Economia

Appennino food, consolida il primato nel tartufo e punta forte sugli Usa

Appennino food, consolida il primato nel tartufo e punta forte sugli Usa

Appennino Food group nasce nel 1987 dalla passione di Luigi Dattilo per la natura e gli animali, il core business del gruppo, sin dagli inizia è il tartufo. In breve tempo l’azienda diventa un punto di riferimento per la qualità dei suoi tartufi, conquistando appassionati e ristoratori. Oggi  l’impresa di Monteveglio, in Valsamoggia (provincia di Bologna)è la terza impresa italiana (prima di prima generazione) nel mondo del tartufo, vanta una sede a Singapore e una negli Usa, consolidando la vocazione di azienda di trasformazione di  materie prime d’eccellenza in autentiche esperienze gastronomiche, portando a tavola il meglio del comfort food italiano.
Appennino Food Group opera negli Stati Uniti da oltre 20 anni, ma solo l’anno scorso ha consolidato la presenza con la filiale operativa a Miami, . Quanto pesa il mercato internazionale nella crescita del tartufo rispetto a quello italiano?
Il consolidamento della nostra presenza negli Stati Uniti - spiega Luigi Dattilo - rappresenta un passaggio strategico molto importante. Operiamo su questo mercato da oltre vent'anni, ma avere oggi una struttura diretta ci consente di essere più vicini ai clienti, comprendere meglio le esigenze locali e contribuire alla diffusione della cultura del tartufo. Il mercato internazionale è sicuramente uno dei principali motori della crescita del nostro settore e continua a mostrare un forte interesse per il tartufo italiano. Allo stesso tempo, però, non bisogna dimenticare il valore del mercato domestico: l'Italia rappresenta ancora circa il 50% del fatturato di Appennino Food Group e rimane un punto di riferimento imprescindibile per la nostra azienda.
Ci sono differenze nella percezione del tartufo tra Europa, Stati Uniti e Medio Oriente? Come viene visto rispetto a come lo percepiamo in Italia? È solo un ingrediente di lusso?
In parte sì. Ancora oggi il tartufo viene spesso percepito come un prodotto esclusivamente legato al lusso, e questo vale anche in Italia. A mio avviso, questa percezione è il risultato di una comunicazione che per molti anni ha puntato soprattutto sull'esclusività e sull'ostentazione.
La missione di Appennino Food Group è diversa: vogliamo far conoscere non solo il tartufo bianco, ma anche tutte quelle varietà meno conosciute che offrono straordinarie qualità organolettiche a costi più accessibili. Esistono tartufi che possono entrare nella cucina quotidiana, diventando ingredienti "day by day" e permettendo a un pubblico molto più ampio di avvicinarsi a questo prodotto.
Qual è il vostro apporto, all'estero ma anche in Italia, per la comprensione e la diffusione della cultura legata a questo fungo ipogeo?
Il nostro contributo consiste soprattutto nell'attività di educazione del mercato. Da anni lavoriamo per raccontare il tartufo in modo corretto, sfatando molti luoghi comuni e spiegando come riconoscerne realmente la qualità. Lo facciamo attraverso la formazione dei clienti, il dialogo con gli chef, la presenza nei mercati internazionali e una comunicazione costante. Crediamo che diffondere la cultura del tartufo significhi prima di tutto aiutare le persone a comprenderlo, conoscerlo e utilizzarlo in modo consapevole.
Sappiamo che il tartufo che gustiamo sulle nostre tavole arriva da tutto il mondo. Quali strumenti avete sviluppato per garantire riconoscibilità, tracciabilità e qualità del prodotto?
La tracciabilità rappresenta un valore imprescindibile, perché garantisce trasparenza lungo tutta la filiera e permette al consumatore di conoscere con precisione l'origine del prodotto che acquista. Per questo abbiamo investito molto nei processi di selezione, controllo e rintracciabilità.
Allo stesso tempo, riteniamo che l'origine geografica, pur essendo importante, non sia da sola sufficiente a definire la qualità di un tartufo. La nostra esperienza ci insegna che un grande tartufo si riconosce soprattutto attraverso tre caratteristiche fondamentali: il profumo, la consistenza e il colore. Sono questi gli elementi che ne determinano il reale valore e che dipendono in larga misura dalle condizioni climatiche e ambientali in cui il tartufo si è sviluppato. Il nostro impegno è quindi duplice, garantire al consumatore la massima trasparenza sull'origine del prodotto e, allo stesso tempo, educarlo a riconoscere la qualità attraverso criteri oggettivi, andando oltre il semplice nome del Paese di provenienza. Perché, in fondo, la qualità di un tartufo non si misura con il passaporto, ma con il profumo, la consistenza e il colore.
Nel mercato globale esiste una competizione tra diverse tipologie di tartufo (italiano, francese, balcanico, ecc.) oppure si sta andando verso una standardizzazione del gusto?
La competizione esiste e alcuni operatori fanno della provenienza geografica il principale elemento distintivo. Noi crediamo invece che il mercato stia diventando sempre più maturo: chi acquista con competenza guarda soprattutto alla qualità reale del prodotto e alla sua esperienza sensoriale, più che al Paese di origine.
Come il cambiamento climatico, a livello globale, sta condizionando l'offerta, la disponibilità e i prezzi?
Il cambiamento climatico sta sicuramente influenzando la produzione mondiale. Ci sono aree che stanno vivendo una riduzione della disponibilità, mentre altre stanno mostrando una crescita inattesa.
È importante ricordare che il tartufo è un organismo naturale estremamente resistente. Dal punto di vista biologico il suo obiettivo è la sopravvivenza e, proprio per questo, possiede una notevole capacità di adattamento. Assisteremo probabilmente a uno spostamento delle aree produttive, con territori oggi storici che potrebbero produrre meno e nuove aree che diventeranno sempre più vocate.
Che tipo di domanda state osservando negli Stati Uniti in termini di utilizzo del tartufo nella ristorazione? Si differenzia da altri Paesi?
Gli Stati Uniti rappresentano un mercato estremamente eterogeneo, sia per dimensioni sia per cultura gastronomica. Parliamo di oltre 330 milioni di persone distribuite su un territorio enorme, dove convivono realtà molto diverse tra loro. Nelle grandi aree gastronomiche, come la Florida o New York, la domanda è orientata verso prodotti di altissima qualità e selezioni molto ricercate. In altri Stati, dove il tartufo è ancora in fase di diffusione, cresce invece la richiesta di prodotti con un miglior equilibrio tra qualità e prezzo. Per noi questa diversificazione rappresenta un vantaggio competitivo, perché siamo in grado di offrire una gamma completa di prodotti, selezionati sia per l'eccellenza qualitativa sia per le diverse fasce di mercato.
Il tema dei dazi e delle barriere commerciali è stato al centro del dibattito. Quali sono gli elementi che rendono ancora competitivo il prodotto italiano?
A differenza di quanto spesso si pensa, non considero i dazi un ostacolo insormontabile, ma una variabile con cui le imprese devono imparare a confrontarsi. I numeri dimostrano che il Made in Italy continua a essere fortemente richiesto: nel 2025 le esportazioni del food italiano verso gli Stati Uniti sono cresciute rispetto all'anno precedente. Questo significa che, quando un prodotto offre qualità, autenticità e valore, il mercato continua a premiarlo anche in presenza di maggiori costi.

