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Cartoline dalla Cina / 3: La forza di 5 mila supertreni per la lunga corsa di Pechino

· Culture

Il treno scivola silenzioso a oltre 350 chilometri all’ora. È un treno della classe G, velocissimo. La Cina ne ha cinquemila di questi treni. Guardo la campagna correre attraverso la grande finestra. Sembra la Padania, con campi separati da filari di pioppi, piccoli corsi d’acqua imbrigliati da secoli di lavoro contadino, serre… Tutto più ordinato che in Italia. Si susseguono città, con boschetti di palazzine residenziali, alte e snelle, anonime, trenta o più piani ciascuna. Qui e là impianti industriali fumosi e grigi. E moltissimi villaggetti di campagna. Visti dal treno ricordano la Cina maoista: grigi, quadrati, basse casette di cemento decrepite, arrangiate in grandi rettangoli separati nettamente dai campi. Certo qui il grande benessere delle città non è arrivato. Il treno sarà anche fra i più veloci del mondo, e la Cina ne avrà anche 5 mila di questo treni, ma ha anche un miliardo e mezzo di abitanti. Se ogni cinese volesse prendere il treno super rapido almeno una volta, i 5 mila treni della classe G ci metterebbero vent’anni ad accontentarli tutti.

Non si vede miseria, quella delle favelas sudamericane, delle tragiche periferie urbane dell’Africa, delle shanty town indiane. Non si vede neanche la desolazione umana delle zone povere che costellano ovunque gli Stati Uniti. Ma l’ovvia povertà di questi innumerevoli villaggi di campagna, anche qui, nelle province ricche dell’est, basta a ricordarmi che il gigante dell’Asia, la cosiddetta «seconda potenza economica del mondo» è un Paese povero, con profonde differenze fra i super ricchi, le centinaia di milioni di benestanti, e i poveri, molto più numerosi.

Recentemente ero a cena a casa di Chen Jiaying, forse il filosofo qui più conosciuto dal grande pubblico. Bellissimo appartamento in un quartiere residenziale di Pechino, lontano dal centro, una terrazza piena di fiori. Un cena deliziosa, con portate che non finiscono mai, come si usa qui, e dieci persone attorno al tavolo che ridono e scherzano come ho visto fare solo gli italiani. Chen ha tradotto Martin Heidegger e Ludwig Wittgenstein, ma è conosciuto dal grande pubblico per i suoi libri sull’etica: su come vivere «una buona vita». Gli ho chiesto quale sia il messaggio centrale che cerca di trasmettere ai giovani, e la sua risposta mi sorprende. Cerca di dire loro, semplicemente, di apprezzare la vita indipendentemente dal successo sociale ed economico.

Tornando in auto chiedo ai miei amici come la gente abbia vissuto la spericolata altalena della propaganda ideologica di questo mezzo secolo. Il furioso egualitarismo maoista, la feroce radicalità contro ogni privilegio della Rivoluzione culturale, la timida esplorazione della libera iniziativa delle «zone economiche speciale» come Shenzhen negli anni Ottanta, e poi l’improvvisa propaganda dell’«arricchirsi è bello» degli anni Novanta, la travolgente crescita economica di quattro decenni, che non ha fatto che smentire in continuazione le ripetute e stucchevoli previsioni di collasso economico dei giornali economici occidentali (che continuano anche ora)... Fino a oggi: una Cina forsennatamente competitiva, dove la lotta fra le imprese è furibonda, i giovani sono sotto uno stress violento per emergere sopra gli altri... e dove molti cominciano a interrogarsi se tutto questo valga davvero la pena...

Le risposte sono brandelli di ricordi familiari: genitori e nonni che raccontano di amici tornati in lacrime da una visita alle prime «zone economiche speciali» come Shenzhen, dove ci si poteva per la prima volta arricchire: una guerra civile sanguinosa, una rivoluzione terribile, uno sforzo immenso per costruire un mondo migliore, per il grande sogno di eguaglianza, per cancellare per sempre la lotta contro i nostri stessi fratelli… tutto gettato via, per tornare al dio denaro. Ricordi, poi, di un decennio in cui sembrava che bastasse accedere all’università per accedere alle classi abbienti, e poi, come in Italia, scoprire che i posti di lavoro privilegiati non sono accessibili a tutti... Tutti laureati, ma non tutti i laureati diventano benestanti... e la disoccupazione dei laureati che aumenta. I giovani subiscono una pressione sempre più forte: competere fra loro, emergere, costruirsi il futuro. Studiano come matti, cercano di arrivare alle università migliori. La società cinese è cresciuta negli ultimi decenni a un ritmo vertiginoso, con uno straordinario impegno di tutti, ma anche con una competizione feroce. La stanchezza di questa corsa si percepisce qui e là. Una Cina che nel giro di pochi anni riassume il sogno americano: tutti possono; e la sua disillusione: la maggior parte non riesce...

Forse allora comincio a capire qualcosa del filosofo che ci ha invitato, il suo semplice messaggio a una giovane Cina di nuovo disorientata: ci sono cose per cui vale la pena vivere, che non sono solo il successo…

28 giugno 2026, 16:09 - Aggiornata il 28 giugno 2026 , 16:11