Economia

Ferretti, da Bank of China a AdTech: la lista dei soci legati a Pechino. Il governo valuta il golden power in stile Pirelli

Ferretti, da Bank of China a AdTech: la lista dei soci legati a Pechino. Il governo valuta il golden power in stile Pirelli

Tra gli azionisti «segreti» di Ferretti, rimasti sotto il radar di Consob, che hanno fatto vincere Weichai nella battaglia sulla governance del gruppo degli yacht di lusso, spunta con una quota dell’1,99% anche la Bank of China, una delle quattro grandi banche statali cinesi, controllata tramite Central Huijin,  veicolo del ministero delle Finanze di Pechino.  
La sfida tra le due fazioni contrapposte, quella cinese e i «rivali» italiani (e occidentali), ha portato alla nomina del primo amministratore delegato non italiano al timone del gruppo, Stassi Anastassov, cresciuto in Bulgaria ma dalla doppia nazionalità svedese e svizzera, al posto di Alberto Galassi, che era alla guida da 12 anni. 

La partecipazione della Bank of China è una delle sorprese contenute nel verbale dell'assemblea degli azionisti di Ferretti del 14 maggio, un documento di 46 pagine che rivela chi ha fatto vincere i cinesi nella sfida per il controllo del consiglio. Una battaglia in cui si è schierata, dalla parte opposta, anche Banca d'Italia — con una quota dell'1,38% — insieme a fondi americani, investitori del Golfo e l’imprenditore italiano della Brembo Alberto Bombassei

Il verbale racconta come Ferretti International Holding — la società veicolo attraverso cui il colosso cinese Weichai Power, controllato dall'ente regionale Shandong SASAC, con il 39,5% del capitale — non avesse i numeri per farcela da sola. All’assemblea, però, la sua lista ha ottenuto il 52,31% dei voti contro il 47,44% della lista concorrente presentata da Azúr, riconducibile al gruppo boemo KKCG dell'imprenditore Karel Komarek. Un margine di circa 15,7 milioni di voti, che Weichai ha trovato grazie a un blocco esterno pari al 10,22% del capitale (circa 34,6 milioni di voti)  senza il quale la lista sarebbe rimasta in minoranza.

Oltre alla Bank of China, tra i soci figura AdTech Advanced Technologies, con il 2,81%: è una società riconducibile a Julian G. Kiss, ex amministratore non esecutivo di Weichai Power, che secondo il prospetto depositato alla Borsa di Hong Kong è stata introdotta nell'investimento in Ferretti da Weichai stessa, dopo oltre vent'anni di collaborazione. AdTech e Bank of China insieme valgono più dell'intero margine di vittoria. 

Poi c'è HKSCC Nominees Limited, con l'1,52%: è il braccio nominee di Hong Kong Securities Clearing Company, parte del gruppo della Borsa di Hong Kong. E Wealth Strategy Holding, con l'1%: collegata tramite il suo beneficiario effettivo Gong Hongjia a Hikvision, il principale produttore mondiale di sistemi di videosorveglianza, controllato attraverso CETC, impresa statale sotto la supervisione del Consiglio di Stato cinese.

Completano il blocco di alleati Investor Guidance (0,85%), Yanjian International Hong Kong (0,80%), Ocean X Shipping (0,51%) e Yunqi Path Capital Master Fund (0,32%), il cui gestore ha ricoperto il ruolo di General Manager, Corporate Finance, presso il ramo di Hong Kong di China Merchants Group, altra impresa statale sotto la supervisione del Consiglio di Stato.

Nessuno supera il 3% del capitale. Non è una coincidenza: è esattamente la soglia che non solo obbliga a comunicare la partecipazione alla Consob, ma impone anche (per le società nei settori difesa e sicurezza) di notificare l'acquisizione alla Presidenza del Consiglio

Sul fronte opposto, la lista KKCG/Azúr ha potuto contare su una coalizione eterogenea: oltre a KKCG Maritime (23,23%), c'erano il kuwaitiano Bader Nasser Al-Kharafi (5,00%), ADQ/Chimera Investment degli Emirati (2,95%), Biglari Capital (2,36%), l'imprenditore italiano Alberto Bombassei con Next Investment (2,07%), Cobas Asset Management (2,02%) e Banca d'Italia (1,38%). Non è bastato. 

Ferretti è nota nel mondo per i marchi Riva, Pershing e Wally. Meno conosciuta è la Ferretti Security Division, aperta nel 2016 — quando Weichai era già socio di maggioranza — e dedicata interamente a pattugliatori navali veloci, intercettori per forze speciali, imbarcazioni con protezione balistica, comunicazioni criptate e predisposizioni per armamenti. I committenti includono la Marina Militare italiana, i Carabinieri e la Guardia Costiera. È questa divisione, insieme al know-how tecnologico con possibili applicazioni dual-use, ad aver trasformato Ferretti da costruttore di lusso a soggetto di interesse per la sicurezza nazionale.

