «quantative easing» che ha considerato eccessive in risposta alla crisi del 2007-2009 e poi al COVID e che hanno aumentato il passivo di bilancio della Fed.
Ritiene che il bilancio della Banca Centrale si sia allargato troppo a causa degli interventi di acquisto sul mercato di vari titoli per garantire liquidità in tempi di crisi. Vuole in sostanza un minore interventismo della Fed sui mercati ed è favorevole a una riduzione delle posizioni investite dalla Fed nel suo bilancio, cosa che, sostiene, consentirà - tutto da provare - una più agevole riduzione dei tassi. Stiamo parlando insomma di una vera e propria rivoluzione. È chiaro che Warsh non vuole imporre a caso e improvvisamente i cambiamenti che desidera nell’impostazione delle politiche della Fed. E sappiamo quanto gli «studi» siano spesso una scusa per dare un contesto più scientifico e di consenso allargato a decisioni già prese. Sappiamo anche quanto Warsh creda alle novità che vorrebbe promuovere. Sente che il mondo è cambiato e continua a cambiare rapidamente, mentre la Fed opera ancora seguendo parametri del passato con protagonisti del passato. Sarà, ma non sembra, considerando le condizioni dell’economia americana, i continui sbocchi imprenditoriali e innovativi che hanno tenuto questo paese sempre all’avanguardia, i recuperi dalla crisi del 2007/2009 o dal COVID, i continui massimi in borsa, persino l’esuberanza, forse irrazionale, delle borse, che le politiche della Fed di Powell, Janet Yellen e Ben Bernanke prima di loro, sempre in continuità evolutiva, non abbiano funzionato.
Il mercato ha capito benissimo che cosa si intende fare coi «gruppi di studio», ha capito che invece di una «continuità evolutiva» Warsh punterà a una rottura e per questo ha accolto con evidente distacco il suo debutto. Anche perché, nella cultura popolare americana, è sempre meglio aderire a questa antica massima del meridione della Nazione :«If it ain’t broken don’t fix it», che, tradotto, suona: «Non ti inventare riparazioni se non c’e’ nulla di rotto».
18 giugno 2026, 08:33 - Aggiornata il 18 giugno 2026 , 08:37