Cultura

Clara Sánchez, nel nuovo romanzo la lucida distanza dall’ambizione

Clara Sánchez, nel nuovo romanzo la lucida distanza dall’ambizione

«La verità? Eccola: a volte, è una fortuna se i nostri sogni non si realizzano. Perché quando la vita decide per noi, spesso, decide per il meglio». Clara Sánchez tira le somme, divertita, della lieta morale del suo nuovo romanzo, La stanza delle verità. Che, come vuole una consolidata tradizione, esce ora in Italia, tradotto da Enrica Budetta per i tipi di Garzanti, e solo dopo arriverà nelle librerie spagnole.
A ovest dei Pirenei, infatti, è ancora in corso la promozione del libro precedente, La casa che attende la notte (Lo Inexplicable, è il titolo della versione castigliana), pubblicato in Italia un anno fa; e ormai, in patria, sembra accettata la scelta poco nazionalista di un nome tra i più gettonati e premiati del Paese, ascesa nel 2023 alla Reale Accademia di Spagna (scranno contrassegnato dalla lettera «X»).

La verità per Nuria, sessantenne protagonista di questa nuova, insolita storia, è che nel sublime isolamento della sua casa, alle porte di Madrid, è finalmente appagata. Non le mancano i suoi successi di scrittrice e di editorialista, le richieste di articoli da parte dei capi redattori, tantomeno i dibattiti televisivi e le tavole rotonde.
Stabilisce fin dal primo capitolo: «Passo tutto il giorno chiusa in casa. Mi piace moltissimo, ne sono praticamente innamorata». Pazienza se ha appena trecento metri quadri di giardino, poco o niente rispetto al grande parco della vicina Villa Azahar, con i suoi misteriosi proprietari. Nuria ha allestito la sua «piccola Macondo» in una parte del salotto: due travi a vista in ferro ossidato, un gruppo di alte palme da interno, una panca di legno. La sua oasi di pace, il suo «palazzo», il suo rifugio. E, dopo aver letto Libro d’ombra di Jun’ichiro Tanizaki, ha fatto ampliare la tettoia del portico, in ossequio alla sensibilità giapponese per la nobiltà della penombra rispetto alle vetrate inondate di sole.

Nuria vorrebbe la casetta tutta per sé. Detesta organizzare ricevimenti, invitare gli amici, e non le interessa il plauso di eventuali ospiti, che accoglie controvoglia: «Quello che mi annientava era la sensazione di aver permesso a quella gente di entrarmi dentro, di palparmi l’anima. L’idea di essermi lasciata spiare e giudicare nel profondo del mio essere da persone venute da fuori». Doveva pensarla in modo analogo un altro grande eremita dell’olimpo letterario, Jerome David Salinger, sfuggito con l’autoreclusione all’immensa e invadente popolarità de Il giovane Holden.

Qui però non si tratta propriamente di misantropia. Nuria ha un marito, Roberto, del quale suppone l’infedeltà, senza sentire l’urgenza di accertarla e senza che ciò turbi la loro routine. Insieme hanno un figlio unico, Chris, che da bambino ha ricevuto in dono dalla mamma un telescopio, ha coltivato con lei la curiosità per la Luna e le stelle e si è consacrato agli studi di astrofisica. Nuria aspetta con lui la chiamata dal Texas che gli aprirà le porte della Nasa e, soprattutto, della Stazione spaziale internazionale. Ma si sente in colpa per avergli acceso un sogno che forse non potrà mai realizzare; e ancora più in colpa quando il giovane astronauta russo, prescelto per la missione al posto di Chris, muore improvvisamente d’infarto nella navicella. Non l’avrà mica involontariamente ucciso lei, con quel suo desiderio così potente che Chris riuscisse a subentrargli nella Stazione spaziale?

Il senso di colpa, il peso della famiglia, la pressione dei desideri: per sfuggire a tutto questo Nuria «sceglie la casa perché è qualcosa che vede e che può cambiare — spiega Clara Sánchez —, può trasformarla, può tinteggiarla, può curare le piante. Soprattutto le consente di prendere le distanze dalle ambizioni, dal lavoro, dall’attesa di una telefonata con un nuovo incarico. Di liberarsi dalla necessità di essere ammirata e apprezzata. La soluzione è in una parola: distanza. La distanza disattiva il dramma, e non significa indifferenza, ma lucidità. Lo so per esperienza, perché Nuria sono io» svela, parafrasando Gustave Flaubert a proposito di Emma Bovary.
Le voci dell’autrice e della sua protagonista si sovrappongono: «Perché mai dovrei voler scrivere per un giornale, quando posso restare a lungo incantata a guardare le petunie, le begonie e le violette, soddisfatta che la programmazione degli irrigatori funzioni a dovere e che la porta del garage non si blocchi?» s’interroga ragionevolmente Nuria.

«Ma alla vita non si può sbarrare le porte, non si può fermare né rinchiudere in una casa» riflette Sánchez di rimando, affascinata dalla vicenda di Jack London e della sua Wolf House: «Dopo mille avventure in giro per il mondo, decise di dedicarsi alla costruzione della sua Casa Bellissima, scegliendo con cura i materiali, i legni, i pavimenti, i bagni. Appena terminata, la casa bruciò e London non poté mai abitarla. Paradossale, vero? Una bella metafora della sorte di sogni e aspirazioni».

Non va a fuoco La stanza delle verità, ma neanche i piani di solitudine di Nuria vanno come lei immaginava, quando all’orizzonte si profila la fidanzata di Chris, Nina, la vagabonda bohémienne nella quale Nuria rivede sé stessa ragazza. Quando era libera, seppure meno coraggiosa.
Clara Sánchez riserva sempre uno spazio ben curato ai personaggi secondari dei suoi romanzi, che appaiono di colpo e, solitamente, da un passato nebbioso. «Nina è un’egoista che ha bisogno di protezione» non la idealizza l’autrice. Però il suo ingresso in scena ha un ruolo decisivo, se è vero che «un estraneo in casa è lo specchio in cui si riflettono le pecche della famiglia», come comprenderà Nuria.

Capirà anche che «le vite si ricompongono da sole, senza che ci sia bisogno di correggerle costantemente». Finirà per rilassarsi quando rinuncerà a voler controllare tutto e le sembrerà che «in fondo, tutto vada come deve andare. Che esista un qualcosa — una specie di algoritmo nelle nostre vite — che si mette in moto al momento opportuno».
Per Clara Sánchez, stavolta, l’algoritmo ha avuto le inattese fattezze di una penna stilografica: «Ho preso in mano una Waterman che mio marito mi aveva regalato molto tempo fa e che non avevo mai usato. Questa storia è uscita nel momento che lei stessa ha scelto. L’ho scritta a mano perché, se provavo a mettermi al computer, svaniva. È un compendio di me stessa ed era nel fondo di tutti i romanzi che ho scritto finora. Attraverso Nuria mi sono liberata del trauma della vita, perché la vita è trauma e la realtà è travolgente come un tank. Mi sono riconciliata con me stessa come scrittrice, come donna e come madre».

20 settembre 2026, 12:21 - Aggiornata il 20 settembre 2026 , 12:21

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