A me la Cina sembra una Napoli con un miliardo di abitanti. Una marea di persone molto umane, caciarone, familiari. Il piacere di mangiare assieme, ridere insieme, sentirsi amici. Mi sento più a casa qui che in Nord Europa o in Giappone. Fra i miei studenti, quelli con cui la confidenza è facile, l’amicizia stretta, ora sono cinesi. Di diverso dall’Italia c’è l’aria ordinata, indaffarata e ottimista. E tutto che funziona. Gente presa da questioni concrete, non persa negli ininterrotti lamenti e mugugni del nostro Paese.
Quando ero ragazzo la Cina era lontana, sconosciuta, misteriosa. La prima volta a Pechino sembrava ancora un mondo alieno. Più biciclette che auto. Ora fa l’impressione di arrivare nel futuro. O in città venendo dal paesello. Un grande Paese prospero, immenso, efficiente. Un mio studente cinese in visita a Verona poco tempo fa rideva per il fatto di ritrovarla eguale a come l’aveva vista dieci anni prima: «In Cina tutto cambia rapidamente!» mi diceva. Come nell’Italia degli anni Sessanta. Ma per un miliardo di esseri umani.
Gli studenti del campus dell’università di Pechino hanno l’aria casual e ricercatamente trasandata delle grandi università del mondo, ma qui il campus è un sogno: immerso nel verde di un parco, elegantissimo, punteggiato da laghetti e pagode. Silenzioso: sciami di motorini, rigorosamente elettrici, scivolano senza alcun rumore.
La «Peking University» sfoggia il vecchio nome coloniale della città — che ora si chiama Beijing, non Peking — quasi come una sfida al vecchio imperialismo europeo che per un secolo aveva umiliato l’orgoglio di una grande civiltà. È una delle due università d’élite del Paese, la più bella, la più desiderata in un sistema furibondamente competitivo: cento studenti ammessi su 700 mila che ci provano. Osservo questi ragazzi e penso che saranno l’élite dominante del futuro, forse del pianeta? Saranno ragionevoli?
Qui la gente vede il futuro con ottimismo, vive tranquilla. Indaffarata. Nessuno pensa a conflitti possibili. Chiedo se temano ci possa essere una qualche guerra all’orizzonte: mi guardano stupiti. Ma l’atteggiamento verso l’Occidente è cambiato rispetto a dieci anni fa. Allora era solo ammirazione. Dall’Occidente c’era tutto da imparare. Ora questo credito si è dileguato. Perché? chiedo a studenti e professori. La risposta è sempre la stessa: perché ora gli Stati Uniti ci trattano come nemici.
Non è difficile capire perché lo fanno, in realtà. Il Paese nel suo insieme è povero, il prodotto lordo pro capite è un quarto di quello dell’Occidente. Ma gli economisti concordano che la crescita dovrebbe continuare almeno fino a un prodotto pro capite metà di quello occidentale. A quel punto il conto è presto fatto: i cinesi sono quattro volte gli americani, per cui il loro prodotto lordo globale sarà doppio degli Stati Uniti. L’attuale dominio militare e politico americano sul mondo non potrà reggere a una tale sproporzione. Già oggi ogni cittadino statunitense spende per armare il suo Paese venticinque volte di più di un cittadino cinese. Non può durare. Come gestiremo la transizione? Gentilmente? O ferocemente?