Quanto è importante oggi essere presenti direttamente in un mercato strategico come quello americano?
È fondamentale. Essere presenti direttamente significa poter decidere ogni giorno insieme ai clienti. Significa capire in tempo reale come cambia il mercato, offrire un servizio più rapido e costruire relazioni che da remoto sarebbero molto più difficili. Oggi non basta esportare un prodotto: bisogna essere parte del mercato in cui si opera.
Esiste una varietà maggiormente apprezzata all'estero o più richiesta?
Negli Stati Uniti il tartufo bianco rimane sicuramente il più conosciuto e desiderato.Segue il tartufo nero pregiato (Melanosporum o Winter Truffle) e, successivamente, il tartufo nero estivo. Credo però che esista ancora un enorme potenziale di crescita per le varietà meno conosciute. È proprio attraverso la divulgazione e l'educazione del consumatore che possiamo ampliare la conoscenza di questi tartufi e renderli protagonisti della cucina quotidiana.
Qual è oggi la sfida più complessa?
Le sfide sono molte, ma la più difficile è riuscire a catturare l'attenzione delle persone in un mercato saturo di messaggi.
La differenza la fanno i contenuti. Se un'azienda ha competenza, credibilità e qualcosa di realmente utile da raccontare, il mercato prima o poi la ascolta.
Come vi immaginate tra dieci anni?
Mi immagino un'azienda che sarà ancora un punto di riferimento internazionale per la cultura del tartufo. Continueremo a crescere nei mercati esteri, ma senza perdere ciò che ci distingue: il rispetto per il prodotto, per il territorio e per chi lo sceglie. Se tra dieci anni il tartufo sarà percepito meno come un lusso per pochi e più come un ingrediente capace di arricchire la cucina di tutti i giorni, vorrà dire che avremo contribuito a cambiare il mercato nella direzione che ci siamo prefissati.

3 agosto 2026, 18:42 - Aggiornata il 3 agosto 2026 , 18:43

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