Economia

Adam Smith, dal libero scambio ai danni dei monopoli: gli insegnamenti del padre dell’economia che abbiamo dimenticato

Adam Smith, dal libero scambio ai danni dei monopoli: gli insegnamenti del padre dell’economia che abbiamo dimenticato

A 250 anni dalla pubblicazione, La Ricchezza delle Nazioni continua a sorprendere per la modernità delle intuizioni di Adam Smith. A rendere ancora attuale il filosofo ed economista scozzese non è soltanto il fatto che Smith ha «inventato» l’economia moderna, ma è soprattutto la capacità di descrivere meccanismi che continuano a definire il capitalismo contemporaneo, anche in queste convulse fasi. 
Molte delle sue intuizioni, datate 1776, l’anno della Dichiarazione di indipendenza americana, sembrano scritte per interpretare questioni di oggi: globalizzazione, tecnologia, produttività, disuguaglianze, monopoli, commercio internazionale e ruolo dello Stato.

Perciò il 5 giugno Kirkcaldy, la cittadina sulla costa orientale della Scozia dove Adam Smith nacque nel 1723, si prepara a celebrare in pompa magna i 250 anni dell’Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (il titolo completo dell’opera) con una serie di eventi, incluso un simposio sul «Futuro dell’economia». Tra i partecipanti, il governatore della Bank of England Andrew Bailey, premi Nobel, accademici e studiosi provenienti da diversi Paesi.

L’idea più moderna resta probabilmente la centralità della produttività. Per Smith la ricchezza non deriva dall’accumulo di oro o dalla potenza militare, come sostenevano i mercantilisti, ma dalla capacità di produrre beni e servizi in modo più efficiente. È il principio che sta dietro la rivoluzione industriale dell’Ottocento che anticipa anche l’economia contemporanea basata su innovazione, tecnologia e organizzazione del lavoro.

Smith aveva compreso che la produttività aumenta quando il lavoro viene suddiviso, coordinato e integrato in sistemi sempre più complessi. Il suo esempio, che apre la Ricchezza delle Nazioni, è la celebre fabbrica di spilli: un operaio da solo produce forse venti spilli al giorno; dieci operai specializzati, dividendosi i compiti, ne producono 48 mila. È la prima descrizione di come la specializzazione moltiplichi la produttività

Oggi parliamo di catene globali del valore, di outsourcing, di piattaforme digitali che scompongono ogni processo in micro compiti affidati a specialisti sparsi nel mondo: ma è quello che aveva intuito Smith, proiettato su scala planetaria.

La critica smithiana al protezionismo è di stringente attualità nell'era dei dazi trumpiani e delle guerre commerciali. Smith sostenne che il commercio internazionale accresce la ricchezza delle nazioni quando ciascun Paese si specializza nelle attività in cui è più efficiente. Sarà poi David Ricardo a sviluppare questa intuizione nella teoria del vantaggio comparato. È una tesi che ha influenzato due secoli di globalizzazione. Le barriere doganali, qualsiasi cosa possa pensare Donald Trump con la sua pioggia di dazi, non proteggono i lavoratori, argomentava Smth. Al contrario, proteggono le rendite dei produttori a scapito dei consumatori. Ogni volta che un governo annuncia dazi per difendere i posti di lavoro rilanciando la manifattura domestica, si riaccende un dibattito che Smith aveva già affrontato nel 1776.

La mano invisibile è forse la metafora più fraintesa della storia del pensiero dell’economista scozzese. Smith la usa pochissime volte e mai come elogio incondizionato del mercato. Non sostiene che il mercato produca automaticamente risultati giusti o equilibrati, ma afferma che, in presenza di concorrenza e regole, la ricerca dell’interesse individuale possa contribuire alla crescita collettiva. Gli individui, perseguendo il proprio interesse, producono infatti spesso risultati socialmente benèfici che non avevano intenzione di generare. Pur sapendo anche che, senza regole, il mercato tende a produrre privilegi, concentrazioni di potere e distorsioni

Perciò il suo non è un invito al cinismo, ma un'osservazione sulle proprietà dei sistemi complessi. La teoria dei giochi e l'economia comportamentale oggi discutono ancora esattamente questo: quando gli incentivi individuali producono beni collettivi e quando invece li distruggono.

