Ottantanove anni che avrebbe compiuto il 9 luglio. E una salute, da
sempre, ballerina. Colpa anche di una vita piena di eccessi (verrebbe quasi di
dire all’insegna di «sex and drugs and rock and roll»): è scomparso l'11 giugno. Quella di David Hockney, grande maestro della Pop Art, non è mai stata però una morte annunciata, perché quest’uomo piccolo con lo sguardo azzurro chiaro da bambino molto dispettoso accentuato dalle lenti degli occhiali rotondi, un ciuffo ancora folto di capelli (alla fine bianchi, un tempo biondi) ha sempre voluto raccontare per immagini (fino all’ultimo, fino alle tavolozze coloratissime con cui riempiva App, iPad e schermi di cellulari) un mondo pieno di vitalità, di desiderio, di sorprese. Tanto che in uno dei suoi più recenti dipinti (Less is Known than People Think del 2024) Hockney si era permesso di mixare astronomia, storia, geografia e spiritualità.
Come aveva ribadito nell’intervista concessa a «la Lettura» a Parigi nel giugno 2017, alla vigilia della grande monografica che gli aveva dedicato il Centre Pompidou, per Hockney la vita era «dipingere, fumare e money». Anche se poi, con un tocco di poesia che gli era sicuramente più congeniale del cinismo, aveva tenuto a precisare: «Voglio i soldi ma non troppi, solo quelli che mi bastano per vivere bene, non amo il denaro in maniera smodata, ma il denaro mi piace perché può aiutarmi a vivere meglio e mi permette di dipingere con tranquillità perché con i soldi posso comprare colori migliori, pennelli migliori, tele migliori, perché non vorrei mai che i miei dipinti diventassero meno brillanti».
Grande maestro dell’«arte tradizionale» (anche se fin dall’inizio inequivocabilmente moderna) che, alla soglia dei suoi primi ottant’anni, aveva deciso di re-imparare a dipingere, trasformando le sue app in tavolozze piene di colori e gli schermi di iPad e telefoni cellulari (come nella serie 220 for 2020) in tele da riempire con nature morte, scorci di paesaggi inglesi, interni domestici («Disegno fiori tutti i giorni e li mando ai miei amici, che così hanno fiori freschi ogni mattina»). L’unica cosa che sapeva fare era dipingere «come faccio ormai ogni giorno da sessant’anni, solo così non penso ai miei anni e al mio corpo» amava dire con uno strano accento che intrecciava tra quello del borgo di Bradford, cuore dello Yorkshire degli operai e delle industrie tessili dove era nato nel 1937, e la Los Angeles snob dei ricchi collezionisti e dei curator più raffinati che a lungo (oltre trent’anni) è stata la sua seconda patria (prima del definitivo ritorno a Londra nel 2023).
Con David Hockney se ne va un grande dell’arte, conosciuto anche da
chi di arte non si occupava (la mostra in programma dal 9 aprile al primo
settembre alla Fondation Louis Vuitton di Parigi, la più grande che gli sia mai
stata dedicata, lo dimostra alla perfezione). Con lui scompare il pittore di
capolavori senza tempo: “American Collectors / Fred and Marcia Weisman” (1968);
il ritratto di Christopher Isherwood con Don Bachardy (1968, suoi carissimi
amici proprio come Fred e Marcia); “Mr and Mrs Clark and Percy” (1971);
“Pearblossom Highway” (1986); “Large Interior, Los Angeles” (1988); “Breakfast
at Malibu, Wednesday” (1989); “The Other Side” (1990-93); “Big Trees” (2007);
“The Four Season” (2010-11).
Ma non solo perché David è stato (tra l’altro) un bravo fotografo
che non amava più di tanto fotografare («Condivido in pieno quello che diceva
Edvard Munch: la fotografia Non potrà mai competere con l’arte perché non sarà
mai in grado di dipingere l’Inferno e nemmeno il Paradiso»). Nonché un
protagonista della scena omosessuale londinese negli anni Sessanta quando essere
gay era ancora un reato («L’omosessualità fa parte dello stato delle cose. Non
c’è niente di strano. Io sono omosessuale, ma non mi sono sposato, perché per me
va bene così») . E lo scrittore di “A Bigger Message” (2012, pubblicato in
Italia da Einaudi) acuta conversazione con Martin Gayford intorno all’arte. E
poi lo scenografo dell’”Ubu re” al Royal Court Theatre di Londra (1963), de “La
carriera di un libertino” per il Glyndebourne Festival Opera (1974), del “Flauto
magico”al Metropolitan Opera di New York (1978) e una settantina di opere in
tutto.
Ma Hockney, che all’inizio vendeva i suoi dipinti per poche
sterline, con il tempo e con il successo era diventato il pittore dei record:
“Building. Pershing Square”, un suo acrilico su tela del marzo 1964 era stato ad
esempio venduto da Sotheby’s New York il 18 maggio per 7.887.500 dollari mentre
grazie ai 90.312.500 dollari sborsati da un anonimo. Fino al top di “Portrait of
an artist / Pool with two figures”, una delle sue più belle (e più grandi, 213,5
x 305 centimetri) «piscine con figure» (meglio se maschili, meglio se poco
vestite) diventata nel 2018 la più costosa opera di un artista contemporaneo
vivente mai battuta all’asta. Anche perché riassumeva tutte gli elementi
caratteristici e forse più facili della sua arte: le linee semplici ma non
elementari, i colori vivaci ma mai volgari, un mondo all’apparenza perfetto
fatto di sole, di cielo, di uomini con giacche rosse che guardano giovani con la
pelle chiara che nuotano sotto il pelo dell’acqua di una piscina.
La natura in generale è stata d’altra parte uno degli “elementi”
essenziali del lavoro di Hockney come ben illustrano “A Bigger Grand Canyon”
(1998), dove per sfondo c’è il più classico paesaggio americano, e i dipinti
realizzati negli ultimi 25 anni, trascorsi principalmente nello Yorkshire, in
Normandia e (infine) a Londra. Come il cespuglio di biancospino fermato in una
spettacolare esplosione di primavera (“May Blossom on the Roman Road”, 2009) o
il monumentale paesaggio invernale “Bigger Trees near Warter” (2007).
Tra i suoi maestri Hockney citava Beato Angelico, il Brunelleschi,
l’Alberti, Piero della Francesca, il Borromini di San Carlo alle Quattro Fontane
a Roma («Nella grandiosità della Basilica di San Pietro Dio è vicino, ma nella
bellissima intimità del chiostro di San Carlo è sicuramente ancora più vicino
che in San Pietro»). E poi i francesi «fino agli impressionisti», Hopper, Jasper
Johns, Dubuffet. Ma anche Charlie Chaplin. Oltre naturalmente a Picasso: per
Hockney «il più grande di tutti, quello che riesce ogni volta a sorprendermi,
per questo tengo il catalogo delle sue opere accanto al mio letto, aprirlo è
ogni volta un’emozione che si rinnova»). Ma tra i maestri non citati, ma non per
questo meno importanti, c’era anche il padre Kenneth (David era il quarto di
cinque fratelli), aiuto-contabile con la passione dell’arte, mentre dalla madre
Laura erediterà, almeno per un certo periodo, la passione per i cibi
vegetariani. Entrambi protagonisti di uno dei capolavori assoluti di Hockney: lo
struggente ritratto “My Parents” del 1977, oggi tra i tesori della Tate
Britain.
12 giugno 2026, 11:57 - Aggiornata il 12 giugno 2026 , 12:12