Economia

Il primo investitore di OpenAI: «L’intelligenza artificiale divora l’occupazione? Ora più tasse sul capitale e meno sul lavoro»

Il primo investitore di OpenAI: «L’intelligenza artificiale divora l’occupazione? Ora più tasse sul capitale e meno sul lavoro»

Mentre le mega-quotazioni di SpaceX, Anthropic e OpenAi si apprestano a creare un gran numero di nuovi milionari, una domanda inizia a serpeggiare negli Stati Uniti: se davvero l’intelligenza artificiale e i robot umanoidi sostituiranno un gran numero di lavoratori, chi pagherà le tasse? Il dibattito sta montando e coinvolge alcuni dei principali beneficiari di quelle che si preannuncia come una nuova rivoluzione industriale. Secondo Dario Amodei, fondatore e numero uno di Anthropic, bisogna già iniziare a pensare a meccanismi redistributivi della ricchezza generata dall’Ai: «un reddito di base universale potrebbe esser finanziato tramite nuove tasse sulle aziende interessate o aumentando le imposte sui redditi da capitale».

Un invito simile arriva anche dal primo finanziatore di OpenAi, Victor Khosla, il primo fondo  a credere nel progetto di Sam Altman con un assegno di 50 milioni di dollari. Oggi che OpenAi si appresta a superare il miliardo di valutazione, quell’investimento vale una fortuna. Che, come le altre plusvalenze, andrebbe tassata di più, secondo Khosla. «Dopo il 2028, gli Stati Uniti dovrebbero eliminare il trattamento fiscale preferenziale sulle plusvalenze e tassarle come reddito ordinario», scrive Khosla in un intervento a firma sul Financial Times. «Nessun argomento di principio contrario regge in un mondo dove i rendimenti del capitale sono potenziati dall'intelligenza artificiale - prosegue - trattamenti speciali come il riporto delle perdite fiscali proteggono i detentori di attività che non necessitano di alcuna protezione».

Chi invece necessita di protezione dagli effetti collaterali dell’adozione dell’Ai sono i lavoratori, specie dipendenti, che oggi sopportano il grosso del carico fiscale e, di fatto, tengono in piedi la previdenza e i servizi pubblici come la sanità. In Italia, ricorda per esempio uno studio dell’Università Cattolica, oltre l’80% del gettito Irpef, l’imposta più importante, arriva dai redditi da lavoro dipendente e assimilati (cioè quelli da pensione). Meno del 10% deriva invece dai redditi da lavoro autonomo e il resto, un altro scarso 10%, da redditi da capitale. E questo, nonostante negli ultimi anni, complice il boom delle Borse, i redditi da capitale siano cresciuti in media molto di più degli stipendi, affossati dagli choc energetici e dall’inflazione.

Il sistema fiscale in vigore nei Paesi occidentali si sta insomma trasformando da progressivo in regressivo, andando cioè a incidere più sui redditi più bassi che su quelli più alti. Se manterrà le sue promesse, l’avvento dell’Ai rischia di accelerare questa inversione di tendenza, aumentando di molto la produttività per dipendente e quindi riducendo il numero di lavoratori necessari alle imprese per realizzare la stessa quantità di prodotti o per aumentarla. Come redistribuire la ricchezza così generata?

Amodei di Anthropic e Khosla suggeriscono di incrementare le tasse sulle imprese sviluppatrici dell’Ai, sulle aziende che trarranno vantaggi dalla sua applicazione e sugli investitori che stanno realizzando favolose plusvalenze sui loro investimenti. Il gettito così ricavato, secondo Khosla, «dovrebbe essere destinato al rimborso dell'imposta federale sul reddito pagata dai circa 75 milioni di americani con un reddito inferiore a 75.000 dollari, che versano circa 75 miliardi di dollari (circa il numero di coloro che hanno votato per Trump)». D’altronde, «circa il 40% delle plusvalenze va oggi in tasca a chi guadagna più di 10 milioni di dollari all'anno». L’aumento delle tasse su imprese dell’Ai e redditi da capitale, non sarebbe insomma una redistribuzione. «Si tratta piuttosto - conclude Khosla - di un riequilibrio di un sistema fiscale che già di per sé redistribuiva la ricchezza, ma verso l'alto».

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