Smith aveva intuito che i prezzi non sono semplici etichette, ma segnali che aggregano e trasmettono informazioni disperse tra milioni di individui. Nessun pianificatore centrale potrebbe raccogliere e processare tanta conoscenza. Il mercato lo fa spontaneamente. Nell'era dei big data e degli algoritmi, questa intuizione non è superata: è semmai più urgente, perché ci ricorda che la complessità dell'informazione economica rimane, anche quando la potenza di calcolo cresce.

La diffidenza di Adam Smith verso monopoli e concentrazioni di potere appare sorprendentemente contemporanea. Nelle sue pagine osserva che i commercianti e gli imprenditori spesso cercano di limitare la concorrenza attraverso accordi, protezioni o influenza politica. «Le persone dello stesso mestiere raramente si incontrano, anche solo per divertimento, senza che la conversazione finisca in una cospirazione contro il pubblico o in qualche accordo per alzare i prezzi», scrive. Le sue osservazioni vengono spesso richiamate oggi nel dibattito sul potere economico dei colossi di Big Tech, che dominano l’intelligenza artificiale e il capitalismo digitale.

C’è poi un’altra intuizione molto moderna: il rapporto ambiguo tra efficienza economica e qualità della vita. Smith riconosce che la divisione del lavoro aumenta enormemente la produttività, ma può anche rendere il lavoratore “stupido e ignorante” se costretto a ripetere per tutta la vita lo stesso gesto meccanico. È una riflessione che viene riproposta nel dibattito sull’automazione, sugli algoritmi e sull’intelligenza artificiale applicata al lavoro. Una preoccupazione che riemerge oggi nelle discussioni sull'automazione e sull'intelligenza artificiale, sollevando il dubbio che, liberandoci dal lavoro, l’Ai atrofizzi il nostro cervello.

Per questo Smith attribuisce allo Stato un ruolo importante nell’istruzione pubblica, nella giustizia, nelle infrastrutture e in alcune opere collettive che il mercato da solo non riuscirebbe a garantire in modo efficiente.

Smith non era indifferente alla distribuzione della ricchezza. Osservava che i datori di lavoro hanno strutturalmente più potere contrattuale dei lavoratori, che i salari tendono a restare bassi non per legge naturale ma per rapporti di forza, e che una società prospera dovrebbe garantire ai lavoratori condizioni dignitose. Sono argomenti che risuonano nell'attuale dibattito sul salario minimo, sulla precarizzazione del lavoro, sull'automazione che rischia di comprimere ulteriormente il potere negoziale di chi lavora.

Smith era prima di tutto un filosofo morale. La sua prima opera, La teoria dei sentimenti morali, pone l'empatia, cioè la capacità di immedesimarsi nell'altro, come base di ogni convivenza civile. Il mercato funziona perché è immerso in un contesto di norme sociali, fiducia, senso del giusto, sostiene.

Per Smith, un'economia priva di questi presupposti sarebbe stata destinata a indebolire il tessuto sociale che la sostiene. Oggi, quando si discute di capitalismo delle piattaforme, di gig economy, di erosione dei legami sociali prodotta dalla competizione sfrenata, probabilmente lo Smith moralista è quello più necessario.

Sarebbe scorretto nascondere alcuni limiti delle tesi settecentesche dell’economista scozzese alla luce dei cambiamenti attuali. Dall’assenza del tema ambientale al ruolo centrale della finanza. Smith scriveva in un mondo in cui le risorse naturali sembravano illimitate e i costi ambientali erano invisibili. La sua teoria del valore, perciò, non contempla le esternalità negative su scala planetaria: l'inquinamento, il cambiamento climatico, il collasso degli ecosistemi. 

C'è poi il problema della finanza. Smith conosceva il capitalismo commerciale e manifatturiero del suo tempo, non la finanza moderna con i suoi strumenti derivati, le sue bolle speculative, la sua capacità di creare e distruggere ricchezza in modo slegato dall'economia reale. La sua analisi fatica ad abbracciare un mondo in cui i mercati finanziari dominano su quelli dei beni e del lavoro.

Eppure, a 250 anni dalla sua pubblicazione, La ricchezza delle nazioni è ancora un libro vivo, nel senso che continua a porre domande più che a dare risposte. Più che un ideologo del mercato, Smith fu un osservatore della trasformazione economica del suo tempo. E la domanda fondamentale che attraversa tutta la sua opera - come si genera e si distribuisce la prosperità – continua a essere al centro del dibattito economico contemporaneo.

3 giu 2026 | 09:05

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