Tre delibere del Consiglio dei ministri hanno formalmente qualificato Ferretti come titolare di asset strategici per la difesa e la sicurezza. Ma il verbale assembleare rileva che Weichai, pur controllando Ferretti, non ha mai notificato la propria partecipazione ai sensi della normativa sul golden power. Il fatto che il responsabile della Ferretti Security Division, Giuliano Felten, abbia aderito all'Opa lanciata da KKCG, conferendo le proprie azioni (oltre 300 mila), è un segnale che anche dall'interno la questione è stata avvertita con preoccupazione. 

Questa cornice di tensioni ha inoltre spinto alle dimissioni, alla vigilia dell'assemblea, il vicepresidente Piero Ferrari — che nella sua lettera denuncia acquisti sottosoglia e pressioni sulla contendibilità — e il consigliere indipendente Stefano Domenicali, ceo della Formula 1, che ha scritto di aver constatato fatti «in evidente contrasto» con i suoi principi di integrità e trasparenza. 

E ora che succede? Il ministro Adolfo Urso ha confermato che il dossier è all'esame del Mimit e del ministero della Difesa. «Siamo davanti a una fase istruttoria in cui il governo sta valutando se vi siano i margini giuridici per intervenire tramite i poteri speciali», spiega l'avvocato Luca Picotti, Research Fellow presso l'Osservatorio Golden Power. «Il caso Ferretti è strettamente legato a quello di Pirelli: sono due espressioni di una stessa tendenza. Nel 2012 l'ingresso dei capitali cinesi era ben visto per uscire dalla crisi e la normativa sui poteri speciali era embrionale. Quattordici anni dopo vediamo una Cina molto più assertiva nei board e una normativa italiana estesa a molti più settori, comprese le tecnologie a duplice uso».

La domanda cruciale è se quei 34,6 milioni di voti aggiuntivi configurino un'azione coordinata. «Se si ritiene che questi soggetti abbiano agito in concerto con Weichai, si dovrebbero aggregare tutte queste partecipazioni. E a quel punto l'assemblea del 14 maggio dimostra che Weichai esercita un controllo di fatto: ha fatto vincere la propria lista, nominato i propri amministratori, sostituito la gestione italiana storica. Questo può essere il trigger, il fatto scatenante per un intervento del governo», sostiene Picotti. 

Le strade sono due. Un veto governativo totale sulle delibere assembleari appare improbabile: significherebbe rifare l'assemblea. Con il rischio di contenziosi amministrativi davanti al Tar del Lazio da parte dei soci cinesi. Più probabile, secondo Picotti, il modello Pirelli: «Il rischio maggiore è il travaso tecnologico verso la Cina. Per questo il governo potrebbe imporre la creazione di un comitato di sicurezza blindato che controlli e condizioni ogni passaggio di informazioni, software, dati di bordo o brevetti di ricerca e sviluppo verso la casa madre cinese. Si tratterebbe di creare uno scudo tra il patrimonio tecnologico di Ferretti e il socio di controllo», afferma. La preoccupazione concreta è Qingdao, il polo nautico dove Weichai ha dichiarato di voler applicare le tecnologie di Ferretti e dove si producono anche navi per le forze dell'ordine cinesi. 

I tempi per la chiusura dell'istruttoria sono stretti. La legge prevede ordinariamente 45 giorni, estendibili con le richieste di informazioni. Calcolando che le notifiche sono legate ai giorni dell'assemblea di metà maggio, l'esecutivo dovrebbe assumere una decisione definitiva entro l'estate. «Essendosi già insediato il nuovo cda, se il governo ha intenzione di intervenire, sarebbe meglio farlo presto. Prima dell'estate è realistico», valuta il legale.

Esiste poi il tema dell'impatto economico per una società quotata a Piazza Affari, oltre che a Hong Kong. Se da un lato l'introduzione di rigidi vincoli burocratici e la vigilanza di commissari governativi rischiano di appesantire l'agilità commerciale dell'azienda sul mercato, dall'altro l'allineamento ai canoni di sicurezza occidentali potrebbe rivelarsi un vantaggio. Ferretti possiede un'importante sede a Fort Lauderdale, in Florida, e lo scrutinio delle autorità statunitensi sui partner industriali legati a Pechino è ai massimi storici. Blindare la tecnologia italiana, in questo scenario, potrebbe essere l'unico modo per garantire agli yacht di lusso di continuare a navigare liberamente nelle acque americane.

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